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 24/07/2014 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 UMMA 
UMMA / Egitto, mondo arabo: la terza ondata
Date of publication at Tlaxcala: 12/02/2011
Original: Égypte-monde arabe, la troisième vague
Translations available: Deutsch 

Egitto, mondo arabo: la terza ondata

Alain Gresh

Translated by  Raffaella Selmi
Edited by  Curzio Bettio

 

« Allons enfants de la patrie, le jour de gloire est arrivé ! »  Quel 14 luglio, gli abitanti furono svegliati dalle note della Marsigliese trasmesse dalla radio. Le persone sciamavano nelle strade al grido di “viva la Repubblica, morte al re”. Ancora non si sapeva che il sovrano e parte della famiglia reale erano stati giustiziati. (*) La sera, davanti all'ambasciata degli Stati Uniti, il grande poeta Abdelwahhab Bayati recitava una poesia, Fanfare per gli eroi:

"Nel mio paese sorge il sole

e riecheggiano le fanfare per gli eroi.

Svegliati, mia amata.

Ecco, siamo liberi come il fuoco,

come l’ uccello e il  giorno. »

Baghdad, 1958. L'esercito si è impadronito del potere, ma non é un colpo di stato come gli altri. La folla che sfila per le strade manifesta un appoggio totale al nuovo regime, contro la monarchia filo-occidentale instaurata dalle baionette inglesi all'indomani della prima guerra mondiale. Allora, la Francia e la Gran Bretagna si erano spartite il Medio Oriente, tranciando al vivo la regione con confini improbabili. A Parigi, il mandato sui futuri Libano e Siria; a Londra, il controllo di Palestina, Tansgiordania e Iraq. In questi territori, negli anni ‘30, e ancora, dopo la seconda guerra mondiale, potenti movimenti nazionalisti si organizzeranno contro l’occupazione colonialista. La rivoluzione irachena del 1958 ha segnato il culmine di questa “prima ondata” che scuoterà il Medio Oriente e il Maghreb, prima di infrangersi sulla sconfitta degli Arabi contro Israele  nel giugno 1967.

A questa prima ondata ne succederà una seconda, caratterizzata soprattutto da colpi di Stato militari e dall’entrata del mondo arabo in un periodo di stagnazione profonda, un ristagno sociale che sta facendo vacillare anche il movimento popolare iniziato dai Tunisini nei primi giorni del 2011.
 
 La prima ondata fu dunque segnata dalla presa del potere al Cairo, il 23 luglio 1952, da parte dei “Liberi ufficiali”, un gruppo delle forze armate repubblicane e pan-arabe, guidato da Gamal Abdel Nasser. In questo periodo si susseguono diversi eventi: lo scatenarsi della rivoluzione algerina l’1 novembre 1954, la proclamazione dell’indipendenza del Marocco e della Tunisia con il consenso della Francia; manifestazioni possenti contro il regime di re Hussein in Giordania; sommosse civili e tentativi di colpi di Stato in Arabia Saudita. Dal Cairo, la radio egiziana “La voce degli Arabi” galvanizza questi movimenti che portano alla creazione della Repubblica araba unita (RAU) nel 1958, con l’unione politica di Siria ed Egitto. Il 14 luglio, in Iraq, i militari rovesciano la monarchia. Nel 1962 è la volta delloYemen: nei territori del Sud si inasprisce la lotta armata contro le forze britanniche, che avrà come sbocco la nascita dello Yemen del Sud indipendente, con Aden come capitale.
 
Questa ondata sarà accompagnata dalla determinazione di riappropriarsi delle risorse nazionali controllate dai paesi stranieri che su di esse avevano interessi. Nel mese di luglio del  1956,  Nasser nazionalizza la Compagnia del canale di Suez; nei paesi arabi, che vedono nell'oro nero il simbolo della loro indipendenza, la rivendicazione del controllo sul petrolio si rafforza e si estende, anche dopo che Mossadegh, in Iran, viene rovesciato da un colpo di Stato militare orchestrato da Washington e Londra  nel 1953.

Questa prima ondata, profondamente nazionalista, è osteggiata non solo dalle tradizionali potenze coloniali, ma soprattutto dagli Stati Uniti; al governo americano non sono tanto le difficoltà francesi o inglesi a dare fastidio, quanto piuttosto la volontà d’indipendenza dei nuovi regimi, e, soprattutto, il rifiuto di questi paesi di impegnarsi in alleanze contro la Russia. A parte alcune rare eccezioni, Washington ha sempre ostacolato queste aspirazioni, diventando così il bersaglio dei nazionalisti, che si avvicinano a Mosca. Studi storici hanno dimostrato che l’Occidente viveva nel timore costante dell'Unione Sovietica, e che in tutto il Medio Oriente scorgeva “la mano di Mosca"; questo timore, pur essendo infondato, ha avuto conseguenze disastrose, in quanto indurrà gli Occidentali a fare di tutto per indebolire i movimenti nazionalisti, ivi compreso l’appoggio dei movimenti islamisti, anche di quelle più reazionari.

Sugli avvenimenti del 1958 – il rovesciamento della monarchia irachena, l’insediamento delle forze armate degli Stati Uniti in Libano, l'intervento dei paracadutisti britannici in Giordania – e sulla lettura distorta che ne fanno gli Occidentali, si veda: A Revolutionary Year : The Middle East in 1958, a cura di Wm. Roger Louis e Owen Roger, edizioni I. B. Tauris, Londra, 2002.
 
Questa ondata si interromperà con la guerra del giugno 1967. Il fallimento fu causato da diversi fattori: l’ingerenza degli Occidentali; l’incapacità dei nuovi regimi di avviare nei loro paesi un vero sviluppo economico; il crescente autoritarismo che, denunciando il fallimento della "democrazia parlamentare", mette a tacere i sindacati, impone sistemi a partito unico e limitazioni crescenti alla libertà di espressione (per un rapido bilancio del nasserismo, si veda: "Nasser, quarant’anni dopo").
 
Dalla sconfitta del 1967 nella "guerra dei sei giorni" , nasce una seconda ondata come contraccolpo alla disfatta. A Baghdad, nel 1968 una sommossa popolare appoggiata dall'esercito porta al potere il partito (nazionalista e socialista) Baath (Risorgimento); poi è la volta di Hafez el-Assad, che nel 1970 sale al potere in Siria; Gheddafi in Libia e Gaafar Al-Nemeiry assumono il potere in Sudan nel 1969; nello Yemen del Sud, indipendente dal novembre 1967, l'ala marxista del Fronte Nazionale di Liberazione trionfa nel giugno 1969. Intanto, le forze conservatrici si stanno rafforzando altrove, in Arabia Saudita come anche in Marocco. È questo il periodo dell’infitah, dell’apertura economica  e dell'abbandono di qualsiasi ricerca di una via socialista allo sviluppo. Allo stesso tempo è però anche il periodo delle nazionalizzazioni con le quali i paesi arabi riprendono possesso delle loro risorse petrolifere, sottraendole alle compagnie straniere. L'Arabia Saudita è il primo paese che, a scapito degli altri, inaugura il processo di nazionalizzazione, aumentando la sua influenza sui paesi arabi.
 
D’altra parte, questa ricchezza si è rivelata per questi paesi piuttosto una maledizione che uno strumento efficace di sviluppo.
 
Il periodo 1967-2010 è caratterizzato da:
  • il radicamento di regimi autoritari, sia repubblicani che monarchici, intolleranti a qualsiasi opposizione, (nella migliore delle ipotesi, tollerano un'opposizione istituzionale);
  • una costante restrizione dei diritti degli individui e dei cittadini, non solo ad esprimersi , ma anche a vivere in condizioni dignitose, non alla mercè dell’arbitrio e di un apparato giudiziario e di polizia agli ordini del regime.;
  • un’economia nelle mani di una piccola minoranza, arricchitasi col favore di un potere corrotto che ha inasprito le disuguaglianze e la povertà;
  • la pressione demografica che negli ultimi anni (un ricambio generazionale oramai avviato), ha portato sul mercato del lavoro milioni di giovani senza prospettive, se non l'emigrazione verso i paesi del Golfo o verso l'Europa;
  • il mantenimento dell'occupazione della Palestina e delle misure di oppressione sui Palestinesi, e la paralisi delle forze arabe contro gli attacchi israeliani, soprattutto contro Gaza durante l'inverno del 2008 (questi regimi impediscono qualsiasi manifestazione a favore dei Palestinesi ,caratteristica della loro politica, per gli effetti controproducenti che potrebbero generare). Così facendo questi regimi si inimicano i nazionalisti che lottano contro il nemico israeliano, del quale appaiono sempre più complici;
  • l’ingresso delle voci arabe nei canali dell’informazione satellitare, come l’emittente Al jazeera e Internet.
Non si sa mai perché le rivoluzioni scoppino proprio in un determinato momento. Da anni erano presenti gli elementi di cui sopra, eppure la scintilla è stata provocata da un incidente “secondario”: un giovane che si è suicidato dando origine, inaspettatamente, a una mobilitazione che ha coinvolto tunisini di ogni provenienza sociale e politica. I canali satellitari che hanno trasmesso questi avvenimenti hanno reso manifesto per tutto il mondo arabo ciò che, un paio di settimane fa, sembrava impossibile: i regimi attuali non sono eterni, si possono rovesciare. Ormai, sul mondo arabo spira un vento di libertà, la terza ondata (leggere « De la Tunisie à l’Algérie, un air de liberté », La Valise diplomatique, 28 gennaio 2011).
 
 È troppo presto per sapere fino a dove arriverà e quali i regimi spazzerà via. Ma possiamo supporre che questa "eccezione araba" non resisterà ancora a lungo. A niente possono valere le dichiarazioni del re Abdullah dell’Arabia Saudita o del Palestinese Mahmoud Abbas a favore del presidente egiziano Mubarak.
 
Le sfide da affrontare non sono di poco conto: democrazia, diritti umani, giustizia sociale e sviluppo economico saranno compiti impegnativi, altre lotte saranno necessarie.
 
(*) N.d.ed.: Nel 1952 un colpo di stato aveva portato al potere in Egitto i "giovani ufficiali", un movimento di cui Gamal Abd El Nasser fu il maggior esponente, e che abolì l'anno dopo la monarchia. Nasser nazionalizzò poi il Canale di Suez (che era in mani inglesi) e sposò la causa del panarabismo, movimento teso a riunire sotto un unico edificio statale la nazione araba divisa da confini imposti dalle grandi potenze: nel febbraio 1958 come primo passo l'Egitto promosse la costituzione della RAU, l'unione con la Siria.
Nuri Said, primo ministro della monarchia irachena, filo-occidentale, per contrastare la costituzione panaraba della RAU, rispose proclamando il 14 febbraio l'Unione iracheno-giordana e assumendo la carica di primo ministro federale. I due stati erano monarchie "sorelle”: la Giordania era retta dal re Huseyn Talal e quella dell'Iraq da Faysal Ghazi, cugini di primo grado, entrambi hascemiti (discendenti cioè da Maometto). Truppe irachene furono inviate verso il confine giordano in vista dell'unificazione dei due eserciti. Lo scopo di Nuri Said, in linea con i desideri delle grandi potenze, era di organizzare un possibile intervento in Libano e Siria in funzione anti-egiziana. Nel tragitto, alcuni reparti che si trovavano sotto il comando di Abdel Karim Qassem dovevano passare la notte tra il 13 e il 14 luglio a Baghdad.
Il 14 luglio 1958 però le truppe di Qassem con il sostegno attivo della popolazione assaltavano il palazzo reale e le sedi del governo, mentre la radio occupata trasmetteva la Marsigliese. Re Faysal e altri membri della sua famiglia venivano giustiziati sul posto. Nuri Said in un primo momento riuscì a fuggire, travestito da donna, ma fu riconosciuto da alcuni soldati e subito fucilato. L'odio popolare era tale verso questo personaggio che, quando la sua tomba venne identificata, una folla ne trascinò il cadavere per le vie di Baghdad.

infitah  ["apertura"] è il termine che il governo egiziano di Anwar al-Sadat volle dare agli inizi degli anni ‘70 all'apertura economica che metteva di fatto fine al modello economico dirigistico ereditato dal nasserismo e fino ad allora seguito. Di fatto, questo cambiamento significò l'apertura alla logica del mercato.
 





Courtesy of Tlaxcala
Source: http://blog.mondediplo.net/2011-01-30-Egypte-monde-arabe-la-troisieme-vague
Publication date of original article: 30/01/2011
URL of this page: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=3806

 

Tags: EgittoAfrica del NordMedio OrienteRivoluzioneMondo araboNasserPalestinaIraqSiriaArabia sauditaCanale di Suez
 

 
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