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 15/11/2019 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 ABYA YALA 
ABYA YALA / Bolivia, 1967: Il massacro di San Juan
Date of publication at Tlaxcala: 08/02/2011
Original: Bolivia, 1967: La masacre minera de San Juan
Translations available: Français  English  Deutsch 

Bolivia, 1967: Il massacro di San Juan

Víctor Montoya

Translated by  Paola Ursomando

 

Il massacro minerario di San Juan, occorso all’alba del 24 giugno del 1967, non compare sulle pagine ufficiali della storia della Bolivia, ma si mantiene vivo nella memoria collettiva e si trasmette attraverso la tradizione orale, di generazione in generazione, trasformato talvolta in racconti e leggende, come accade a quei fatti storici che rifiutano di lasciarsi offuscare dalla nebbia dell’oblio. E se io ne parlo qui e adesso, è perché fui testimone di quell’orrendo massacro, allorché da tre giorni avevo compiuto nove anni d’età.
 

Falò di San Juan

Tutto ebbe inizio quando le famiglie dei minatori si ritirarono nelle loro case dopo aver festeggiato il solstizio d’inverno intorno ai falò, ballando e cantando al ritmo delle cuecas e dei wayños1, accompagnati da punch, piatti tipici, coca, sigarette, petardi e candelotti di dinamite. Mentre la popolazione civile di Llallagua e i villaggi di Siglo XX erano intenti alle celebrazioni, le truppe del reggimento Ranger e Camacho assediavano la città, protetti dalla notte, finché verso l’alba aprirono il fuoco da ogni angolo, lasciando a saldo una ventina di morti e settanta feriti, nel freddo pungente e tra i fischi del vento.

Si crede che i soldati e gli ufficiali che entrarono dalla zona nord tra le nove e le undici di sera, fossero partiti in treno dalla città di Oruro, nel pomeriggio del 23 giugno. Il guardiano della sbarra, che li vide arrivare nei vagoni, armati, provò ad informare i dirigenti del sindacato e le emittenti radiofoniche, ma fu intimidito dagli ufficiali, che continuarono indisturbati la loro marcia. Così, verso le cinque del mattino, iniziò la pioggia di fuoco che fece fuori uomini, donne e bambini. In un primo momento, dinnanzi all’attacco oppressore, alcuni confusero le raffiche delle mitragliatrici con i petardi e gli scoppi dei mortai con le esplosioni della dinamite.

La compagnia elettrica, d’accordo con i massacratori, tagliò la luce all’alba di quel giorno, in modo che le radio non potessero trasmettere alcun allarme alla popolazione; intanto i soldati, appostati sul colle San Miguel, vicino a Canañiri, La Salvadora e il Fiume Secom, scesero come greggi di pecore lungo il pendio scosceso e occuparono con il fuoco i villaggi, la Piazza del Minatore, la sede del sindacato e la radio “La Voce del Minatore”, dove fu assassinato il dirigente Rosendo García Maisman che, rifugiandosi dietro una finestra, difendeva la radio con in mano un vecchio fucile.

Massacro minerario

La mattanza andò avanti per diverse ore sotto il sole del 24 giugno. I morti si dissanguavano accanto alle ceneri dei falò e i feriti raggiungevano l’ospedale, mentre le madri, terrorizzate dagli spari e dalle grida, cercavano di acquietare la paura e i pianti dei loro bambini. In mezzo al caos e allo spavento, non mancarono gli uomini che, in un disperato tentativo di difesa, si armarono di dinamite e catturarono alcuni soldati, spogliandoli delle uniformi e sottraendo loro le armi. Ma tutto faceva presupporre che fosse ormai troppo tardi per preparare una resistenza organizzata. La Piazza del Minatore si riempì di soldati e la giurisdizione della provincia di Bustillo fu dichiarata “zona militare”.

Il massacro fu eseguito per ordine espresso di René Barrientos Ortuño, il cui governo aveva ridotto i salari ad un livello da fame, lasciato senza rifornimenti le polperie, proibito le riunioni sindacali e scatenato un’accanita persecuzione contro i dirigenti politici e sindacali, con il proposito di distruggere sistematicamente l’asse principale della resistenza in seno al movimento operaio. Infatti, testimonianze dirette affermano che per il 24 giugno era prevista la realizzazione del congresso nazionale dei minatori a Siglo XX, con l’obiettivo di pretendere un aumento salariale ed appoggiare la guerriglia del Che con una somma equivalente alla paga di due giornate di lavoro. Una quantità importante, se si considera che a quel tempo la Corporación Minera de Bolivia (COMIBOL) contava circa 20.000 lavoratori.

Il governo e le Forze Armate, venuti a conoscenza dei preparativi relativi al congresso e con il supporto della CIA, si affrettarono ad occupare i centri minerari per evitare qualsiasi appoggio morale e materiale destinato ai guerriglieri che combattevano colpo su colpo sulle montagne di Ñancahuazú. Di conseguenza, ben lontani dall’utopia di accendere una scintilla libertaria nel continente americano, i miratori dell’altopiano e i guerriglieri del comandante Che Guevara venivano assassinati con le stesse armi e dagli stessi nemici, separati gli uni dagli altri, senza guardarsi in faccia e senza condividere la trincea contro i mercenari della CIA e le truppe dell’esercito boliviano.

René Barrientos Ortuño, che era ben capace di mettere in pratica i suoi sinistri piani sostenuto dal “patto militare-contadino”, che egli stesso aveva stabilito con la burocrazia ufficialista dei sindacati dell’agro, giustificò il massacro adducendo che l’esercito era stato costretto a sparare per legittima difesa e che era necessario “combattere il processo sovversivo” dei minatori di Siglo XX, disposti a organizzare focolai di guerriglia per sommarsi alle gesta armate dei barbudos2 stranieri di Ñancahuazú.
 

Huelga y masacre, Miguel Alandia Pantoja, 1954

Mentre l’indignazione popolare si estendeva a macchia d’olio per tutto il paese, in lungo e in largo, i “sindacati clandestini” organizzati all’interno della miniera, oltre a dichiarare all’unanimità uno sciopero di 48 ore in segno di protesta contro il massacro, ribadirono le loro legittime richieste: ritiro delle truppe da parte dell’esercito, restituzione della sede del sindacato e della radio “La Voce del Minatore”, rispetto per il foro sindacale, libertà incondizionata per i dirigenti detenuti e confinati, indennizzo alle vedove degli uomini assassinati e garanzia di permanenza nel villaggio, ripristino dei salari ai livelli del maggio del 1965 e, come se non bastasse, si fissò anche una quota quindicinale di dieci pesos per ogni operaio, per le spese sindacali e per l’acquisto di armi. La resistenza popolare, su scala nazionale, trovò la sua indiscutibile avanguardia nel settore minerario che, con un elevato grado di coscienza politica e combattività, era deciso a difendere i suoi diritti più essenziali e a continuare a dichiarare Siglo XX “territorio libero”, sfidando a viso aperto la dittatura militare.

Al massacro seguì la repressione e la destituzione dei “sovversivi” dai loro posti di lavoro. Alcuni finirono nelle segrete ed altri in esilio, le vedove e gli orfani furono espulsi dal villaggio senza indennizzi né diritto alcuno, ed il massacro di San Juan rimase impunito. L’onda della persecuzione giunse all’Alto Comando Militare, con l’obiettivo lampante di liquidare fisicamente i dirigenti in vista della resistenza operaia. Così riuscirono a risalire al domicilio di Isaac Camacho, uno dei principali leader dei “sindacati clandestini” che, dopo essere stato catturato il 29 luglio in una casa nei pressi della Plaza Nueva, a Llallagua, fu torturato brutalmente e convertito in un desaparecido, senza lasciare alcuna traccia.

René Barrientos Ortuño, oltre che del massacro di San Juan, fu il responsabile diretto dell’assassinio, carcerazione e sparizione di molti fra quanti si opponevano al suo governo, fino al giorno in cui morì, calcinato nell’elicottero con cui l’avevano ossequiato i suoi alleati del nord. Eppure, nonostante molteplici testimonianze riportino la sua storia oscura, ci sono ancora persone che esaltano il suo “patriottismo” e lo chiamano “il generale del popolo”; mentre in realtà non era altro che un semplice generale golpista, un aviatore addestrato negli Stati Uniti e un servile lacchè dell’imperialismo, che seppe sfruttare il suo mandato presidenziale per saccheggiare le risorse naturali di un paese che si dissanguava nella miseria e piangeva i suoi figli caduti sotto lo stivale militare.





Courtesy of Víctor Montoya
Publication date of original article: 04/02/2011
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=3744

 

Tags: Abya YalaSan JuanBoliviamassacromattanzaRené Barrientos Ortuño
 

 
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