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 30/09/2020 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 UNIVERSAL ISSUES 
UNIVERSAL ISSUES / Wikileaks e la guerra mondiale dell’informazione: Potere, propaganda, e il risveglio politico globale
Date of publication at Tlaxcala: 26/01/2011
Original: Wikileaks and the Worldwide Information War: Power, Propaganda, and the Global Political Awakening

Wikileaks e la guerra mondiale dell’informazione: Potere, propaganda, e il risveglio politico globale

Andrew Gavin Marshall

Translated by  Curzio Bettio

 

La recente divulgazione pubblica di 250.000 documenti da parte di Wikileaks ha provocato un interesse globale senza pari, con prese di posizioni sia positive che negative, e ovunque l’opinione pubblica non è rimasta indifferente. Con certezza è possibile affermare: “Wikileaks sta cambiando le cose!”  
Ci sono quelli che accolgono l’ipotesi che ai documenti pubblicati da Wikileaks non bisogna dare eccessiva importanza; questo sarebbe dovuto largamente ad una esposizione travisata dei documenti da parte dei mezzi di informazione controllati dalle corporation.
Ci sono quelli che considerano i documenti come autentici e che sia semplicemente necessario darne una corretta interpretazione ed analisi. 
Poi, ci sono quelli, molti di costoro fanno riferimento a mezzi di informazione alternativi, che trattano questi “rapporti riservatissimi” con prudenza e diffidenza. 
Ci sono quelli che semplicemente non tengono in nessun conto di questa fuga di notizie, come parte di “psy-op”, di operazioni psicologiche con utilizzo di informazioni(per influire e per modificare pensieri e opinioni di soggetti amici, neutrali o nemici), ideate per prendere di mira specifiche nazioni che si inquadrano come obiettivi di politica estera degli Stati Uniti.

Infine, ci sono quelli che deplorano la fuga di notizie, considerandola un “tradimento” o una minaccia alla “sicurezza”.

Di tutte le affermazioni ed opinioni, l’ultima è, senza dubbio, la più ridicola ed assurda.

Questo articolo intende esaminare la natura dei documenti diffusi da Wikileaks e il modo in cui la questione dovrebbe essere affrontata e compresa.  Se Wikileaks sta cambiando le cose, speriamo che la gente farà in modo che il cambiamento avvenga nella giusta direzione. 

La propaganda mediatica contro l’Iran: considerare i cablogrammi per quel che appare!

Questo punto di vista è forse il più divulgato, visto il largo impegno profuso dai media delle corporation di presentare al pubblico i cablogrammi diplomatici trapelati come “prova”  della volontà dei media di affrontare le importanti questioni mondiali, e fra queste in modo particolare il programma nucleare iraniano.
 
Come al solito, il New York Times occupa il centro della scena con tutto il suo sfrenato disprezzo per la verità e l’uso incessante della propaganda al servizio degli interessi imperiali degli Stati Uniti,  intestando articoli con titoli del calibro, “In tutto il mondo, l’Iran causa di angoscia!”, in cui viene spiegato come Israele e i leader arabi siano concordi sul fatto che l’Iran costituisca una minaccia nucleare per tutto il mondo; all’interno dell’articolo un commento che sottolinea come “attraverso i dispacci diplomatici sta correndo la convinzione condivisa da molti leader che, a meno che l’attuale governo di Teheran cada, l’Iran, prima o poi, avrà la bomba.” [1]
 
Fox News ha pubblicato un articolo in cui veniva ribadito che “i documenti trapelati dimostrano il consenso unanime del Medio Oriente a considerare l’Iran come una minaccia,” e il commento espresso era che “la pubblicazione dei documenti sismici da parte di Wikileaks ha messo in risalto un’area di profondo accordo – per cui l’Iran viene considerato nel Medio Oriente come il sobillatore ‘numero uno’ nella regione.” [2]
 
Tutto ciò, ben inteso, è propaganda. Eppure, abbiamo bisogno di affinare la nostra comprensione corretta di propaganda, al fine di valutare ciò che è specificamente propagandistico in mezzo a tutte queste storie. Mentre si dovrebbe sempre dimostrare scetticismo rispetto alle fonti, e a causa delle campagne di disinformazione, (come hanno saputo fare molto spesso coloro che analizzano criticamente i media), bisogna anche considerare la prospettiva specifica della fonte e saper decifrare tra autenticità e analisi.
 
Questi documenti, lo credo davvero, fanno fede. In questo senso, io non aderisco al concetto che questi facciano parte di un’operazione psicologica (psy-op) o di un tentativo propagandistico, che utilizza una vera e propria diffusione pilotata dei documenti.
 
Dobbiamo tenere ben presente che le fonti di questi dispacci sono canali diplomatici degli Stati Uniti e quindi le dichiarazioni in essi presenti riflettono i punti di vista e le opinioni del personale diplomatico statunitense. I documenti costituiscono un’autentica rappresentazione dei loro rapporti e considerazioni, ma questo non implica che siano un’accurata rappresentazione della realtà. 
Questo, mentre sono i mezzi di comunicazione a propagandare le informazioni che stanno all’interno dei dispacci.
 
I due precedenti esempi denotano che i documenti riportano l’esistenza di una “presa di posizione comune” nei confronti dell’Iran, e quindi che gli atteggiamenti degli Stati Uniti, in verità di Israele, rispetto all’Iran tenuti per i tanti anni passati avevano una loro “giustificazione”, in definitiva che si temeva la produzione da parte dell’Iran di ordigni nucleari.
Questa è una sciocchezza.
 
I media hanno sostanzialmente letto e riprodotto i documenti per quello che appare, il che significa che, poiché i diplomatici statunitensi e i leader arabi e del Medio Oriente sono tutti d’accordo che l’Iran costituisca una “minaccia”, e stia cercando di costruire un “ordigno nucleare”, pertanto tutto questo deve corrispondere a verità.
 
Si tratta di un “non sequitur”, di una conclusione che non deriva dalle premesse. Se un generale dell’esercito ordina ai soldati di impegnarsi in un attacco contro un edificio, perché al suo interno esistono “sospetti terroristi”, il fatto che i soldati conducano l’attacco, e che ritengano esista la presenza di terroristi, questo non significa che i terroristi ci siano per davvero.
Per contestualizzare questo esempio con l’attuale diffusione di Wikileaks, se i leader mediorientali ed arabi considerano l’Iran come una minaccia, non è detto che questo corrisponda a verità.  
 
Ancora, consideriamo le fonti. Cosa rende i leader arabi fonti affidabili di informazione “imparziale”?
Per esempio, una “rivelazione” che ha fatto il giro del mondo ha riguardato l’insistenza del re dell’Arabia Saudita Abdullah nei confronti dell’America perché venga “tagliata la testa del serpente” iraniano, e per incalzare gli Stati Uniti a lanciare attacchi militari contro l’Iran. [3]
 
Questo è stato in larga misura interpretato dai media come la “prova” dell’esistenza di una “presa di posizione comune” sul fatto che l’Iran costituisca una “minaccia” per il Medio Oriente e per il mondo intero. Questa è stata la linea propagandistica osservata dal New York Times, da Fox News e dal governo di Israele, fra i tanti altri.  
 
Allora, abbiamo bisogno di contestualizzare correttamente questa informazione, cosa che il New York Times ha una lunga tradizione di non riuscire a fare bene (intenzionalmente, potrei aggiungere).
Io non ho dubbi sull’autenticità di questi rapporti o sulle opinioni dei leader arabi, che l’Iran costituisca una “minaccia”.
 
D’altro canto, l’Iran ha affermato che questi documenti sono “maliziosamente dannosi”, funzionali agli interessi degli Stati Uniti, ed ha sottolineato che l’Iran è “amico” dei suoi vicini. [4] Anche questa è propaganda! Quindi, è necessario contestualizzare la questione.
 
L’Iran è una nazione sciita, mentre i paesi arabi, in modo particolare l’Arabia Saudita, sono a prevalenza sunniti. Questo rappresenta un motivo di divisione fra i paesi di questa regione, almeno su una base superficiale. Comunque, la realtà è che l’Arabia Saudita e l’Iran sono ben lontani dall’essere “amichevoli”, e non sono stati in buone relazioni dal momento in cui lo Scià è stato deposto nel 1979. L’Iran è il contendente principale dell’Arabia Saudita e compete per il potere e l’influenza nella regione e, perciò, l’Iran costituisce, intrinsecamente, una minaccia politica per l’Arabia Saudita. Inoltre, gli Stati arabi, come Arabia Saudita, Bahrein, Oman, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, le cui rivendicazioni contro l’Iran sono state ampiamente pubblicizzate, devono essere inquadrati nel loro rapporto con gli Stati Uniti.
 
Gli Stati arabi sono i vassalli mandatari degli Stati Uniti nella regione. I loro eserciti sono sostenuti e sovvenzionati dal complesso industrial-militare usamericano, i loro regimi politici (in generale dittature e regimi dinastici) sono appoggiati e sostenuti dagli Stati Uniti. Lo stesso vale per Israele, anche se questo Stato, almeno in apparenza, sembra all’opinione pubblica un regime democratico, e questo vale anche per gli stessi Stati Uniti. 

Le nazioni arabe e i loro dirigenti sanno che l’unica ragione che li porta a conservare il loro potere è dovuta al fatto che gli Stati Uniti permettono loro di farlo e li aiutano in questo. Quindi, sono dipendenti dagli Stati Uniti e dal loro appoggio politico, finanziario e militare.
 
Andare contro le ambizioni usamericane nella regione è il modo sicuro per fare la stessa fine dell’Iraq e di Saddam Hussein.
 
La storia del Medio Oriente in età moderna è piena di esempi di come coloro che una volta erano burattini e favoriti speciali dell’Impero usamericano possono facilmente trasformarsi in nuovi nemici e costituire “minacce alla pace”. Avvengono i cambi di regime con la sponsorizzazione degli Stati Uniti, e si insedia un nuovo fantoccio. Se i leader arabi avessero affermato che l’Iran non era una minaccia per la pace, sarebbero stati loro a trovarsi nella condizione di obiettivi dell’imperialismo occidentale.
Inoltre, molti, come il re Abdullah dell’Arabia Saudita, nutrono tanta diffidenza e un odio così virulento verso l’Iran semplicemente perché lo considerano un temibile concorrente nell’esercizio del primato sulla regione.
 
Una cosa possiamo dire di tutti gli Stati di questa regione e dei loro capi, che sono intrinsecamente egoisti e ossessionati dalla propria conservazione e dall’espansione del potere personale.
 
L’Arabia Saudita, in particolare, non è uno spettatore passivo della battaglia contro l’Iran per l’influenza regionale.
 
Nello Yemen, l’Arabia Saudita è coinvolta in un’altra guerra di conquista imperiale scatenata dagli Stati Uniti per sopprimere i movimenti di liberazione secessionisti ed indigeni nel Nord e nel Sud dello Yemen. Lo Yemen, governato da Saleh, un dittatore appoggiato dagli Usamericani che ha assunto il potere fin dal 1978, sta collaborando con gli Statunitensi per reprimere e sopprimere la sua gente per conservare la sua presa del potere.
 
Tuttavia, molte delle rappresentazioni del conflitto, quando si danno informazioni in merito, dipingono questa come una battaglia regionale per la conquista del primato fra l’Arabia Saudita e l’Iran.
 
Mentre non vi sono dubbi, per palesi ammissioni, sul coinvolgimento dell’Arabia Saudita in questa guerra, non vi è stata alcuna informazione che l’Iran sia stato in qualche modo coinvolto, ma l’Iran è continuamente accusato, sia dall’Arabia Saudita che dallo Yemen, di essere coinvolto.
 
Questo può essere un tentativo per attirare l’Iran in un conflitto regionale per procura, se non per demonizzare semplicemente ed ulteriormente questa nazione.  
 
Nel bel mezzo di questa nuova guerra yemenita, gli Stati Uniti si sono impegnati in un affare di armi con l’Arabia Saudita, che ha battuto il record come il più grande affare di armi degli Stati Uniti in tutta la loro storia, pari a 60 miliardi di dollari.
 
L’affare, di cui non vi sono segreti, è volto ad incrementare le risorse militari dell’Arabia Saudita, al fine di coinvolgerla in maniera più efficace nella guerra dello Yemen, ma soprattutto per contestare e contrastare una maggiore influenza iraniana nella regione. In breve, gli Stati Uniti stanno armando le loro nazioni vassalle, assegnando a queste la delega per un conflitto contro l’Iran.
 
[Per un’analisi dettagliata del conflitto nello Yemen, vedi: “Yemen: The Covert Apparatus of the American Empire.”]
 
Israele non ha denunciato l’affare delle armi mentre era in corso, semplicemente perché, in ultima analisi, era un affare che serviva agli interessi di Israele nella regione, visto che il suo obiettivo principale resta l’Iran. Inoltre, Israele è rimasto sottomesso agli interessi usamericani, proprio come un delegato per procura, uno Stato vassallo degli Stati Uniti.

Se il finanziamento e le strutture militari di Israele provengono dagli Stati Uniti (ciò che avviene), rendendo così  Israele dipendente dall’America per la sua propria potenza militare, Israele non è nella posizione di imporre agli Stati Uniti di non armare altri vassalli nella regione. Se davvero si dovesse scatenare una guerra regionale contro l’Iran, cosa che è apparsa da qualche tempo come possibile, è certamente nell’interesse di Israele avere alleati contro l’Iran nella regione.

Wikileaks, è uno sforzo propagandistico?  

I leader di Israele sono stati molto categorici sul fatto che i documenti di Wikileaks non mettono in imbarazzo Israele, per nessun motivo. Prima della loro messa in diffusione, il governo usamericano aveva informato i funzionari israeliani sul tipo di documenti divulgati da Wikileaks che riguardavano Israele.[5]
 
Il Primo Ministro di Israele Benjamin Netanyahu affermava: “Non esistono differenze tra il nostro discorso pubblico e quello di Washington, ed esiste una comprensione reciproca delle nostre rispettive posizioni.”[6]
 
Il Ministro della Difesa di Israele, Ehud Barak, dichiarava che i documenti “mostrano una visione più accurata della realtà.” [7]
 
Un politico al vertice della Turchia sottolineava come l’osservazione di quali paesi fossero soddisfatti per queste diffusioni la diceva lunga, e ipotizzava che fosse stato Israele “a costruire il rilascio” dei documenti, nel tentativo di promuovere i propri interessi e di “esercitare pressioni sulla Turchia.” [8]
Inoltre, Internet e vari organi di informazione alternativa sono in fermento, esprimendo congetture che Wikileaks stesso possa costituire un fronte di propaganda, forse anche un’organizzazione di facciata della CIA, uno strumento di “controllo dell’opposizione” (che, storicamente, si sa, non è un’attività estranea a quelle della CIA).
 
Ebbene, queste supposizioni si fondano sull’uso delle informazioni diffuse nei cablogrammi, e mi colpisce la mancanza di contestualizzazione dei documenti.
Quindi, come si dovrebbe contestualizzare tutto questo? Cominciamo con Israele.
 
Certo, Israele è senza dubbio uno Stato criminale (come tutti gli Stati, in buona sostanza), ma la sua criminalità è amplificata più di quella della gran parte degli Stati su questo pianeta, forse superata solo da quella degli stessi Stati Uniti d’America.
 
La pulizia etnica di Israele nei confronti dei Palestinesi è uno dei crimini più orribili e di lunga durata contro l’umanità visti negli ultimi 50 anni, e i posteri considereranno Israele come uno Stato immorale, guerrafondaio, disumanizzante e odioso, qual è. Eppure, per quanto si possa dire di Israele, una cosa non si può dire di Israele, che sia elusivo.

Quando il premier israeliano afferma che le informazioni diffuse da Wikileaks non sono imbarazzanti per Israele, egli è per lo più corretto. Questo non avviene perché Israele non abbia nulla da nascondere, (bisogna ricordare che i documenti di Wikileaks non sono documenti “top secret”, sono semplicemente comunicazioni per via diplomatica), ma perché le informazioni scambiate per via diplomatica su Israele in gran parte riflettono la realtà delle dichiarazioni pubblicamente rese dallo stesso Israele.  

Israele e la sua élite politica non sono estranei a rendere assurde dichiarazioni pubbliche, rispetto alla guerra in agguato costante contro l’Iran e altri paesi vicini, o per propagandare le loro supposizioni sull’Iran che sta costruendo ordigni nucleari (cosa che non è mai stata provata). Pertanto, le “rivelazioni” non deturpano l’immagine di Israele, perché l’immagine di Israele, a livello internazionale, è già così pessima e spregevole, e perché i diplomatici e i politici israeliani sono in genere così sfrontati in ciò che dicono pubblicamente, e in ciò che si dicono gli uni contro gli altri, che l’immagine di Israele rimane sicuramente sempre la stessa turpe immagine.

Naturalmente, i leader israeliani - politici e militari - stanno usando le rivelazioni per sostenere che queste “giustificano” il loro punto di vista sull’Iran, che l’Iran deve considerarsi come una minaccia, che certamente è un espediente di propaganda assurda, la stessa identica tecnica adottata dai media delle corporation, che tengono conto di queste comunicazioni diplomatiche per quel che fanno apparire. 
 
Visto che l’Iran ha aspramente criticato le diffusioni di Wikileaks come propaganda occidentale rivolta contro l’Iran, questa stessa dichiarazione deve essere considerata come una forma di propaganda. Dopo tutto, è stato l’Iran a conclamare di avere rapporti “amichevoli” con tutti i suoi vicini, una affermazione falsa sia sul piano storico che su quello dell’attualità.
 
L’Iran, come tutti gli Stati, usa la propaganda per promuovere i propri interessi. L’Iran, in nessun modo, è un paese meraviglioso. Tuttavia, rispetto ai vassalli usamericani nella regione (vedi l’Arabia Saudita), l’Iran appare come un bastione di libertà e democrazia, il che è tutto dire!
 
Coloro che tentano di combattere la diffusione della disinformazione e della propaganda, me compreso, devono assumere posizioni molto critiche nei confronti delle rappresentazioni dei media e delle tante campagne contro l’Iran.  
 
L’Iran è decisamente negli obiettivi delle ambizioni imperiali degli Stati Uniti, questo non è un segreto. Allora, non vi è nulla nell’attuale infornata di comunicati Wikileaks che mi colpisca come non autentici in relazione all’Iran, in particolare quei documenti che riguardano le opinioni di diplomatici occidentali e dei leader arabi nei confronti dell’Iran.

Senza dubbio, costoro esprimono queste opinioni in quanto riflettono semplicemente le priorità politiche degli Stati Uniti e dell’Occidente, e non perché corrispondano in buona sostanza alla realtà dei fatti. In questo, dobbiamo saper decifrare fra veridicità e precisione.  
 
L’Iran, con l’affermare che i documenti di Wikileaks sono propaganda, usa termini impropri e fuorvianti. Gli analisti non devono solo valutare criticamente l’autenticità dei documenti, (e le fonti da cui questi provengono), ma anche, e forse la cosa è ancora più importante, devono analizzare criticamente l’interpretazione di tali documenti.
 
Così, mentre io non metto in dubbio l’autenticità dei documenti che interessano come viene percepito dall’Occidente e dal Medio Oriente l’Iran, (in quanto paese che si inserisce nel più ampio panorama delle realtà geopolitiche della regione), è l’interpretazione della documentazione che io ritengo frutto di attivi sforzi propagandistici da parte dei governi occidentali e dei media.
 
I metodi di questo sforzo di propaganda, tuttavia, consistono nel raffigurare i documenti come “valutazioni su dati di fatto” di una realtà effettiva, cosa che non lo sono.
 
I documenti sono reali in quanto rappresentano solo le opinioni di coloro che li hanno scritti, e questo non significa che corrispondano ai fatti nella loro sostanza. Qui sta la differenza, ed assumere consapevolezza di questa differenza è incredibilmente importante, sia per lo svelamento della propaganda che per un contributo alla verità.

La verità circa la diplomazia

Su questo argomento, Craig Murray è una voce che dovrebbe essere ascoltata.
 
Craig Murray è un ex ambasciatore britannico in Uzbekistan, che si era fatto un nome per avere denunciato come del tutto inaffidabili informative spionistiche dall’Uzbekistan relative ad al-Qaeda, a causa dei metodi di tortura usati per ottenere le informazioni (come l’immersione di persone vive in acqua bollente).
 
Queste note di spionaggio venivano passate alla CIA e al MI6, mentre Murray le definiva come “effettivamente scorrette e completamente inaffidabili”. Quando Murray aveva espresso le sue preoccupazioni ai più alti in grado nel servizio diplomatico britannico, veniva rimproverato di parlare di “diritti umani”. [9]
 
Il Ministero per gli affari esteri e per il Commonwealth (FCO) avvisava Murray che aveva una settimana di tempo per dimettersi, e Murray veniva minacciato di possibili azioni giudiziarie o addirittura del carcere per aver rivelato “segreti di Stato”. [10] Successivamente veniva rimosso dal suo incarico di ambasciatore, e da allora si è trasformato in un attivista politico. 

In breve, Murray rappresentava il tipo di diplomatico che si dovrebbe desiderare: onesto. Purtroppo, egli rappresentava esattamente il tipo di diplomatico che i poteri imperialisti occidentali non desiderano: onesto.
 
Nel bel mezzo delle più recenti diffusioni di documenti diplomatici da parte di Wikileaks, Craig Murray veniva invitato dal Guardian a scrivere un articolo sulle sue interpretazioni del fenomeno. Come Murray ha fatto notare in seguito, il giornale piazzava il suo articolo, in forma largamente ridotta, quasi nascosto all’interno di un lungo articolo, un compendio dei vari commenti su Wikileaks. Murray, tuttavia, ha pubblicato la versione completa sul suo sito web.
 
Nell’articolo, Murray inizia valutando le considerazioni dei funzionari governativi di tutto il mondo, in modo particolare negli Stati Uniti, su come Wikileaks… esponga gli Stati Uniti ad un “danno”, come ponga le vite a rischio e come “incoraggerà l’estremismo islamico”, e in special modo Murray considera l’opinione generale che “la segretezza governativa è fattore essenziale per la sicurezza di tutti.” 
 
Murray spiega che, avendo gestito un incarico diplomatico per oltre 20 anni, aveva molto familiarità con questi argomenti, e quindi poteva asserire che un risultato particolare che Wikileaks avrebbe conseguito consisteva nel fatto che i diplomatici non sarebbero stati più franchi nelle loro valutazioni, “se queste valutazioni potevano diventare di dominio pubblico”.

 Murray sviluppa il concetto:
“Mettiamola in un altro modo. La miglior valutazione è quella che tu… non saresti predisposto a difendere in pubblico. Davvero? Perché? Nel mondo globalizzato di oggi, le Ambasciate non sono le uniche fonti di conoscenza comprovata. Spesso organizzazioni commerciali, accademiche e culturali con sedi all’estero sono molto meglio informate. La migliore valutazione politica non è una valutazione che può passare al vaglio di una critica serrata. Quello che, naturalmente, la classe dirigente intende è che gli Ambasciatori dovrebbero essere liberi di consigliare cose che l’opinione pubblica in generale potrebbe considerare con obbrobrio profondo, senza alcun pericolo di essere scoperti. Ma in una democrazia, davvero potrebbero venire autorizzati a fare questo?” [11]
 
Murray esplicitamente ha posto la questione, perché un tipo di comportamento che viene considerato riprovevole dalla maggior parte delle persone - come la menzogna – “dovrebbe essere considerato accettabile, o addirittura lodevole, in diplomazia.”
 
Murray spiega che i diplomatici britannici, “credono che la loro professione li esenti dai vincoli normali di un comportamento decente, fino al culto delle proposizioni di Machiavelli, un orgoglio nella loro stessa amoralità.”  
 
Inoltre, afferma che i diplomatici provengono da uno strato sociale superiore, da una cerchia molto ristretta, e “vedono se stessi come superuomini nietzschiani ultra-intelligenti, al di sopra della moralità normale”, socialmente collegati alla élite politica.
 
Nel criticare le affermazioni fatte da molti commentatori, che la diffusione dei documenti può produrre pericoli per la vita di certi personaggi,  Murray ha scritto acutamente che questa prospettiva necessita di “andare al pari del rischio che hanno dovuto subire le centinaia di migliaia di morti reali prodotti dalla politica estera degli Stati Uniti e da coloro che hanno congiurato con gli Statunitensi negli ultimi dieci anni.”
 
Inoltre, per coloro che ipotizzano che Wikileaks sia un’operazione di natura psico-propagandistica o che Wikileaks sia una “copertura della CIA”, Murray ha avuto questo da dire:
 
Naturalmente i documenti riflettono il punto di vista degli Stati Uniti – sono comunicazioni ufficiali del governo degli Stati Uniti. Quello che mettono in evidenza è qualcosa a cui ho assistito personalmente, cioé che i diplomatici sono una classe che molto raramente dicono verità sgradevoli ai politici, ma piuttosto riferiscono e avvalorano quello che i loro dirigenti superiori vogliono sentire, nella speranza di ricevere avanzamenti di carriera.
Vi è quindi una quantità enorme di informazioni circa un supposto arsenale nucleare iraniano e una enfatizzazione della capacità dell’Iran di produrre testate nucleari. Ma non vi è nulla sul massiccio arsenale nucleare di Israele.
Questo non è perché sia stato Wikileaks a censurare le comunicazioni critiche nei confronti di Israele. La causa sta nel fatto che qualsiasi diplomatico statunitense che avesse prodotto una relazione pubblica e onesta sui crimini di Israele si sarebbe trovato immediatamente nella condizione di ex diplomatico, di diplomatico disoccupato.”[12]
 
Murray conclude il suo articolo con l’affermazione che tutti dovrebbero tenere ben in mente: 
La verità aiuta la gente contro le élite ingorde e rapaci – in ogni dove!” [13]

Ordine mondiale e risveglio politico globale

Nel tentativo di capire Wikileaks e i suoi effetti potenziali, (cioè, se i media alternativi e i cittadini attivisti si avvalessero di questa opportunità), dobbiamo inquadrare Wikileaks all’interno di un più ampio contesto geopolitico.
 
La nostra società di uomini esiste come sistema complesso di interazioni sociali. Per quanto potenti e dominanti siano state e siano le élite, dobbiamo capire che queste non sono onnipotenti, costoro sono uomini e imperfetti, come lo sono i loro metodi e le loro idee.
 
Ci sono altri fattori che influenzano la società degli uomini, e queste varie interazioni hanno creato e cambiato il mondo in quello che è, e determineranno dove il mondo deve andare. In effetti, nulla è preordinato, nulla è precisamente stabilito.
 
Certamente, i progetti sono predisposti dalle élite, che strutturano idee per rimodellare e controllare la società. Tuttavia, la società, - e nel mondo globalizzato, la “società globale” - reagisce ed interagisce con le forze e le idee delle élite.
 
Così come le persone possono reagire e fare esperienza delle ripercussioni prodotte dai cambiamenti nei processi élitari, allora anche le élite reagiscono e fanno esperienza delle ripercussioni dovute ai cambiamenti nei processi sociali.
 
Oggi, possiamo concettualizzare questa dicotomia – la realtà geopolitica del mondo – con “Il Risveglio Politico globale e il Nuovo Ordine mondiale:
 
Esiste uno sviluppo nuovo e mai visto in precedenza nella storia dell’uomo, che si sta producendo in tutto il mondo; è senza precedenti per portata e dimensioni, e quindi costituisce la più grande minaccia a tutte le strutture di potere globale: il “risveglio politico globale”.
 
Il termine è stato coniato da Zbigniew Brzezinski, e, come ha scritto Brzezinski, si riferisce alla questione:  
 
“Per la prima volta nella storia quasi tutta l’umanità è politicamente attivata, politicamente consapevole e politicamente interattiva. L’attivismo globale sta generando un incremento tumultuoso in relazione agli aspetti culturali e alle opportunità economiche, in un mondo segnato dalle memorie della dominazione colonialista ed imperialista.”
 
In buona sostanza, questo potente “risveglio politico globale” rappresenta la sfida più seria e più grave ai poteri organizzati della globalizzazione e al sistema politico economico globale: gli Stati-nazione, le corporation e le banche multinazionali, le banche centrali, le organizzazioni internazionali, gli eserciti, i servizi di spionaggio, le istituzioni accademiche e il sistema dei media. La Classe Capitalista Transnazionale (TCC), o “Superclasse”, così viene definita da David Rothkopf, è globalizzata come mai prima. Per la prima volta nella storia, si è venuta a formare una élite sicuramente globale e profondamente integrata.
 
Dal momento che le élite hanno globalizzato il loro potere, cercando di costruire un “Nuovo Ordine mondiale” per dominare il mondo e in definitiva un governo globale, hanno nel contempo globalizzato i popoli. 
 
La “Rivoluzione Tecnologica” (o Rivoluzione “Tecnetronica”, così definita da Brzezinski nel 1970) implica due importanti sviluppi geopolitici.
 
Il primo si riferisce al fatto che, conseguentemente alle conquiste tecnologiche, i sistemi di comunicazione di massa sono in rapido sviluppo accelerato e quindi le persone nel mondo sono in grado di interagire istantaneamente fra di loro e di avere accesso alle informazioni provenienti da tutto il mondo. In ciò risiede il potenziale, e in definitiva la fonte centrale, di un massiccio risveglio politico globale.  

Nello stesso tempo, la Rivoluzione Tecnologica ha consentito alle élite di imporre alla società un nuovo indirizzo e un nuovo controllo, in modo mai prima immaginato, che in ultimo sta sfociando in una dittatura scientifica globale, come alcuni avevano messo in guardia già a partire dai primi decenni del ventesimo secolo.
 
Il potenziale per il controllo delle masse non è stato mai così grande, e la scienza scatena il potere della genetica, della biometria, della sorveglianza e di nuove forme di moderna eugenetica; tutto ciò viene implementato da una élite scientifica ben equipaggiata con sistemi di controllo psico-sociale (l’uso della psicologia per il controllo delle masse). 
 
Brzezinski ha trattato ampiamente il problema del “Risveglio Politico Globale” nei suoi scritti e nelle conferenze presso centri studi delle varie élite in tutto il mondo, “informando” le élite sulle dinamiche globali del cambiamento. 
 
Brzezinski è uno dei principali rappresentanti dell’élite mondiale e uno dei più influenti intellettuali élitari nel mondo. La sua analisi sul “risveglio politico globale” è utile in quanto la sua interpretazione di questo risveglio come la principale minaccia globale alle élite è di interesse generale. Così, le persone dovrebbe considerare il concetto di “risveglio politico globale” come la più grande potenziale speranza per l’umanità, che dovrebbe essere portata avanti e fatta progredire, in opposizione al punto di vista di Brzezinski su come il risveglio dovrebbe essere controllato e represso.
 
Tuttavia, risulta più efficace lasciare che sia Brzezinski a spiegare questo concetto attraverso le sue parole, per consentire di comprendere come, da parte sua, il risveglio costituisca una “minaccia” agli interessi delle élite:
 
“Per la prima volta nella storia quasi tutta l’umanità è politicamente attivata, politicamente consapevole e politicamente interattiva. Vi sono poche sacche di umanità che vivono in angoli remoti del mondo che non sono politicamente vigili e coinvolte in agitazioni politiche e sommovimenti, oggi tanto diffusi nel mondo intero. Il risultante attivismo politico globale sta provocando un’ondata di richieste di dignità personale, di relazioni culturali e di opportunità economiche in un mondo ancora dolorosamente sgomento per il ricordo di una dominazione straniera colonialista ed imperialista che è durata per secoli...Il desiderio ardente per la dignità dell’uomo che percorre il mondo è la sfida centrale inerente al fenomeno del risveglio politico globale.  
 
…L’America ha bisogno di affrontare con coraggio una nuova realtà globale di centrale importanza: che la popolazione del mondo sta sperimentando un risveglio politico senza precedenti per portata ed intensità, con il risultato che le politiche di populismo si stanno trasformando in politiche di potere. La necessità di dare risposte a questo fenomeno di massa pone agli Stati Uniti, unico sovrano, uno storico dilemma: quale dovrebbe essere la definizione dirimente del ruolo globale degli Stati Uniti?
 
La fondamentale sfida del nostro tempo viene lanciata non dal terrorismo globale, ma piuttosto dall’intensificarsi della turbolenza prodotta dal fenomeno del risveglio politico globale. Questo risveglio sta radicalizzandosi con modalità politiche socialmente rilevanti.
 
…Non è esagerato asserire che attualmente, nel ventunesimo secolo, i popoli di molte parti del mondo in via di sviluppo siano politicamente in agitazione e in subbuglio.Sono popoli acutamente consapevoli dell’ingiustizia sociale ad un grado senza precedenti e spesso gonfi di risentimento in quanto percettori della loro insufficiente dignità politica.
Il pressoché universale accesso all’uso della radio, della televisione e in maniera crescente ad Internet sta creando un insieme di percezioni condivise e di rivalse, che possono essere galvanizzate e solcate da passioni demagogiche, politiche o religiose.
Queste energie trascendono i confini sovrani e lanciano una sfida sia all’esistenza degli Stati che all’esistenza di una gerarchia globale, al vertice della quale gli Stati Uniti d’America ancora stanno appostati.
 
… I giovani del Terzo Mondo sono particolarmente inquieti e pieni di risentimento. La rivoluzione demografica che essi incarnano è quindi una bomba politica a tempo. Fatta eccezione per l’Europa, il Giappone e gli Stati Uniti, l’incremento demografico rapidamente in espansione per la fascia di età dei venticinquenni e di età inferiore sta creando una massa smisurata di giovani impazienti. Le loro menti sono state agitate da suoni ed immagini che provengono da lontano e che intensificano la loro disaffezione per ciò che hanno a portata di mano. È probabile che la loro potenziale punta di diamante rivoluzionaria emerga tra le decine di milioni di studenti concentrati negli istituti educativi di “terzo livello”, spesso dai contenuti intellettuali discutibili, dei paesi in via di sviluppo. In subordine alla definizione di terzo livello educazionale, attualmente nel mondo si possono contare fra 80 e 130 milioni di studenti di “college”. Provenienti tipicamente dal ceto medio inferiore socialmente insicuro e infiammati da un senso di indignazione sociale, questi milioni di studenti sono rivoluzionari in pectore, già semi-mobilitati in larghe congregazioni, connessi attraverso Internet e pre- posizionati per una replica su scala più ampia di ciò che è accaduto anni prima a Città del Messico o in piazza Tiananmen. La loro energia fisica e le loro frustrazioni emozionali sono allora in attesa di venire scatenati per un ideale, o da un credo religioso o dall’odio.”
 
Brzezinski presuppone quindi che per affrontare questa nuova “sfida” globale ai poteri consolidati, in particolare agli Stati-nazione che non possono intervenire adeguatamente su popolazioni sempre più non-flessibili, e che non possono dare risposte adeguate a richieste populiste, ciò che viene richiesto è “sempre più la cooperazione sovranazionale, attivamente promossa dagli Stati Uniti.”
In altri termini, Brzezinski vede con favore una “internazionalizzazione” crescente e in espansione, e non sorprende che egli abbia gettato le basi intellettuali della Commissione Trilaterale.
 
Egli afferma che la “Democrazia per sé non rappresenta una soluzione permanente”, visto che potrebbe essere superata da un “Populismo radicalmente rancoroso.”
 
Questa è sicuramente una nuova realtà globale:
 
“L’umanità politicamente risvegliata anela alla dignità politica, che la democrazia può accrescere, ma la dignità politica comprende anche autodeterminazione etnica o nazionale, auto-definizione religiosa, e diritti sociali ed umani, il tutto in un mondo ormai profondamente consapevole delle ingiustizie economiche e delle disuguaglianze razziali ed etniche. La richiesta di dignità politica, specialmente attraverso l’autodeterminazione nazionale e le trasformazioni sociali,  è parte dell’impulso a farsi valere da parte dei non privilegiati del mondo.”
 
Poi, Brzezinski scrive: “Una efficace risposta può solo provenire da un’America che ha fiducia in se stessa, genuinamente impegnata per una nuova visione di solidarietà globale.” 
 
L’idea è quella di fornire risposte ai malcontenti provocati dalla globalizzazione e dalle strutture di potere globale: il mondo e gli Stati Uniti devono espandere ed istituzionalizzare il processo di globalizzazione, non solamente nella sfera economica, ma anche in quella sociale e politica.
 
È una logica incrinata, a dir poco, che la risposta a queste problematiche sia quella di accrescere e consolidare le crepe sistemiche che lo stesso sistema ha prodotto. Non è possible spegnere un incendio aggiungendo benzina.   
 
Brzezinski continua: “Sia detto subito che sovranazionalità non deve essere confusa con governo mondiale. Anche se auspicabile, l’umanità non è minimamente pronta per un governo mondiale, e il popolo usamericano certamente non lo desidera.” 
 
Tuttavia, Brzezinski argomenta che gli Stati Uniti devono essere centrali nella costruzione di un sistema a governabilità mondiale, “nel plasmare un mondo che è definito meno dalla finzione della sovranità statale e più dalla realtà di una interdipendenza in espansione e politicamente regolata.” 
 
In altre parole, non “governo globale” ma “governabilità globale”, che è semplicemente un espediente retorico per definire la “global governance”, e non importa quanto le due espressioni si sovrappongono, se sporadicamente e saltuariamente si presentano, in realtà si tratta di un passaggio fondamentale e di una transizione indispensabile verso un governo effettivamente globale.
 
[Vedi: Andrew Gavin Marshall, The Global Political Awakening and the New World Order, Global Research, 24 giugno 2010]

Concettualizzare Wikileaks

Credo che Wikileaks deve essere concettualizzato nell’ambito della nostra comprensione di questa realtà geopolitica, di cui attualmente siamo spettatori.
 
Mentre infatti è necessario essere scettici su tali divulgazioni imponenti, dobbiamo permettere a noi stessi di ricordare che ci possono sempre essere delle sorprese - per tutti - e che il futuro è sempre denso di incognite. Veramente, può succedere qualsiasi cosa. 
 
C’è della logica ovviamente dietro lo scetticismo automatico e il sospetto su Wikileaks da parte dei media alternativi; tuttavia, si rischia di perdere anche l’incredibile opportunità offerta da Wikileaks, non solo di raggiungere più persone con informazioni importanti, ma di informare in modo migliore rispetto a come l’informazione ufficiale fa. 
 
In relazione a coloro che reputano Wikileaks una manifestazione di una cospirazione o un complotto, come un’operazione psicologica (psy-op) di una qualche natura mediante informazioni, mentre in realtà queste cose in passato sono sempre avvenute, semplicemente non esistono prove di tutto questo, finora. Ogni analisi di questo concetto si basa su congetture.
 
Molti paesi in tutto il mondo, in particolare in Medio Oriente e in Asia, stanno puntando il dito contro le nazioni dell’Occidente per essersi impegnate in una campagna di propaganda occulta, volta a creare discordia tra Stati e alleati.
 
A muovere precise accuse sono l’Iran, la Turchia, il Pakistan e l’Afghanistan. Non fa sorpresa che molte di queste nazioni, in particolare l’Iran, siano bersagli della politica imperiale degli Stati Uniti.  
 
Tuttavia, quando i documenti rivelati da Wikileaks trattano in modo pesante e negativo di Iran, Pakistan, Afghanistan, Russia, Cina, Venezuela, ecc., bisogna sempre tenere presente che si tratta di “cablogrammi diplomatici” e quindi rappresentano solo “opinioni e considerazioni” di elementi del corpo diplomatico, un gruppo sociale che è storicamente ed attualmente profondamente coinvolto e sottomesso all’ideologia e ai metodi delle élite.
 
In breve, costoro sono inviati imperiali all’estero e, come tali, sono ideologicamente imperialisti e rappresentano gli interessi dell’Impero.
 
Come è avvenuto storicamente, e come anche attualmente sta accadendo, gli obiettivi imperiali sono nascosti sotto la retorica politica. Dato che, politicamente, si tratta di nazioni fatte bersaglio dalla élite imperiale usamericana, i rappresentanti diplomatici degli Stati Uniti si concentreranno su queste nazioni, e adotteranno le stesse idee e convinzioni delle loro élite.
 
A quante persone della diplomazia è stato mai dato di sollevare interrogativi, e quindi di non tenere in conto delle tecniche gestionali dei loro superiori?

Così, nelle loro rispettive nazioni e durante le operazioni, i diplomatici cercheranno di ottenere informazioni che bersagliano queste nazioni, o finalizzate a specifici obiettivi imperiali usamericani.
 
Se tutte le informazioni da loro raccolte sono voci e congetture e punti di discussione triti e ritriti, questo è ciò che traparirà dai loro rapporti diplomatici. Infatti, questo è ciò che esattamente è avvenuto. I cablogrammi sono pieni di chiacchere e accuse non supportate.
 
Naturalmente, nello specifico, assumono come bersagli le nazioni ritenute geopoliticamente rilevanti per gli interessi imperiali degli Stati Uniti, e sono ben lungi da fornire informazioni significative su Israele e su altre nazioni alleate.
 
Questo è il motivo per cui a me questi cablogrammi sembrano autentici. Questi sono la rappresentazione della realtà da parte del “gruppo sociale diplomatico” e quindi possono contribuire ad una vivida esplorazione nello studio dell’imperialismo. Noi abbiamo ricevuto l’opportunità di analizzare le “comunicazioni” della diplomazia imperiale. Proprio per questo, sicuramente ci è stata fornita un’incredibile opportunità!
 
Inoltre, per quanto riguarda molte nazioni del Medio Oriente e dell’Asia che inquadrano Wikileaks come “un complotto occidentale”, al pari dei pensatori critici dobbiamo prendere atto della realtà geopolitica del “risveglio politico globale”.
 
Tutti gli Stati sono interessati ed egoisti, perché questa è la natura di uno Stato. Le élite in tutto il mondo sono consapevoli della realtà e delle potenzialità della forza politica del “risveglio politico globale” e, quindi, cercano di sopprimere o cooptare questo potenziale.
 
Gli Stati, (come l’Iran) che sono più spesso considerati dalla stampa critica come “bersagli” delle potenze imperiali dell’Occidente, cercano di usare questa potenza a proprio vantaggio. Possono tentare di controllare e governare in loro favore il “risveglio globale” e i “media alternativi”, per acquisire potere politico.
 
Però, i media alternativi non devono “scegliere una parte” in contrapposizione alle élite e alle strutture di potere globali; noi dobbiamo mantenere un atteggiamento critico nei confronti di tutte le parti e di tutti gli attori.
 
Wikileaks sta ricevendo dal pubblico un’incredibile attenzione e sta raggiungendo sempre nuovi lettori e fruitori, a livello globale e perfino negli Stati Uniti, soprattutto fra i giovani. Le opinioni delle persone stanno cominciando a cambiare su una molteplicità di argomenti.
 
La questione è: i media alternativi ignoreranno Wikileaks, e si isoleranno, o si impegneranno su Wikileaks, e così impediranno ai principali media delle corporation della comunicazione di avere il “monopolio dell’interpretazione”, che diventa di per sé propaganda?
 
Wikileaks sta avendo ripercussioni a livello mondiale, ed è stato propizio per l’industria della carta stampata e delle comunicazioni, che stava riscontrando un costante declino. Anche questo può sollevare la discussione su come raggiungere un pubblico nuovo e in crescita, per portarlo a nuovi punti di vista.

Se non entriamo in contatto con questo pubblico vasto, siamo destinati a parlarci addosso, gli uni agli altri, ulteriormente isolandoci, e in ultima analisi, diventando incapaci ed inefficaci per un cambiamento. Abbiamo bisogno di raggiungere nuovi ascolti, e questa è un’incredibile opportunità per farlo. Le persone sono interessate, le persone sono curiose, le persone sono affamate di informazioni, sempre di più.

Wikileaks e i media

Invece di deridere Wikileaks, in quanto “non ci dice nulla che non sapevamo prima”, forse i mezzi di comunicazione alternativi dovrebbero usare la popolarità e l’impulso di Wikileaks per ricavare da Wikileaks la documentazione e le analisi che possono rafforzare ulteriormente le nostre argomentazioni e le nostre convinzioni.
 
Ciò consentirà ad altri, soprattutto ad un nuovo pubblico di persone interessate in tutto il mondo, di inquadrare le diffusioni di Wikileaks all’interno di un contesto e di una comprensione più ampi.
 
I documenti pubblicati da Wikileaks sono “rivelazioni” solo per coloro che aderiscono in modo largo alle “illusioni” del mondo: gli “illusi” ritengono che viviamo in “democrazie”, che promuovono la “libertà” in tutto il mondo e nel loro paese, ecc.
 
Le “rivelazioni”, tuttavia, non stanno semplicemente mettendo in crisi i punti di vista degli Statunitensi rispetto agli Stati Uniti, ma anche di tutte le altre nazioni e delle loro popolazioni.
 
Il fatto che queste persone stiano leggendo e scoprendo cose nuove, per le quali si sta sviluppando un loro interesse, è un cambiamento incredibile.
 
Probabilmente questo è il fatto per cui i media delle corporation sono così pesantemente coinvolti nella diffusione di queste informazioni (il che, di per sé, costituisce la grande fonte di sospetto per i media alternativi): questi media vogliono controllare l’interpretazione del messaggio. (N.d.tr.: con i “media delle corporation” si vuole intendere l’americano New York Times, il tedesco Der Spiegel, l’inglese Guardian, il francese Le Monde e lo spagnolo El Pais, ai quali Wikileaks ha assegnato il ruolo ufficiale di diffusori dei cablogrammi diplomatici riservati.)
 
È compito dei media alternativi, degli intellettuali e di altre persone con capacità critiche di contrapporsi a tale interpretazione con analisi basate su dati incontestabili. Le diffusioni di Wikileaks, infatti, forniscono a noi più elementi da introiettare a sostegno delle nostre interpretazioni, piuttosto che ai media delle corporation per le loro.    
 
Ci siamo chiesti perché le diffusioni di Wikileaks sono state autentiche “rivelazioni” per la maggior parte della gente? Beh, il dato è stato sorprendente semplicemente per il fatto che i media stessi hanno una forte presa sull’accesso, sull’interpretazione e sulla diffusione delle informazioni.
 
Queste pubblicazioni costituiscono “rivelazioni”, in quanto la gente è indottrinata attraverso “miti”.
Per i media alternativi non ci sono state “rivelazioni”, perché queste cose le andiamo affermando da anni.
 
 Tuttavia, mentre non necessariamente si tratta di “rivelazioni”, di fatto possono essere “conferme” e “convalide”, e procurare più informazioni per le analisi. È in questo che sta la grande opportunità. Per quanto le rivelazioni supportino e forniscano più puntuali informazioni ai nostri punti di vista, possiamo elaborare questo concetto ed esaminare come Wikileaks possa portare contributi e sostegni all’analisi critica.

Per coloro che solo di recente si sono interessati alle informazioni e alla loro ricerca, o per coloro che stanno per mutare le loro precedenti prese di posizione, sono i media alternativi e le voci critiche che solamente possono inquadrare tali informazioni in un contesto più ampio, anche per tutti gli altri. In questo caso, più persone vedranno come i media alternativi e le opinioni critiche sono molto più corrispondenti alla realtà di quel che vanno raccontando i media tradizionali (per i quali Wikileaks è una “rivelazione”). Così, più persone potrebbero presto iniziare ad avvicinarsi ai media alternativi e alle idee diffuse da questi; dopo tutto, sono state le nostre opinioni a ricevere delle convalide, non quelle propinate dai soliti media (anche se ora tentano di effettuare una virata!).
 
Siamo sotto una pesante offensiva propagandistica da parte dei media tradizionali delle corporation globali, che tentano di giostrare e manipolare queste fughe di notizie per i propri interessi. Noi, come media e voci alternativi, dobbiamo utilizzare Wikileaks a nostro vantaggio.
 
Ignorare questo, significherebbe solo danneggiare la nostra causa e minare la nostra forza. I media del mainstream lo hanno capito, e così dobbiamo fare noi. Wikileaks presenta di per sé un’ulteriore occasione per smascherare i media tradizionali come fonti di propaganda organizzata. “Sorprendendo” così tanta gente con le “rivelazioni”, i media hanno in effetti messo in luce la profonda inadeguatezza delle loro analisi del mondo e delle grandi questioni globali.
 
Mentre attualmente i media tradizionali stanno ricevendo un eccezionale lancio pubblicitario, noi siamo nondimeno immersi nell’era della “Rivoluzione Tecnologica”, ed esiste (per ora, almeno) la libertà di Internet e, quindi, la marea può ben presto invertirsi.
 
Come dice il proverbio, “l’uomo ricco ti venderà la corda per impiccarlo, se pensa per questo di guadagnarci un dollaro”. Forse i media della solita informazione hanno fatto lo stesso!
 
Nessun altro sistema organizzato è stato in grado di diffondere tanto materiale in modo così rapido e con una tale portata mondiale come i mezzi di informazione mainstream.
 
Se i rapporti diplomatici inizialmente fossero stati diffusi da media alternativi, allora queste informazioni avrebbero raggiunto solo coloro che già leggono la stampa alternativa. Per questo, essi non sarebbero stati grandi “rivelazioni” e avrebbe prodotto un effetto sordina. L’esposizione globale del materiale Wikileaks da parte dei mezzi di comunicazione mainstream (non importa se le loro interpretazioni sono presentate in modo tendenzioso e propagandistico), ha cambiato il significato e la dinamica delle informazioni.
 
Raggiungendo un pubblico più ampio e nuovo, le voci alternative e critiche possono cooptare queste nuove fasce di pubblico; condurle lontano dal regno del “controllo” dell’informazione e portarle nel regno dell’“accesso” corretto all’informazione.
 
Potenzialmente, questa è una delle più grandi opportunità che si presentano alle voci alternative e critiche del mondo.
 
Wikileaks è un evento globale di trasformazione. Non semplicemente in termini di presa di conoscenza da parte di nuove persone alle “nuove” informazioni, ma anche in termini degli effetti che Wikileaks che sta avendo sulle strutture di potere globale.
 
Con ambasciatori che si dimettono, diplomatici che vengono messi in vetrina come bugiardi e burattini, in presenza di fratture politiche che si stanno manifestando tra gli alleati imperiali dell’Occidente, con le molte carriere e reputazioni delle élite a grande rischio in tutto il mondo, Wikileaks sta creando il potenziale per un deterioramento enorme dell’efficacia dell’imperialismo e del dominio.
 
Questo, di per sé, è un obiettivo straordinario e utile. Che questo sia già una realtà, è rappresentativo di come Wikileaks potrebbe avere e abbia una potenzialità di una effettiva trasformazione. Tantissime persone, a livello globale, stanno cominciando a osservare i loro leader attraverso lenti prive dei filtri delle “pubbliche relazioni”.
 
Attraverso i media mainstream, le informazioni arrivano filtrate attraverso la propaganda, motivo per cui è un dovere essenziale dei mezzi di comunicazione alternativi e dei pensatori critici di inquadrare queste informazioni in un più ampio contesto globale. Ciò potrebbere ulteriormente erodere l’efficacia dell’ Impero.
 
Vista la reazione di diversi Stati e di organizzazioni poliziesche nell’emettere mandati di arresto per Julian Assange, o nel pretendere addirittura il suo assassinio, (come un consigliere ha proposto in televisione al Primo Ministro del Canada), queste organizzazioni e questi individui stanno palesando tutto il loro odio per la democrazia, per la trasparenza e la libertà di informazione.
 
Le loro reazioni possono essere utilizzate per screditare la loro legittimità a “governare”.  
Si suppone che le agenzie di polizia dovrebbero “proteggere e servire”; perché stanno cercando invece di “punire e sconvolgere” coloro che mettono in luce la verità?
 
Ancora, questo non desta sorpresa su coloro che attentamente studiano la natura dello Stato, e in particolare il fenomeno moderno della militarizzazione delle società nazionali e lo smantellamento dei diritti e delle libertà. Tuttavia, questo sta accadendo davanti agli occhi del mondo intero, e le persone vi stanno prestando attenzione. Questa è la novità!
 
Ora viene offerta l’incredibile opportunità di contestare la politica estera dell’Impero (leggi: la “strategia imperiale”), e di sfasciare molte strutture di potere globale. Ora, molta più gente che mai sarà disposta ad ascoltare, imparare e fare inchieste per se stessa.
 
Wikileaks dovrebbe essere considerato come un “dono”, non una “distrazione”.
 
Invece di concentrarci sulle parti dei cablogrammi di Wikileaks che non riflettono i punti di vista dei mezzi di comunicazione alternativi (come avviene per l’Iran), dobbiamo utilizzare Wikileaks per ottenere informazioni per meglio comprendere non solo la “politica” in sé, ma il complesso delle interazioni sociali e le idee che creano la base per la “politica” da realizzare.
 
Per quanto riguarda gli stessi dispacci diplomatici, siamo in grado di capire meglio la natura dei diplomatici come “agenti dell’Impero”, e così, invece di ridurre le loro note informative a pura “propaganda”, dobbiamo usarle contro lo stesso apparato imperiale: per smascherare l’Impero per quello che è.
 
Wikileaks aiuta a dichiarare guerra e a lacerare la retorica che sta dietro alla politica imperiale, e a mettere a nudo i diplomatici non come “osservatori informati”, ma come “agenti del potere.”
 
La reazione da parte di nazioni, organizzazioni e istituzioni, in tutto il mondo, aggiunge ulteriore benzina a questo approccio, visto che stiamo assistendo alla totale avversione da parte di leader politici per la “democrazia” e la “libertà di informazione”, nonostante la loro retorica. In questo modo, molte istituzioni di potere possono venire più ampiamente portate allo scoperto.
 
Un recente contribuito a questa analisi può derivare dal considerare il ruolo giocato dalle università non nel campo dell’“istruzione”, ma dell’“indottrinamento”, e nella formazione di nuovi “agenti del potere.” Ad esempio, la Columbia University è una delle più “riconosciute ” e “prestigiose” università del mondo, che ha contribuito alla formazione di molti soggetti e settori significativi della élite politica (compresi i diplomatici).
 
Con riferimento alle diffusioni di Wikileaks, la Columbia University ha avvertito gli studenti che “scaricare il materiale di Wikileaks mette a rischio le loro prospettive di lavoro futuro”, e, a seguire, l’avviso di “un divieto del governo rivolto ai dipendenti, stimati oltre due milioni e mezzo di persone, ad usare i computer di lavoro e altri dispositivi di comunicazione per consultare i dispacci diplomatici rilasciati da Wikileaks.”

L’Università ha inviato questo messaggio “via e-mail agli studenti della scuola universitaria di diritto pubblico ed internazionale, un terreno di reclutamento per il Dipartimento di Stato.”[14]  Buon per la Columbia! È questo che pensano le università per “istruzione”, o qualcosa del genere? Gli studenti non devono osare prendere l’istruzione nelle loro proprie mani, in particolare gli studenti che saranno probabilmente i diplomatici del futuro.
 
Questa reazione dell’Università a Wikileaks aiuta a porre l’attenzione sul ruolo delle università nella nostra società, e in particolare il ruolo delle università nella formazione dei futuri “manager” dell’apparato imperiale.

Wikileaks come opportunità

ia Wikileaks una psy-op, un’operazione psicologica, questa è l’operazione più stupida o più intelligente mai intrapresa. Ma una cosa è certa: i sistemi e le strutture di potere sono nella fase di venire disvelati ed esposti ad un pubblico molto più vasto che mai.
La domanda per i media alternativi e per i ricercatori critici, allo stesso modo, è come utilizzeranno costoro queste informazioni e questa opportunità?

Julian Assange, recentemente intervistato dal Time Magazine su Wikileaks, ha spiegato ad un non adeguatamente informato cronista del Time Magazine che le organizzazioni con attività riservate devono essere portate allo scoperto:

Se le loro attività e comportamenti vengono rivelati al pubblico, a queste organizzazioni restano solo due possibilità: una è di riformarsi in modo tale che possano andare fiere dei loro sforzi, e orgogliose di mostrare al pubblico le loro attività. Oppure, l’altra è di chiudersi al loro interno e di balcanizzarsi, di frammentarsi, con il risultato naturale di cessare di essere efficienti come prima. Per me, questo è un risultato molto buono, perché le organizzazioni possono essere efficienti, aperte ed oneste, oppure possono essere chiuse, cospirative ed inefficienti.” [15]
 
Assange ha ulteriormente illustrato alcuni dei suoi punti di vista relativi all’influenza e alle reazioni provocate da Wikileaks, affermando che i Cinesi:
 
sembrano essere terrorizzati dalla libertà di parola, e mentre potremmo dire che ciò segnala che qualcosa di terribile sta accadendo in Cina, io in realtà penso che questo rappresenta un segnale molto ottimistico, in quanto vuol dire che il parlare e il discutere può ancora produrre cambiamenti e riforme positive, e che la struttura di potere è ancora intrinsecamente politica, in contrapposizione a quella economica e di bilancio.
Così,  il giornalismo e la scrittura sono in grado di realizzare il cambiamento, ed è per questo che le autorità cinesi sono tanto spaventate.
Mentre negli Stati Uniti in larga misura, e in altri paesi occidentali, gli elementi di base della società sono stati tanto pesantemente penalizzati da misure di bilancio attraverso obblighi contrattuali, il cambiamento politico in questi paesi non sembra produrre cambiamento economico, e questo in definitiva significa che il cambiamento politico non si traduce in alcun cambiamento.” [16]
 
Nell’intervista, Assange si rivolge al problema di Internet e dei mezzi di comunicazione nella società:  
“Il progresso dei mezzi di informazione nella società è questione piuttosto interessante. Quando abbiamo iniziato [nel 2006], abbiamo pensato che avremmo fatto lo stesso lavoro di analisi svolto da blogger e persone che hanno scritto articoli per Wikipedia e così via.
E ritenevamo che si trattasse di contenuti naturalmente importanti, dato che avevamo doti di grande professionalità...
Il grosso dell’importante lievitazione – importante lievitazione analitica - che viene prodotto con i nostri materiali è portato avanti da noi, ed è prodotto da giornalisti professionisti con i quali lavoriamo e da professionisti attivisti dei diritti umani. Esso non è prodotto da parte della comunità più ampia. Tuttavia, una volta che la lievitazione si è innescata, una volta che una storia diventa una storia, diventa un articolo di giornale, allora iniziamo a vedere il coinvolgimento della comunità, lo scavo in maggior profondità e l’offerta di punti di vista diversificati. Quindi, le reti sociali tendono ad essere, per noi, un amplificatore di ciò che stiamo facendo. E per noi anche una fornitura di fonti.” [17]
 
Come ricercatori, media, e critici, dobbiamo renderci conto che i nostri punti di vista e le nostre convinzioni devono essere aperti al cambiamento e all’evoluzione. Semplicemente perché una cosa del genere non è mai accaduta prima, non significa che non possa accadere ora.

Noi viviamo nell’era della “Rivoluzione Tecnologica”, ed Internet ha cambiato l’economia, la politica e la società stessa, su scala globale. È qui che risiede la vera speranza nel progresso di una informazione migliore, di cui il “risveglio politico globale” avrà bisogno per assumere velocità e affermarsi.

 
Il vero cambiamento nel nostro mondo non viene prodotto da istituzioni di potere già consolidate o di nuova creazione, ed è qui che attualmente tutte le questioni vengono affrontate, in particolare quelle di importanza globale. Il vero cambiamento, invece, non può derivare da strutture di potere globale, ma da quella “comunità” planetaria di persone, che interagiscono tra loro mediante la potenza scatenata dalla “Rivoluzione Tecnologica.”

Il cambiamento deve essere globalmente compreso e comunitariamente organizzato.
 
Siamo alla vigilia di un periodo di trasformazione sociale globale; la domanda è: faremo qualcosa al riguardo? Cercheremo di informare e di partecipare a questa fase di transizione, o staremo seduti ad osservare questo passaggio, anche in presenza di induzioni in errore, criticandone poi i vacillamenti e le cadute?
 
Proprio come commentava Martin Luther King nel suo discorso del 1967, “Oltre il Vietnam”, che l’America sembrava trovarsi “dalla parte sbagliata di una rivoluzione mondiale”, ora esiste la possibilità di porre rimedio a tale triste realtà, e non solo su scala nazionale, ma globale.
 
Malgrado tutti i mezzi e i metodi di potere e di dominio in questo mondo, ad ogni azione corrisponde una reazione uguale ed opposta.
 
Come le cose vanno progressivamente sempre peggio, nel modo in cui qualsiasi osservatore indipendente del mondo ha potuto notare, così la vita ha un modo di creare strumenti e metodi per contrastare queste regressioni.
 
Come la “globalizzazione” ha facilitato l’emergere di una élite mondiale, di molteplici istituzioni globali e di ideologie di potere globale, così questo processo ha favorito anche la “globalizzazione dell’opposizione.”
 
Così, mentre le élite, a livello mondiale, operano attivamente per integrare ed espandere le strutture di potere globale, senza accorgersene stanno integrando ed espandendo l’opposizione globale a quelle stesse strutture di potere.
 
Questo è il grande paradosso del nostro tempo, ed è questo che dobbiamo sottoporre ad analisi, perché non dobbiamo semplicemente accettare il paradosso come una constatazione di fatto, ma invece come rappresentazione di una situazione piena di speranza.
La speranza non dovrebbe essere sottovalutata, ed io personalmente mi sono sempre battuto per questa speranza nella mia visione del mondo. È duro nutrire “speranza”, quando si analizza tutto l’“orrore” del mondo, e vedere quanto poco si è fatto per eliminarlo. Ma l’attivismo e il cambiamento hanno bisogno di speranza.
 
Questo è reso evidente dalla campagna di Obama, in cui è stato dato grande spazio alla retorica di “speranza” e “cambiamento”, qualcosa che tutte le persone giustamente vogliono e di cui hanno bisogno. Tuttavia, la “speranza” e il “cambiamento” di Obama portavano il marchio ed erano brevetti di Wall Street, si trattava di una pratica gloriosa nell’arte della propaganda, e un colpo terribile alla vera nozione di “speranza” e “cambiamento”. È questo il motivo per cui la campagna di Obama ha conseguito i maggiori premi riconosciuti dal settore dell’industria delle pubbliche relazioni.[18]

La speranza è necessaria, ma non può essere speranza mal riposta, come è stato con Obama. Deve essere una speranza fondata non su una “fede cieca”, ma su un’“analisi veritiera ed onesta”.
 
Infatti, dal momento che su molti fronti nel mondo le cose stanno progressivamente peggiorando, i media alternativi si sono concentrati quasi esclusivamente su questi temi, e questo ha impedito loro di vedere i positivi sviluppi geopolitici globali, vale a dire il “risveglio politico globale” e il ruolo di Internet nella riorganizzazione della società globale.
 
Comunque, anche se questi problemi vengono riconosciuti, non sono pienamente compresi o spiegati all’interno di un contesto più ampio: che, in realtà, si tratta di sviluppi promettenti, che c’è speranza.
Wikileaks rafforza questo concetto, se viene assunto come un’opportunità. Una critica senza speranza cade nel vuoto. Nessuno desidera sentirsi dire che le cose sono “senza speranza”, così, mentre un esame di ciò che è sbagliato nel mondo è fondamentale per andare avanti, questo vale anche per un esame di ciò che è promettente e positivo.
 
Così si diffonde il messaggio e attorno a questo si raccolgono i suoi sostenitori. Internet come medium facilita la diffusione di questo messaggio, e dopo tutto, come uno dei teorici più importanti dei mezzi di comunicazione, Marshall McLuhan, ha sottolineato, “Il medium è il messaggio.”

Appendice di “Rivelazioni’ e di “Rivendicazioni”: un appello all’azione per i media alternativi

Allora, quali sono alcune delle presunte “rivelazioni” che possono essere utilizzate come “rivendicazioni” dai media alternativi?
 
Bene, per primo, il ruolo della monarchia come potente attore di rilievo nel campo economico e politico del mondo odierno. E con questo non voglio semplicemente fare riferimento agli Stati in cui i sovrani governano ufficialmente e direttamente, come ad esempio in Arabia Saudita, ma più specificamente mi riferisco agli Stati dell’Europa occidentale, in modo particolare ai monarchi della Gran Bretagna. Per coloro che hanno studiato le istituzioni come il Gruppo Bilderberg e la Commissione Trilaterale, la rilevanza delle monarchie europee negli affari internazionali non risulta un concetto nuovo.
 
[N.d.tr.: Il Gruppo Bilderberg (detto anche conferenza Bilderberg) è un incontro annuale per inviti, non ufficiale, di circa 130 partecipanti, la maggior parte dei quali sono personalità influenti in campo economico, politico e bancario. I partecipanti trattano una grande varietà di temi globali, economici, militari e politici.
Il gruppo si riunisce annualmente in varie parti del mondo, normalmente in Europa,  e una volta ogni quattro anni negli Stati Uniti o in Canada. Ha un ufficio a Leida, nei Paesi Bassi. L’incontro del 2009 ha avuto luogo dal 14 al 16 maggio ad Atene.
Dato che le discussioni durante questa conferenza non sono mai registrate o riportate all’esterno, questi incontri sono stati oggetto di critiche e di “teorie del complotto”. Sul Gruppo Bilderberg sono corsi i sospetti di essere una società segreta di tipo massonico.
Il gruppo Bilderberg nasce nel 1952, e nel 1954  un gran numero di politici e uomini d’affari si riuniva a Oosterbeek, in Olanda, presso l’Hotel Bilderberg: da cui il nome di questa organizzazione. Da allora le riunioni sono state ripetute una o due volte all’anno. Fra i suoi membri si annoverano:  Sofia di Grecia, Bernard Kouchner, David Rockefeller, Bernardo d’Olanda, Etienne Davignon (ex commissario europeo), Carlo d’Inghilterra, Juan Carlos di Spagna, Beatrice d’Olanda, Henry Kissinger.
Molti partecipanti al gruppo Bilderberg sono capi di Stato, ministri del tesoro e altri politici dell’Unione Europea (anche l’ex presidente del Consiglio italiano Romano Prodi avrebbe partecipato a qualche meeting), ma prevalentemente i membri sono esponenti di spicco dell’alta finanza europea e anglo-americana. Oggigiorno si distinguono i partecipanti in diverse categorie, ma principalmente in due: coloro che sono membri permanenti dell'organizzazione e coloro che possono essere invitati come spettatori o relatori.
Nel maggio 2000, il Gruppo Bilderberg è stato definito, durante una discussione al Parlamento Europeo quale “gruppo di riflessione politica di tendenze decisamente conservatrici. Questa potentissima lobby mira a conquistare posizioni nelle istituzioni dell'Unione Europea a vantaggio dei suoi membri ed è strutturata con il meccanismo della segretezza quale obbligo assoluto dei membri. Chi vuol essere mediatore Europeo non può vantare la partecipazione come membro di una lobby.”
Significativo della natura del gruppo Bilderberg, uno degli ultimi meeting tenutosi dall’8 all’11 giugno 2006 a Kanata in Ontario (nei pressi di Ottawa). Un comunicato stampa ufficiale ha spiegato che i temi dell’incontro erano “le relazioni euro-americane, l’energia, la Russia, l’Iran, il Medio Oriente, l’Asia, il terrorismo e l’immigrazione.
Tra i partecipanti: David Rockefeller, Henry Kissinger, la regina Beatrice d’Olanda, Richard Perle, i dirigenti della Federal Reserve Bank, di Credit Suisse e della Rothschild Europe (il vicepresidente Franco Bernabè), delle compagnie petroliere Shell, BP e Eni (Paolo Scaroni), della Coca Cola, della Philips, della Unilever, di Time Warner, di AoL, della Thyssen-Krupp, di Fiat (il vicepresidente John Elkann), i direttori e corrispondenti del Times di Londra, del Wall Street Journal, del Financial Times, dell’International Herald Tribune, di Le Figarò, del Globe and Mail, del Die Zeit, rappresentanti della NATO, dell’ONU, della Banca Mondiale e della UE, economisti e molti ministri dei governi occidentali.
Le misure di sicurezza erano imponenti, e tutta la zona era presidiata. Alla riunione hanno partecipato, tra gli altri, gli italiani: Franco Bernabè, Amministratore delegato di Telecom Italia, John Elkann, Vice presidente Fiat S.p.A., Mario Monti, Presidente Università Commerciale Luigi Bocconi, Tommaso Padoa Schioppa, ex Ministro delle Finanze del governo Prodi, Paolo Scaroni, CEO, Eni S.p.A., Giulio Tremonti, Ministro delle Finanze del governo Berlusconi. ]
 
[N.d.tr.: La Trilateral Commission (Commissione Trilaterale) è un’organizzazione fondata il 23 giugno del 1973 per iniziativa di David Rockefeller, presidente della Chase Manhattan Bank, e di altri dirigenti del gruppo Bilderberg e del Council on Foreign Relations, tra cui Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski
.
La Trilaterale conta come membri più di 300 influenti privati cittadini (uomini d’affari, politici, intellettuali) dall’Europa, dal Giappone e dal Nord America, con l’obiettivo dichiarato di promuovere una cooperazione più stretta tra queste tre aree. Ha sede sociale a New York.
Come il gruppo Bilderberg, si tratta di un’organizzazione dall’ideologia mondialista.
La ragione della sua creazione è stato il declino temporaneo dell’influenza del think tank americano Council on Foreign Relations a causa della sua politica sulla guerra del Vietnam che scontentò molti americani.
 
L’atto costitutivo spiega: «Basata sull’analisi delle più rilevanti questioni con cui si confrontano l'America e il Giappone, la Commissione si sforza di sviluppare proposte pratiche per un'azione congiunta. I membri della Commissione comprendono più di 200 insigni cittadini, impegnati in settori diversi e provenienti dalle tre regioni».
Il numero di membri è determinato da quote proporzionali a ciascuna delle aree. I membri che ottengono una posizione nel governo del loro rispettivo paese, lasciano la Commissione.
La lista dei membri viene pubblicata ogni anno. L’elenco completo può essere richiesto via e-mail attraverso il sito della Commissione. 
L’organizzazione è stata oggetto di molte analisi e critiche, da parte di attivisti politici e accademici che lavorano nel settore delle scienze politiche e sociali. La Trilateral Commission è presente in molte teorie del complotto.
Lo scrittore francese Jacques Bordiot affermò, riguardo ai membri della commissione, che “il solo criterio che si esige per la loro ammissione, è che essi siano giudicati in grado di comprendere il grande disegno mondiale dell’organizzazione e di lavorare utilmente alla sua realizzazione” e che “il vero obiettivo della Trilaterale è di esercitare una pressione politica concertata sui governi delle nazioni industrializzate, per portarle a sottomettersi alla strategia globale della Trilaterale”.(“Prèsent”, 28 e 29 gennaio 1985).
Per altri la Trilaterale è semplicemente l’espressione di una classe privilegiata di tecnocrati:
«La cittadella trilaterale è un luogo protetto dove la techné è legge e dove sentinelle, dalle torri di guardia, vegliano e sorvegliano. Ricorrere alla competenza non è affatto un lusso, ma offre la possibilità di mettere la società di fronte a se stessa. Il maggiore benessere deriva solo dai migliori che, nella loro ispirata superiorità, elaborano criteri per poi inviarli verso il basso».
(Gilbert Larochelle, «L'imaginaire technocratique» Montréal, 1990, p.279)]
 
Per la maggior parte delle persone (che non hanno mai sentito parlare del Gruppo Bilderberg o della Commissione Trilaterale), questi monarchi sono in gran parte visti come figure simboliche, tutto l’opposto degli effettivi attori politici. Questo, ovviamente, è ingenuo, dato che tutti i regnanti sono sempre stati attori politici; tuttavia, si tratta di una ingenuità che ora viene contestata su una scala molto più ampia e da un pubblico molto più ampio.
 
C’è stato un periodo in cui avrei desiderato discutere la rilevanza dei monarchi nel mondo moderno, e però questo sarebbe stato visto da tanti come un argomento fuori dal mondo: “Ma la Regina non ha alcun potere reale, è una polena, una donna di paglia,” ecc .
 
Wikileaks ha messo in luce questa argomentazione come sbagliata, e la questione dovrebbe essere ulteriormente analizzata.
 
Ad esempio, all’interno dei cablo di Wikileaks, fa la sua comparsa il principe britannico Andrea, secondo figlio della Regina Elisabetta, oggetto di molte “rivelazioni”.
 
L’ambasciatrice degli Stati Uniti in Kirghizistan, Tatiana Gfoeller, ha scritto un dispaccio relativo ad una riunione che aveva visto la partecipazione di diversi uomini d’affari britannici e canadesi e del principe Andrea, rappresentante speciale per il commercio britannico in Medio Oriente e nell’Asia Centrale.
 
Nel corso della riunione, il principe Andrea sbraitava contro “quei [imprecazione] giornalisti ... che ficcano il naso ovunque,” ed egli “inveiva contro gli agenti investigativi anticorruzione britannici, che avevano avuto l’idiozia di quasi far naufragare l’affare al-Yamama con l’Arabia Saudita,” in particolare “facendo riferimento a un’indagine, in seguito conclusa, su presunte tangenti che un ragguardevole membro della famiglia reale saudita avrebbe ricevuto in cambio di un pluriennale, lucroso contratto con la BAE Systems per fornire attrezzature e formazione alle forze di sicurezza saudite.” [N.d.tr.: La BAE Systems plc (BAE) è una società inglese del settore aerospaziale e della difesa con sede centrale Farnborough, attiva a livello mondiale, particolarmente nel nord America attraverso la sua sussidiaria BAE Systems Inc. La BAE è la seconda più grande impresa di difesa del mondo ed è la più grande in Europa.]

Nel momemto in cui strepitava contro i media - in particolare contro il foglio del Guardian – che rendevano più difficile fare affari all’estero, l’ambasciatrice USA osservava che gli imprenditori presenti “urlavano la loro approvazione” e “praticamente applaudivano.” [19]
Anche in questo caso, ecco la prova di come le élites disprezzano le autentiche manifestazioni di democrazia e di libertà!
 
In quella stessa riunione, il principe Andrea esternava un’altra sorprendente affermazione, a cui non è stata data minima pubblicizzazione dai media, fino ad oggi.
 
Egli dichiarava all’ambasciatrice usamericana che: “il Regno Unito, l’Europa occidentale (e per estensione anche voi Americani, certamente!), ora ci siamo ritrovati nel bel mezzo dello svolgimento del Grande Gioco”, e, “questa volta puntiamo a vincere!”

 
Quindi, il principe Andrea - il “Duca di York” – continuava, affermando “di essere molto preoccupato per la ripresa della Russia nella regione,” e faceva riferimento all’espansione economica e politica della Cina in quell’area come “probabilmente inevitabile, ma una minaccia.”
 
All’uscita dalla riunione, un imprenditore britannico dichiarava all’ambasciatrice degli Stati Uniti: “Che rappresentante meraviglioso per il popolo britannico! Non potremmo essere più orgogliosi di così della nostra famiglia reale!” [20]
 
Bene, abbiamo qui un principe ricco che va in giro per il mondo con ricchi uomini d’affari, che insieme promuovono i loro interessi economici in paesi stranieri, e fanno riferimento a tutto ciò come se si trattasse ancora dell’antica competizione dell’età imperiale tra Gran Bretagna e la Russia nel “Grande Gioco” per il dominio sull’Asia centrale.
 
E noi chiamiamo “democrazie” questi nostri paesi, ed esportatori di “libertà”?
 
Tuttavia, questo è un comportamento abbastanza tipico della famiglia reale, come un ex deputato del Sudafrica e attivista anti-corruzione, Andrew Feinstein, ha affermato: “La famiglia reale ha attivamente sostenuto le vendite di armi della Gran Bretagna, anche quando erano sospetti la corruzione e atti illeciti. La famiglia reale è stata coinvolta nel tentativo di convincere il Sudafrica ad acquistare i jet Hawk della BAE, contro il parere dell’aeronautica militare sudafricana che non voleva questi aerei, che costavano due volte e mezzo il prezzo del loro aereo preferito. In qualità di deputato dell’ANC (African National Congress), al momento, mi veniva riferito che erano state pagate tangenti per 116 milioni di sterline in favore di coloro che dovevano assumere la decisione e  dello stesso ANC. L’atteggiamento della famiglia reale è una delle ragioni per cui la BAE non potrà mai affrontare la giustizia nel Regno Unito per le sue pratiche di corruzione.” [21]
 
Inoltre, i reali inglesi sono contigui ai monarchi arabi, e questo ha un senso, considerando che in primo luogo è stato l’Impero Britannico, e la “Corona” alle sue spalle, che hanno creato i monarchi arabi e hanno assegnato loro il potere. Il principe Andrea è andato ad una battuta di caccia con il re di Giordania e il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate degli Emirati Arabi Uniti. [22]
 
Anche il principe Carlo è considerato una figura strategica  nei rapporti diplomatici che riguardano l’Arabia Saudita, come rivelano i dispacci di Wikileaks.
 
I titoli di testa dei media britannici “rivelavano” che il principe Carlo non veniva tanto “rispettato”, come la Regina Elisabetta, ma negli stessi articoli veniva sepolta la vera storia sotto il pettegolezzo reale, visto che i cablogrammi rivelavano che il principe Carlo e sua moglie “hanno contribuito a superare le 'forti tensioni' conseguenti all’imprigionamento e alla tortura da parte dell’Arabia Saudita di cinque cittadini britannici dal dicembre 2001 all’agosto 2003, e alle indagini ufficiali del servizio contro le frodi del Regno Unito su operazioni della British Aerospace in Arabia Saudita nel 2004.”
 
Come riferito in un dispaccio diplomatico statunitense, i reali britannici “hanno aiutato a ricostruire i legami fra Gran Bretagna e i Sauditi”, dal momento che “la Casa di Saud e la Casa di Windsor si fondano su una loro comunanza reale”. In altre parole, entrambe le Case regnanti rappresentano un potere dinastico di una élite mai eletta e che non rende conto delle sue responsabilità a nessuno, e quindi devono naturalmente lavorare insieme per i “loro” interessi.

Ma quanto sono “democratici”… fra di loro!
 
Ancora, un reale saudita ha dato una festa sontuosa in onore del principe Carlo in Arabia Saudita, con il supporto di un uomo d’affari britannico rimasto nell’incognito.[23]
 
Tuttavia, sembra che i reali britannici dovranno ancora ripassare per “appianare” i contrasti nelle relazioni  con l’Arabia Saudita, visto che le “rivelazioni” sul paese e il suo monarca dipingono un quadro di un alleato non-tanto-utile all’Occidente.

In breve, l’Arabia Saudita e il suo monarca devono sopportare uno dei più grandi disastri nelle pubbliche relazioni della storia recente. E il monarca britannico potrebbe essere troppo occupato nel fare pulizia del suo disordine, per essere in grado di manovrare “graziosamente” mediante un’ulteriore visita reale “impellente”.
 
A cosa mi riferisco quando parlo di cattiva pubblicità per i Sauditi? La cosa è abbastanza semplice: i reali sauditi, i buoni amici della monarchia britannica, sono per inciso i principali finanziatori dei terroristi sunniti (che fanno parte di ciò che noi comunemente definiamo con “al-Qaeda”) in tutto il mondo.  
Mentre questo non costituisce una sorpresa per coloro che hanno analizzato criticamente al-Qaeda o la “guerra al terrorismo”, è davvero una “rivelazione” per la maggioranza delle persone.
 
Sebbene i governi e gli apparati di propaganda mediatica dell’Occidente per anni hanno accusato di finanziare e di appoggiare il terrorismo nazioni “bersaglio”, come Afghanistan, Iraq, Iran e, più di recente, il Pakistan e lo Yemen, i dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks “rivendicavano” la realtà storica ed attuale, che di fatto ad essere i principali finanziatori e sostenitori del terrorismo, e più in particolare di al-Qaeda, sono i principali alleati dell’Occidente nella regione, in particolare l’Arabia Saudita, ma anche gli altri maggiori Stati arabi del Golfo (e i loro monarchi).  
 
Una comunicazione, a firma di Hillary Clinton, confermava che l’Arabia Saudita è intesa come “la più grande fonte mondiale di finanziamenti per i gruppi militanti islamisti come i Talebani e
Lashkar-e-Taiba dell’Afghanistan,” così come della stessa al-Qaeda.  
 
Per di più, altri tre Stati arabi, Qatar, Kuwait, ed Emirati Arabi Uniti sono sulla lista dei principali finanziatori del terrorismo. Anche il Guardian ha pubblicato che “i cablogrammi hanno evidenziato un fattore spesso ignorato nei conflitti afghano e pakistano: che la violenza è in parte finanziata da donatori ricchi e conservatori, da un capo all’altro del Mare Arabico.”

Mentre il Pakistan è ampiamente accusato di favoreggiamento dei Talebani in Afghanistan, in buona sostanza sono l’Arabia Saudita, nonché le imprese con sede negli Emirati Arabi Uniti, ad essere i loro finanziatori principali.
 
Anche il Kuwait, un altro “fedelissimo” alleato degli Stati Uniti, risulta essere una “fonte di finanziamenti e un punto chiave di passaggio” per al-Qaeda. [24]
 
Mentre il New York Times era occupato nel dichiarare che Wikileaks stava impegnandosi per procurare “nuovo consenso” all’Iran, e il re saudita faceva pressioni sugli Stati Uniti per un attacco e per “tagliare la testa al serpente iraniano”, solo di sfuggita veniva fatta menzione del fatto che “i donatori sauditi restano i finanziatori principali di gruppi militanti sunniti come Al Qaeda.” [25]
 
Ora, sebbene per molti si tratta effettivamente di “rivelazioni”, dobbiamo inquadrare questi fatti nel loro contesto specifico.
 
Non si tratta semplicemente di considerare l’Arabia Saudita e gli Stati arabi come responsabili, da soli, di sostenere il terrorismo e al-Qaeda, ma di tenere ben presente che semplicemente stanno svolgendo il ruolo che hanno sempre ricoperto, e su questo tema da sempre la diplomazia ha fatto da spettatrice e addirittura tenuta all’oscuro.
 
Quello che intendo dire è che la contestualizzazione di questi fatti deve essere inserita in un’analisi storica esauriente.
 
Guardando alla storia di al-Qaeda, questo movimento islamista radicale è scaturito dal conflitto sovietico-afgano, con il fondamentale appoggio segreto degli Stati Uniti e di altri alleati occidentali. Il centro di questa operazione era situato nel “Safari Club”, che costituiva una rete segreta di agenzie di spionaggio occidentali (come quelle di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti) e di agenzie di intelligence regionali (come quelle di Arabia Saudita e Pakistan), per effettuare il finanziamento, l’addestramento, la fornitura di armi e il supporto operativo dei Mujahidin, e, di conseguenza, dei Talebani e di al-Qaeda.
Il “Safari Club” è stato istituito nel 1976 (con l’aiuto del direttore della CIA di quel momento, George H.W. Bush, un altro amico intimo della famiglia reale saudita), ed è stato progettato per rispondere alla crescente richiesta nel Congresso degli Stati Uniti di una supervisione politica delle operazioni di intelligence (come risultato delle inchieste della Commissione Church sulle operazioni della CIA), e così il Safari Club veniva creato per consentire una rete più segreta e discreta delle operazioni di intelligence, senza alcuna supervisione.
 
I diplomatici venivano tenuti all’oscuro delle operazioni del Club e perfino della sua esistenza, mentre rapporti segreti continuavano tranquillamente dietro le quinte.
 
Questa rete, in una forma o in un’altra, esiste ancor oggi, come ho documentato in una mia recente serie di tre articoli su “The Imperial Anatomy of al-Qaeda.”
 
In breve, è evidente che, mentre i diplomatici si lamentano “sobriamente” per i finanziamenti e l’appoggio forniti dai Sauditi e dagli Arabi ad al-Qaeda, in definitiva niente viene fatto: in quanto, attraverso altre strade, la struttura imperiale usamericana e le sue organizzazioni sostengono e facilitano questo processo.
 
La diplomazia fa trasparire meglio le ambizioni imperiali degli Stati Uniti, questa la realtà che i cablogrammi rispecchiano quando trattano di Iran e Pakistan, ma le operazioni di intelligence sono un mezzo molto più discreto per stabilire e mantenere particolari relazioni imperiali.
 
Queste informazioni ancora non dovrebbero essere considerate “per quello che appare”, ma piuttosto collocate nel quadro di un loro contesto geopolitico più ampio. In questo senso, queste informazioni non costituiscono “disinformazione” o “propaganda”, ma piuttosto in buona sostanza “conferme” aggiuntive e reale informazione.
 
Sebbene i governi e media occidentali disdegnino pubblicamente l’Iran e lo accusino di “ingerenza” negli affari dell’Iraq, e di sostenere il terrorismo e di destabilizzare il paese, la realtà è che mentre l’Iran esercita sicuramente la sua influenza sull’Iraq, (dopo tutto, sono vicini di casa), è l’Arabia Saudita ad essere una fonte ben più grande di destabilizzazione rispetto a ciò per cui l’Iran viene accusato, e questo per bocca degli stessi leader iracheni.
 
Secondo il Guardian, “funzionari del governo iracheno considerano l’Arabia Saudita, non l’Iran, come la più grande minaccia all’integrità e alla coesione del loro Stato in via di formazione con natura democratica.”
 
In un dispaccio inviato dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq viene riferito che “l’Iraq valuta le relazioni con l’Arabia Saudita fra le sue più difficili da affrontare, dato che il denaro di Riyadh ha profondamente inciso sugli atteggiamenti anti Sciiti, e sono stati sollevati sospetti da parte dei Sauditi che un Iraq sciita inevitabilmente sarebbe caduto sotto l’influenza iraniana sulla regione.”
 
Inoltre, “contatti iracheni valutano che l’obiettivo saudita (e quello della maggior parte degli altri Stati arabi sunniti, in varia misura) è di accrescere l’influenza dei Sunniti, stemperare il predominio sciita e promuovere la formazione di un governo iracheno debole per sue divisioni interne.”

In breve, ciò vorrebbe significare che l’Arabia Saudita sta effettivamente mettendo in atto ciò per cui l’Occidente accusa l’Iran di fare in Iraq.
 
Così, mentre l’Iran, che ha certamente promosso i propri interessi in Iraq, è più interessato a un governo stabile sciita, l’Arabia Saudita al contrario è più interessata a un governo debole e frammentato, e quindi favorisce il conflitto settario.
 
Un fatto interessante da sottolineare, risultato dai cablogrammi, è la crescente opinione tra i giovani iracheni di respingere qualsiasi interferenza frutto dell’azione di governi stranieri, e i dispacci hanno tratto queste conclusioni sulla base che “una  ‘rivoluzione mentale’ era in corso tra i giovani iracheni contro gli ordini del giorno stranieri tendenti a minare la stabilità dell’Iraq.” [26]
 
Non dovrebbe fare sorpresa, quindi, che un componente di primo piano della casa reale saudita (vale a dire, l’ex capo dei servizi segreti dell’Arabia Saudita, e quindi l’uomo responsabile della gestione delle relazioni dell’Arabia Saudita con i terroristi), il principe Turki al-Faisal, abbia affermato che la fonte della fuga delle note diplomatiche dovrebbe essere “punita vigorosamente.”
 
Turki, che è stato anche ambasciatore per l’Arabia Saudita in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ha dichiarato che “il ciclone WikiLeaks ha evidenziato come la sicurezza informatica e cibernetica sia una crescente preoccupazione internazionale.” [27]
 
Quali altri settori geopolitici possono avere interessato Wikileaks per informare ulteriormente e “giustificare” i mezzi di informazione critici?
 
Sicuramente, il confinante meridionale dell’Arabia Saudita, lo Yemen.
 
A questo proposito, la maggioranza degli Statunitensi, (o su queste vicende, la maggior parte della gente in generale), non si rende conto che gli Stati Uniti stanno ingaggiando una guerra nello Yemen, proprio di fronte alle acque su cui l’America sta combattendo un’altra guerra contro la Somalia (dal 2006/07).
 
Lo scorso ottobre, ho scritto un articolo sulla guerra imperiale nello Yemen, come una guerra combattuta sotto l’egida della “Guerra al Terrorismo” e come lotta contro al-Qaeda (organizzazione terroristica, che però riceve finanziamenti dalla dirigenza saudita); ma in buona sostanza, per gli Stati Uniti e per le altre potenze imperiali dell’Occidente (come il Regno Unito) si tratta di puntellare un leader dispotico al potere dal 1978, sostenendolo nella sua campagna di eliminazione di un movimento ribelle nel nord dello Yemen e di un movimento secessionista di massa nel sud. L’Arabia Saudita è entrata nel conflitto nell’agosto del 2009, bombardando i resistenti ribelli del Nord lungo il confine saudita, dal momento che l’élite saudita teme l’espandersi del movimento a gruppi ostili all’interno della stessa Arabia Saudita.

Gli Stati Uniti si sono inseriti nel conflitto incrementando la quantità di denaro e di aiuti militari allo Yemen (in effetti, sovvenzionandone l’esercito, come fanno pesantemente con l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, Israele, con tutti gli Stati arabi, e con decine di altri Stati in tutto il mondo), oltre a fornire direttamente l’addestramento e l’assistenza alle forze speciali, per non parlare della messa in atto di attacchi missilistici nello Yemen contro “i campi di addestramento di al-Qaeda”, ed agenti segreti usamericani hanno sostenuto che vi erano stati uccisi 60 “attivisti”.

In realtà, erano state ammazzate 52 persone innocenti, oltre la metà di costoro costituita da donne e bambini. In relazione a questo evento, sia lo Yemen che gli Stati Uniti hanno dichiarato che si trattava di un campo di addestramento di al-Qaeda e che il missile da crociera era stato sparato dal governo yemenita, nonostante il fatto che gli Yemeniti non avessero tali armi nel loro arsenale, a differenza della Marina da guerra degli Stati Uniti di pattugliamento della costa.
 
L’attacco missilistico era stato condotto dagli Stati Uniti “per diretto ordine presidenziale”.
 
Diversi giorni dopo, avveniva un grottesco “tentativo di attentato terroristico”, per cui veniva arrestato un giovane nigeriano che aveva tentato di far saltare in aria la sua biancheria intima, (e che era stato aiutato in questo suo piano da un misterioso individuo indiano, probabilmente un diplomatico, secondo alcuni testimoni), e che successivamente veniva collegato ad “al-Qaeda nella Penisola Arabica” (un’organizzazione che aveva visto i suoi inizi non molto prima, quando un detenuto di Guantanamo era tornato in Arabia Saudita solo per “sfuggire” alla custodia saudita e fuggire nello Yemen per avviare una nuova sezione di al-Qaeda).
 
Questo ha fornito agli Stati Uniti la giustificazione per una decisa intensificazione del proprio aiuto militare allo Yemen, che veniva più che raddoppiato, dai 67 milioni ai 150 milioni di dollari, e si accompagnava con un incremento dell’addestramento e dell’assistenza alle forze speciali, e con l’aumento dell’attività della CIA nel prendere decisioni su attacchi mediante l’uso di droni, che uccidono persone innocenti (come avviene in Pakistan), e bombardamenti missilistici.
 
Lo scorso settembre, il governo dello Yemen “ha messo sotto assedio” una città del Sud, mentre un alto funzionario dell’antiterrorismo dell’amministrazione Obama, John Brennan, si è recato nello Yemen per “colloqui” con il presidente Saleh.

La città veniva dichiarata essere “un santuario di al-Qaeda”, ma fondamentale è la sua rilevanza strategica. Si trova appena a sud di un nuovo importante gasdotto di gas naturale liquido, e si dava il caso che la città costituisse la residenza per molte persone coinvolte nel movimento secessionista del Sud. Il governo yemenita “bloccava” qualsiasi osservatore esterno o indipendente nell’essere testimone dell’assedio, durato giorni.

 
Tuttavia, i tanti che fuggivano dal conflitto e dall’“assedio” affermavano che i militanti islamici stavano operando con il governo contro il movimento ribelle del Nord e contro il movimento del Sud, e secondo un reporter della NPR (National Public Radio), “questo avviene per combattere o sottomettere il movimento secessionista piuttosto che al-Qaida.”
[Vedi: Andrew Gavin Marshall, “Yemen: The Covert Apparatus of the American Empire,” Global Research, 5 ottobre 2010]
 
Le “rivelazioni” di Wikileaks ulteriormente informano e confermano gran parte di questa analisi. Per quanto riguarda l’attacco missilistico per ordine di Obama, che ha ucciso donne e bambini innocenti, i dispacci di Wikileaks hanno rivelato che il presidente yemenita Saleh “ha segretamente offerto alle forze degli Stati Uniti accesso illimitato al suo territorio per condurre attacchi unilaterali contro obiettivi della terrorista al-Qaida.” Per questo, nel settembre del 2009, Saleh dichiarava a John Breannan: “Io vi ho solo aperto la porta contro il terrorismo. Quindi, non sono io il responsabile.”

Per quanto riguarda l’attacco del 21 dicembre 2009, che aveva ucciso civili innocenti, un cablogramma spiegava come, “lo Yemen ha fatto insistenze che si dovrà ‘mantenere lo status quo’ per quanto riguarda la smentita ufficiale del coinvolgimento degli Stati Uniti. Saleh pretendeva che le operazioni continuassero non-stop, fino a quando questa malattia non venisse sradicata,” e alcuni giorni dopo, in un incontro con il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, generale David Patraeus, “Saleh ha ammesso di mentire alla sua popolazione circa gli attacchi.” Egli dichiarava al generale, “Continueremo a dire che le bombe sono nostre, non vostre.” [28]
 
Per quanto riguarda il Pakistan, mentre è importante essere molto critici sulla validità delle “prospettive” insite nei dispacci che interessano il Pakistan e i Talebani, dal momento che il Pakistan costituisce un più recente bersaglio, in fase di aggravamento, nella “Guerra al Terrorismo”, (o forse…nel “Terrorismo con la Guerra”), ci sono alcune cose da tenere presenti: storicamente, l’ISI pakistano ha finanziato, armato e addestrato i Talebani, ma sempre con l’assistenza e il sostegno degli Stati Uniti.
 
Quindi, dobbiamo esaminare la situazione così come si presenta attualmente, e anche nelle sue fasi storiche.
 
Wikileaks ha rivelato, (come ho citato in precedenza), che gli Stati del Golfo Arabico contribuiscono a finanziare i Talebani in Afghanistan, quindi l’affermazione abituale che sia il Pakistan “da solo” a farlo risulta immediatamente errata.
 
È possibile che il Pakistan stia ancora collaborando con i Talebani? Naturalmente.
 
I Pachistani lo hanno storicamente fatto utilizzando i loro servizi segreti, l’ISI, e non lo hanno mai fatto senza il sostegno degli Stati Uniti (per lo più attraverso la CIA); l’ISI riceve ancora la maggior parte dei suoi finanziamenti esterni dalla CIA. [29]
 
Il finanziamento dell’ISI da parte della CIA, una realtà a partire dalla fine degli anni ‘70, è stato assegnato in modo considerevole in seguito agli attentati dell’11 settembre, operazioni di cui l’ISI stesso è stato complice nel loro finanziamento. [30]
 
Quindi, la CIA ha premiato i finanziatori dell’11 settembre, aumentando i fondi a loro favore.
 
Il guaio con le informazioni ritenute di poco conto, che non si adattano con le idee da noi precedentemente concepite, è che non viene permessa l’evoluzione del pensiero.Questo non dovrebbe mai avvenire qualsiasi sia l’argomento, ma invece avviene comunemente per tutti i soggetti, a partire dalle opinioni ufficiali fino a quelle di critica.
 
Con il Pakistan, dobbiamo capire che, mentre storicamente questo paese è stato un fedele alleato degli Stati Uniti nella regione, appoggiando ogni governo e sostenendo ogni colpo di stato, le ambizioni geopolitiche degli Stati Uniti sono cambiate come risultato della mutevole realtà geopolitica del mondo.
Il Pakistan viene attirato sempre più all’interno della sfera di influenza della Cina, che infatti ha costruito un grande porto sulla costa del Pakistan, permettendo così alla Cina l’accesso all’Oceano Indiano. Questo costituisce una diretta minaccia strategica per l’India, e alla lunga per gli Stati Uniti, che cercano di ridurre e controllare la crescente influenza della Cina (e contemporaneamente tentano di impegnarsi in sforzi di integrazione internazionale della Cina, in particolare dal punto di vista economico).
 
India e Pakistan sono nemici storici, che in precedenza si sono affrontati in duri conflitti. L’India e gli Stati Uniti fanno parte di un’alleanza strategica, e gli Stati Uniti hanno aiutato l’India nel suo programma nucleare, con grande disappunto dei Pachistani, che allora si sono più strettamente avvicinati alla Cina.
 
Il Pakistan occupa un’area di massima importanza strategica: i suoi confinanti sono Afghanistan, Cina, India e Iran.
 
La politica usamericana è cambiata con l’orientamento a sostegno di un governo civile, mantenuto debole e sottomesso agli interessi degli Stati Uniti, mentre questi segretamente estendono i loro conflitti all’interno del Pakistan. Questo sta creando un potenziale incredibile di destabilizzazione e di frammentazione assoluta, che possono sfociare nella guerra civile totale.
 
Gli Stati Uniti sembrano intraprendere in Pakistan una politica del tutto simile a quella che li ha visti impegnati nella frantumazione della Jugoslavia per tutti gli anni ’90. Con la differenza che il Pakistan ha una popolazione di 170 milioni di persone ed è dotato di armi nucleari. Come gli Stati Uniti sviluppano la loro destabilizzazione del Pakistan, il rischio di una guerra nucleare tra Pakistan e India aumenta drammaticamente, in concomitanza con il pericolo di una destabilizzazione diffusa su tutta l’area regionale, che va estendendosi a tutti i confinanti India, Cina, Afghanistan e Iran.

La separazione, sotto l’insistenza degli Stati Uniti, delle forze armate pakistane dal potere ufficiale in Pakistan (in definitiva, non siamo in presenza di una dittatura militare), è stata studiata per imporre un governo civile completamente dipendente dagli Stati Uniti, e per isolare un esercito sempre più frustrato e che non gode delle simpatie dei Pachistani.
 
Come i dispacci di Wikileaks hanno rivelato, il generale Kayani, capo delle forze armate del Pakistan, nel marzo 2009 aveva minacciato di destituire il governo pachistano con un colpo di stato, e aveva discusso di questo in riunioni con l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Pakistan, Anne Patterson. I cablogrammi hanno rivelato che il comandante in capo dell’esercito pachistano provava avversione per il governo civile, ma che avversava ancora di più l’opposizione, che stava chiamando a raccolta la gente per le strade.[31]
 
Ciò evidenziava l’intima natura confidenziale dei rapporti degli Stati Uniti con l’esercito pachistano. Gli Stati Uniti non hanno sostenuto questa proposta del generale, in quanto vogliono favorire attualmente un governo civile debole, e quindi una forte dittatura militare non è di interesse degli Stati Uniti (o dell’India). Pertanto, non vi è stato alcun colpo di stato.

Quindi, Wikileaks può venire utilizzato per informare ulteriormente e giustificare le analisi sul Pakistan. A coloro che per anni hanno parlato di destabilizzazione del Pakistan, e ce ne sono stati molti, Wikileaks fornisce maggiori risorse per un’analisi critica, e di colpo più gente in giro per il mondo può venire interessata a nuove idee e opinioni, visto che Wikileaks ha lanciato la sfida a molte delle loro convinzioni precedentemente radicate.
 
L’elenco di esempi portati in superficie dai dispacci diplomatici diffusi da Wikileaks è infinito nella quantità di informazioni aggiuntive che è possibile aggiungere alla divulgazione dei media alternativi di informazione e di analisi. Questi sono stati solo alcuni esempi fra i tanti.
 
Non commettiamo errori, questa è un’opportunità per la propagazione della verità, non una distrazione da essa. Trattiamo tutto questo di conseguenza.
 

Note 

[1]       David E. Sanger, James Glanz and Jo Becker, Around the World, Distress Over Iran, The New York Times, 28 November 2010: http://www.nytimes.com/2010/11/29/world/middleeast/29iran.htmlin

[2]       Fox, Leaked Documents Show Middle East Consensus on Threat Posed by Iran, Fox News, 29 November 2010: http://www.foxnews.com/politics/2010/11/29/leaked-documents-middle-east-consensus-threat-posed-iran/

[3]       Ross Colvin, "Cut off head of snake" Saudis told U.S. on Iran, Reuters, 29 November 2010: http://www.reuters.com/article/idUSTRE6AS02B20101129

[4]       FT reporters, Iran accuses US over WikiLeaks, The Financial Times, 29 November 2010: http://www.ft.com/cms/s/0/940105fc-fbd1-11df-b79a-00144feab49a.html?ftcamp=rss#axzz16zUOP500

[5]       Barak Ravid, Netanyahu: Israel will not stand at center of new WikiLeaks report, Ha’aretz, 28 November 2010: http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/netanyahu-israel-will-not-stand-at-center-of-new-wikileaks-report-1.327416?localLinksEnabled=false

[6]       Jerrold Kessel and Pierre Klochendler, Unexpectedly, Israel Welcomes WikiLeaks Revelations, IPS News, 1 December 2010: http://ipsnews.net/news.asp?idnews=53731

[7]       JPOST.COM STAFF, Barak: 'Wikileaks incident has not damaged Israel', Jerusalem Post, 30 November 2010: http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=197357

[8]       Haaretz Service, Senior Turkey official says Israel behind WikiLeaks release, Ha’aretz, 2 December 2010: http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/senior-turkey-official-says-israel-behind-wikileaks-release-1.328373

[9]       Craig Murray, Extraordinary Rendition, CraigMurray.org, 11 July 2005: http://www.craigmurray.org.uk/archives/2005/07/extraordinary_r_1.html

[10]     Nick Paton Walsh, The envoy who said too much, The Guardian, 15 July 2004: http://www.guardian.co.uk/politics/2004/jul/15/foreignpolicy.uk

[11]     Craig Murray, Raise A Glass to Wikileaks, CraigMurray.org, 29 November 2010: http://www.craigmurray.org.uk/archives/2010/11/raise_a_glass_t.html

[12]     Ibid.

[13]     Ibid.

[14]     Ewen MacAskill, Columbia students told job prospects harmed if they access WikiLeaks cables, The Guardian, 5 December 2010: http://www.guardian.co.uk/media/2010/dec/05/columbia-students-wikileaks-cables

[15]     RICHARD STENGEL, Transcript: TIME Interview with WikiLeaks' Julian Assange, Time Magazine, 30 November 2010: http://news.yahoo.com/s/time/20101201/wl_time/08599203404000

[16]     Ibid.

[17]     Ibid.

[18]     Matthew Creamer, Obama Wins! ... Ad Age's Marketer of the Year, AdAge, 17 October 2008: http://adage.com/moy2008/article?article_id=131810; Mark Sweney, Barack Obama campaign claims two top prizes at Cannes Lion ad awards, The Guardian, 29 June 2009: http://www.guardian.co.uk/media/2009/jun/29/barack-obama-cannes-lions

[19]     David Leigh, Heather Brooke and Rob Evans, WikiLeaks cables: 'Rude' Prince Andrew shocks US ambassador, The Guardian, 29 November 2010: http://www.guardian.co.uk/uk/2010/nov/29/wikileaks-cables-rude-prince-andrew

[20]     US embassy cables: Prince Andrew rails against France, the SFO and the Guardian, The Guardian, 29 November 2010: http://www.guardian.co.uk/world/us-embassy-cables-documents/175722

[21]     Rob Evans and David Leigh, WikiLeaks cables: Prince Andrew demanded special BAE briefing, The Guardian, 30 November 2010: http://www.guardian.co.uk/uk/2010/nov/30/prince-andrew-wikileaks-cables

[22]     US embassy cables: Prince Andrew hunts with Arab leaders, The Guardian, 29 November 2010: http://www.guardian.co.uk/world/us-embassy-cables-documents/8446

[23]     Robert Booth, Wikileaks cable: Prince Charles 'not respected like Queen', The Guardian, 29 November 2010: http://www.guardian.co.uk/uk/2010/nov/29/wikileaks-cable-prince-charles-queen

[24]     Declan Walsh, WikiLeaks cables portray Saudi Arabia as a cash machine for terrorists, The Guardian, 5 December 2010: http://www.guardian.co.uk/world/2010/dec/05/wikileaks-cables-saudi-terrorist-funding

[25]     SCOTT SHANE and ANDREW W. LEHREN, Leaked Cables Offer Raw Look at U.S. Diplomacy, The New York Times, 28 November 2010: http://www.nytimes.com/2010/11/29/world/29cables.html

[26]     Simon Tisdall, WikiLeaks cables: Saudi Arabia rated a bigger threat to Iraqi stability than Iran, The Guardian, 5 December 2010: http://www.guardian.co.uk/world/2010/dec/05/wikileaks-cables-saudi-meddling-iraq

[27]     William Maclean, Saudi royal: Punish WikiLeaks source "vigorously", Reuters, 5 December 2010: http://www.reuters.com/article/idUSTRE6B41VA20101205

[28]     Robert Booth and Ian Black, WikiLeaks cables: Yemen offered US 'open door' to attack al-Qaida on its soil, The Guardian, 3 December 2010: http://www.guardian.co.uk/world/2010/dec/03/wikileaks-yemen-us-attack-al-qaida

[29]     Greg Miller, CIA pays for support in Pakistan, Los Angeles Times, 15 November 2009: http://articles.latimes.com/2009/nov/15/world/fg-cia-pakistan15

[30]     Andrew Gavin Marshall, 9/11 and America’s Secret Terror Campaign, Global Research, 10 September 2010: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=20975

[31]     David Batty and Declan Walsh, Pakistan army reacts to WikiLeaks cables with democracy pledge, The Guardian, 4 December 2010: http://www.guardian.co.uk/world/2010/dec/04/pakistan-army-supports-government-wikileaks

                                                                  
 
 
 
 
 
 
 
 





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Source: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=22278
Publication date of original article: 06/12/2010
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=3503

 

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