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 05/03/2021 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 ABYA YALA 
ABYA YALA / “Haiti è come una casa infestata dalle termiti”: Max Bourjolly, l’instancabile militante comunista ricorda
Date of publication at Tlaxcala: 08/02/2021
Original: « Haïti est comme une maison infectée par des termites » : Max Bourjolly, l’infatigable militant communiste, se souvient
Translations available: English 

“Haiti è come una casa infestata dalle termiti”: Max Bourjolly, l’instancabile militante comunista ricorda

Monique Clesca

Translated by  Silvana Fioresi
Edited by  Fausto Giudice Фаусто Джудиче فاوستو جيوديشي

 

 “Intorno alla mezzanotte sento qualcuno che dice “ecco la scialuppa”. Entrano poi nella mia cella, nella prigione della caserma dei “macoutes” [milizia haitiana paramilitare durante la presidenza Duvalier, NdlT] a Cayes. Mi coprono la testa con un sacco. Poi, mi infilano in un secondo sacco che mi arriva fino ai piedi nel quale mettono dei sassi. C’è Astrel Benjamin, il capo dei macoutes, ne riconosco la voce.

Durante la notte devo essere gettato in mare, ho scoperto poi.

È in questo momento che arrivano i musicisti dell’orchestra che gestivo. Chiedono la mia liberazione. Anche il vescovo di Cayes chiede la mia liberazione.

Io non so che sono lì, lo scoprirò dopo.

Ho gli occhi bendati mentre Astrel Benjamin dirige una seduta di tortura, durante la quale mi colpiscono abbondantemente per più di 15 minuti con dei cavi elettrici. Dopodiché mi libera”. 

Racconto del primo arresto di Max Bourjolly nel 1960 durante la presidenza di François Duvalier

Max Bourjolly non grida, diversamente dai leader politici haitiani di oggi. Non attira l’attenzione con il volume della sua voce né con il confronto o la provocazione. I suoi modi sono posati, ragionati, quasi clinici. Il fatto è che quest’ uomo possiede un master in sociologia politica e una formazione in lotta politica dell’elitario Istituto di Scienze Sociali di Mosca. Vi ha studiato per tre anni come direttore-leader di un partito politico, quello che ha contribuito a fondare: il Partito Unito dei Comunisti Haitiani (PUCH). Sono rari gli uomini politici ad aver conosciuto, come Max Bourjolly, la vita di partito, la clandestinità, la prigione, l’esilio, il rientro attivo, la gloria e la caduta. Sul campo, ha rischiato di morire durante i tre decenni della sua lotta accanita contro la dittatura, e guidata da quella ricerca della libertà e della giustizia sociale che mirava a metter fine alle disuguaglianze e allo sfruttamento che avvelenano la vita degli haitiani. Racconta con una memoria infallibile la sua lotta clandestina e i suoi numerosi arresti, in particolare quelli che l’hanno condotto a Fort Dimanche, il gulag haitiano paragonato a un campo nazista. I ricordi sono lì, intatti, e diventeranno presto un libro. Si ricorda i luoghi, i nomi e le date.

L’incontro ha luogo al Centquatre, un ex obitorio riconvertito in centro culturale nel cuore del 19° arrondissement di Parigi, zona popolare fervida di attività. È difficile riconoscere, nei passi corti di quell’uomo, il capo del partito politico e l’instancabile militante che è stato; solo nel suo controllo nel raccontare, nella maniera rigorosa con cui precisa i fatti e nell’analisi puntigliosa degli uomini. Magro, di statura media, con indosso un giaccone contro le piogge incessanti e i venti feroci del tempo parigino, Max Bourjolly tesse con precisione il filo del terrore sanguinario del regime dei Duvalier, François e suo figlio Jean-Claude. Occhialini che lasciano scorgere due occhi scuri al di sopra di una barba brizzolata, la voce di Bourjolly diventa più grave, più sonora, più urgente quando spiega dettagliatamente le sue incarcerazioni in condizioni disumane, oltre alle terribili perdite dei suoi compagni.

Durante la sua adolescenza a Les Cayes, dove è cresciuto, Max Bourjolly è testimone di un’insolita scena che segna la sua lotta contro l’ingiustizia. Un giorno TiKichoy, il contadino gobbo che si occupa dei suoi terreni di famiglia a Dori, vicino a Maniche, riceve colpi sulla gobba quando arriva in città senza i guadagni ricavati dalle coltivazioni. Già il gesto è, in sé, brutale. Poi, ancora peggio, è proprio Luc Bourjolly, il suo stesso padre, che dice di essere generoso, a esserne il responsabile. Poco importa, Max Bourjolly descrive questo momento come il più importante della sua vita. “Sono uno che odia l’ingiustizia. Mi fa orrore vedere la gente nella miseria. Avrei potuto avere una vita tranquilla, come tutti coloro che hanno deciso di non vedere l’oceano di miseria nella quale sguazza la popolazione”.   

Max Bourjolly si trova ancora al liceo Philippe-Guerrier quando partecipa allo sciopero contro il progetto di prolungamento del mandato del Presidente Paul Magloire. Organizza poi dei movimenti di protesta per denunciare le elezioni di Duvalier come fraudolente. “Ero un guastafeste, come ogni buon caiennese (abitante di Les Cayes] che si rispetti. Avevo già letto il Manifesto di Marx e Engels, la vita di Lenin, Lavoro salariato e capitale di Carlo Marx. Il mio pensiero politico si era già formato, ma non aveva ancora un’etichetta. E non facevo parte di nessun partito politico”.

Alla sociologia, ci arriva per caso. Avrebbe potuto diventare anche ingegnere o avvocato. Dopo la maturità, parte a Port-au-Prince per studiare al Politecnico (precursore della Facoltà di Scienze), ma non è stato preso perché si è rifiutato di prendere la carta del partito duvalierista. “Non l’immaginavo. Per me, doveva essere il risultato scolastico a contare”. Poco importa, l’anno dopo ci riprova. Stessa risposta: niente carta, niente posto.

Si rivolge al diritto. Al primo anno, durante un dibattito sulla plusvalenza, in una risposta riporta il pensiero di Marx. Il suo professore di economia, prof. Lebert Jean-Pierre, che era anche Ministro dell’Economia e delle Finanze di Duvalier, sbotta: “Quindi Lei è comunista? Bene, qui non passa. La prego di lasciare il mio corso. Finisce qui ». Non è dunque possibile, per Bourjolly, continuare i suoi studi perché, cacciandolo dal suo corso, il prof. Jean-Pierre lo espelle di fatto dalla Facoltà di diritto di Port-au-Prince, visto che il suo corso è obbligatorio.

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Jacques Stephen Alexis (1922-1961)

 

Il giovane caiennese torna a casa. È grazie al giornalista-poeta Auguste Ténor, che lavorava a Cayes in un programma di estirpazione della malaria (SNEM), che è nata la sua adesione a un partito politico, nel 1962. “Mi ha consegnato in mano il manifesto del Partito di Intesa Popolare (PEP) fondato da Jacques Stephen Alexis”. E così decido di impegnarmi nella lotta per trovare una risposta capace di metter fine a questa ingiustizia sociale”.

L’uomo spiega la sua scelta politica: “Non è il marxismo ad avermi fatto prendere coscienza delle cose, ma è la situazione che mi ha portato al marxismo. Quando ho sposato questa filosofia, ero già un ribelle contro questa miseria, contro quello che vedevo intorno a me”. Adotta la teoria di Marx perché non era “una verità assoluta”, e perché era affascinato dalla necessità di “capire le contraddizioni che si snodavano ed annodavano, e poi analizzarle per trarne delle conclusioni. La verità oggi può diventare l’errore di domani. Non c’era niente di assoluto, a parte il movimento. Sono rimasto marxista ».

Coloro che hanno avuto l’iniziativa di formare questo partito erano comunisti, dichiara Max Bourjolly, ma l’obiettivo non era di installare un potere comunista ad Haiti. Erano invece convinti della tesi sulla trasformazione sociale: “Il livello di sviluppo del paese non permetteva una rivoluzione, il paese non era ancora “maturo”. Bisogna avere degli operai preparati, capaci un giorno di essere delle punte di lancia del cambiamento. Bisogna avere una classe operaia che possieda una coscienza di classe e che possa essere il nocciolo della lotta. Negli anni ’60 invece, il settore operaio era rachitico”.

E la borghesia? “Non è il tuo conto in banca o il colore della pelle che ti rendono borghese. Tra l’altro, la gente del popolo utilizza la parola “TiRouge” per parlare dei mulatti poveri”. C’erano due tipi di borghesi et il partito voleva lavorare soprattutto con quello legato allo sviluppo nazionale, quello che creava un’industria locale e che dà dei mezzi ai locali. “Déjoie era un borghese nazionale. Tutto quello che faceva era investito ad Haiti”, afferma.

Max Bourjolly afferma senza giri di parole che Duvalier aveva una sola ambizione: il potere assoluto, per lui e per i suoi figli. Per arrivare ai suoi fini, non ha risparmiato i suoi stessi partigiani, quelli che avevano fatto la sua campagna elettorale nel 1957. Ha incoraggiato e sostenuto la violenza, gli omicidi e ogni forma di estorsione, ha detto. Per fare un esempio racconta che Astrel Benjamin, forte della dichiarazione pubblica di Duvalier “Astrel se yon boulet” (Astrel è una palla di cannone), aveva detto che Duvalier lo incoraggiava a reprimere i borghesi e lo aveva esortato a “inoculare da sotto la rivoluzione duvalierista”. Così il capo locale dei “macoutes” si sentiva autorizzato a violentare delle donne della borghesia caiennese. Il secondo aveva confiscato l’auto di Roger Villedroin, l’ex presidente della banca di Cayes, dopo l’assassinio di suo figlio, uno dei 13 di Jeune Haïti, e circolava in tutta impunità. Bourjolly ricorda che delle famiglie come i Sicard e i Remarais sono partite, e i loro beni sequestrati e rubati dai macoutes: “Immagina la fuga in massa di tutti i borghesi di Cayes all’estero”.

Anche lui deve lasciare la sua città natale per colpa di Astrel Benjamin, “senno’, ero morto”.

Quest’uomo di sinistra continua la sua lotta a Port-au-Prince dove lavora con l’Unione Intersindacale di Haiti che organizza i sindacati del porto, dell’EDH (Elettricità di Haiti), degli hotel, della Minoterie (Mulino a farina) e del Cemento di Haiti. Unito a quello degli hotel, si attiva nell’organizzazione dei suoi membri perché aderiscano alle idee del partito. “L’obiettivo è sempre stato ed è ancora oggi quello di ottenere una trasformazione delle condizioni di vita degli haitiani. Militare, significava questo”, spiega Bourjolly, descrivendo un processo tanto lento quanto lungo.

Poi, il caiennese rientra clandestinamente nella sua regione natale. Si traveste in Doktè Grenn e s’infiltra nella popolazione delle montagne di Platons nel Sud, ottimo modo per creare delle relazioni di fiducia con gli abitanti del luogo. A lungo termine, l’obiettivo era raccogliere frutti in campo politico. L’esperimento dura circa un anno, fino al giorno in cui un amico lo riconosce, e così è obbligato a fuggire verso Port-au-Prince.

Il militante conosce bene i rischi: “E’ un lavoro di abnegazione. C’era al potere il terrorismo, quindi se ti facevi prendere, era la pena di morte. Si girava con la propria tomba sotto il braccio. Il risultato poteva essere fatale ». Max Bourjolly stima a circa 300 i militanti comunisti, operai, contadini, studenti, morti contro la dittatura dei Duvalier, padre e figlio. “Non si sa come sono finiti. C’è stato un salasso terribile fra i nostri ranghi. Quando senti che non puoi più andare da un compagno perché è arrestato o che sei obbligato a ritornare nella clandestinità più totale, sai che il tuo turno può arrivare in qualunque momento. E un giorno, è stato il mio turno”.

Madame Max Adolphe

 

E’ il 26 luglio 1967. Dei macoutes lo rapiscono vicino alla Chiesa sant’Anna, a due passi dalla casa di sua madre. La macchina sale lungo la strada di Bourdon verso la residenza di Madame Max Adolphe, capa dei Tontons Macoutes, quando uno dei macoutes gli chiede: “Conosce Adrien Pierre?” Max Bourjolly scopre il tradimento. Adrien Pierre è un amico del liceo. Dopo aver ricevuto gli ordini, lo portano a Fort Dimanche dove, dopo l’interrogatorio, sente: “ Fè yo mete l nan poulaye a” (Mettetelo nel pollaio!) [lo spazio dei prigionieri di diritto comune].

Di fronte c’è quello riservato ai “privilegiati” del regime. Uno fra loro lo riconosce di Cayes. Il suo salvatore si chiama Lubin, ex vicino di casa, oungan [prete vudù]   del tempo di Magloire, convertito in comandante dei Tontons Macoutes a Mariani. Ormai, ogni giorno, Bourjolly forma una ciottola con le mani e Lubin ci versa dentro una cucchiaiata di mais, che lui si sbriga a divorare. Lo mangia anche se scotta, che importa, è il suo unico pasto. Lubin gli offre un bicchier d’acqua che deve durargli un giorno intero, goccia a goccia. È incredibile, se si pensa al gesto di Lubin. «Anche all’inferno, gen moun pa» (si trovano compagni), sorride il caiennese pronunciando il proverbio haitiano.

L’uomo è rintronato da ciò che vede, anche se sa in maniera teorica che quando si entra a Fort Dimanche, « ou pa soti .  Le persone sono in uno stato deplorevole. « Figi yo zo» (Sono pelle e ossa), spiega il vecchio militante che parla di immagini di uomini e donne cadaverici simili a quelle viste dopo la carestia nel Sahel.

Fort Dimanche, detto "Fort-la-mort"

 

Max Bourjolly riprende il filo del racconto delle condizioni dantesche della prigione dei Duvalier: “Ogni settimana c’era almeno un morto. Sentivo quando scavavano per terra dietro la prigione. Non era un vero buco, come al cimitero, e i cani arrivano con i corpi decomposti. Sentivo il loro abbaiare quando si litigavano i cadaveri. Sono cose difficili da immaginare per della gente che non ha mai conosciuto il periodo dei campi di concentramento”.

L’uomo rimane calmo e completamente lucido quando dice di essersi chiesto: “Quanto tempo posso tenere così? Se c’è una cosa che mi tormenta in prigione, è proprio questa domanda”. Dopo circa tre mesi a Fort Dimanche, “Ho dei buchi in tutto il corpo, da cui esce del pus. Rifletto e mi dico che il mio cervello si sta deteriorando. « M ap mouri sou pye » (Sto morendo a fuoco lento). Così decido di tentare il tutto per tutto. Correrò il rischio ».

Chiede di poter incontrare i suoi carcerieri. Tre giorni dopo è interrogato dal capitano Delva, comandante della prigione, poi dalla signora Adolphe, che decide di liberarlo perché è riuscito a farle credere di essere vittima di una vendetta privata. Come un cadavere ambulante, ritrova sua madre e i suoi compagni.

Qualche mese più tardi, nel 1968, Max Bourjolly parte in Unione Sovietica. A 27 anni prende lo pseudonimo di Jean Benjamin durante i tre anni di studi all’Istituto di Scienze Sociali a Mosca. È in un villaggio di studenti dove tutti sono, in pratica, qualcun altro -in effetti l’identità non è mai svelata-, e in cui lui conosce i giovani leader comunisti del mondo intero, compreso Thabo Mbeki, futuro presidente del Sudafrica. Poi, ha soggiornato per breve tempo in Ciad e in Congo per dissimulare le tracce del suo soggiorno in Unione Sovietica.

Nel 1969, durante il suo soggiorno a Mosca, i due partiti di sinistra, il Partito popolare di liberazione nazionale (PPLN) e il PEP, si uniscono nel Partito dell’unione dei democratici haitiani (PUDA) per diventare, quattro anni dopo, il Partito unico dei Comunisti Haitiani (PUCH).

René Théodore (1941-2003)

 

Gli occhi di Max Bourjolly s’illuminano quando racconta del suo incontro, nel giugno del 1969 a Mosca, con René Théodore; questa è, a tutti gli effetti, come una scena cinematografica. I due uomini si rendono conto che i loro destini si erano incrociati sei anni prima a Port-au-Prince durante la lotta clandestina del PEP -- Bourjolly era Kafka e Theodore era Lambert. Entrambi parteciparono alla Conferenza mondiale dei partiti comunisti qualche giorno dopo. Théodore, al quale lui rende un omaggio profondo, diventò suo amico per sempre.

"La verità sulla repressione anticomunista del 1969", numero speciale di Boukan, organo del PUCH, marzo 1970

Il militante prosegue più tristemente il suo racconto evocando la strage della viuzza Nazon, che ha decimato la direzione del partito. “Io e René abbiamo pianto insieme per questo avvenimento”. Questa sconfitta, perché questo a tutti gli effetti era, apre una breccia nel movimento stesso e rivela le loro debolezze dal punto di vista tattico e della sicurezza. Si pone ancora delle domande. Una cosa sola su cui non ha dubbi è il nome del traditore: Frank Eyssalem.

A 79 ans, Max Bourjolly non sembra rotto o ferito, come lo potremmo immaginare, per aver fatto la prigione ad Haiti. Con la precisione di un orologio svizzero, ci sgrana le diverse tappe della sua vita. Negli anni ’70 è impossibile per lui rientrare al paese a causa della repressione. Per questo milita in Francia. Finalmente, nel 1976, a 35 anni, è spedito nella Repubblica Domenicana per raggiungere clandestinamente Haiti. La sua missione era di stabilire una strada per entrare ad Haiti, ad immagine dell’underground railroad dove passavano gli schiavi del sud verso la libertà al nord degli Stati Uniti. Ci lavora per più di due anni. Evoca la forte pioggia nel paese vicino che lo spinge a restare nascosto più a lungo del previsto, il giorno in cui è stato catturato con un compagno. È poi imprigionato a Pédernales, trasferito a Baharona, poi a Cap-Haïtien, e infine alle Casernes Dessalines per essere poi inviato per la seconda volta a Fort Dimanche.

Il racconto di questo sopravvissuto del gulag che era Fort Dimanche si può paragonare ad altri come Patrick Lemoine, Bobby Duval, Boulon Fils-Aimé e Marc Romulus. Max Bourjolly descrive con dettagli precisi il trattamento riservato ai prigionieri, e mette in causa la responsabilità dell’esercito haitiano come anche quella del corpo dei Tontons Macoutes, diretto per quasi 20 anni dalla signora Adolphe. I prigionieri politici parlavano tra loro nel linguaggio obbligato della prigione perché “bisognava leggere sulle labbra”. Ci vuole una grande immaginazione per capire il regime istituito apposta per disumanizzare i prigionieri: “Ou pa gen non, ou pa gen nimewo. Yo voye w la pou w pouri avan w mouri (Non hai un nome, non hai un numero. Ti mandano lì a marcire prima di morire). Era anche la fame, la sete e il caldo”. I cani erano presenti ovunque, perché Fort Dimanche fu il teatro di numerose stragi. C’era anche l’amicizia e la solidarietà tra gli uomini.

Max Bourjolly s’indigna per la chiusura di Fort Dimanche da parte del presidente Jean-Bertrand Aristide. Si è sbagliato quando ha invitato la gente ad entrare nella “sala del popolo”. Gli abitanti della zona hanno occupato lo spazio, lo hanno adattato ai loro bisogni e hanno fatto degli interventi strutturali. “Vivo molto dolorosamente il fatto che Aristide kraze (abbia fatto distruggere) Fort Dimanche. È un peccato. È un luogo della memoria, non può diventare una soluzione per cattivi alloggi”. Bisognerebbe portarci gli studenti, delle persone che non sapevano che cos’era questo gulag, per vedere dove si mettevano i compatrioti, afferma. “Vedo che non mi rimane niente per mostrare cos’era il regime sanguinario. Mi hanno tolto questo strumento dalle mani. Non lo guardo intellettualmente come coloro che lo hanno vissuto a distanza. Io, ho vissuto l’orrore. Dovremmo poter dire quello che è successo. Aristide mi ha tolto questa possibilità. Questo diminuisce fos mesaj mwen [la forza del mio messaggio]”.

Ci vuole uno spazio di raccoglimento a Fort Dimanche, oggi occupato abusivamente, secondo Max Bourjolly. “Noi non abbiamo memoria, quindi, anche se non c’è più l’edificio, bisogna mettere un monumento con i nomi delle persone qui decedute. Il problema è che serve l’elemento ufficiale: che lo Stato riconosca che a un certo momento lo Stato stesso ha contribuito a questo crimine”.

Nel 1977, con l’elezione del Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter e la sua risonanza mondiale per i diritti umani, Duvalier dà l’amnistia a 104 prigionieri politici, tra i quali Bourjolly, che esilia in Giamaica. Il militante ritorna in Francia dove conduce una vita di leader di partito politico in esilio: organizza degli incontri, lavora con la sua rete di conoscenze per far avanzare la causa di Haiti, per far conoscere la barbarie del regime Duvalier.

Da buon leader politico, Max Bourjolly ha l’arte di trovare le parole giuste per spiegare una dottrina che lascia poco spazio al dubbio. “Il Duvalierismo è un modo di pensare e di agire proprio di Duvalier. È la presa di potere per lui e in nome delle classi medie nere per far funzionare l’apparecchio statale contro i mulatti, quindi è un potere divoratore di mulatti. Duvalier era un nerista. Bisognava creare una nuova borghesia che corrispondesse al suo passaggio al potere. Questo non avrebbe potuto farsi senza resistenza, quindi bisognava sedare una qualunque velleità di resistenza. Era l’annientamento di tutto quello che andava contro la sua volontà. Era un potere terrorista e razzista ».

E continua a tessere la terrificante e oltremodo coerente storia, e le sue conseguenze. “Il regime di Duvalier era barbaro. Questa barbarie rappresentava, ai miei occhi, una sorta di fascismo di sottosviluppati. Duvalier ha anche detto un giorno sulla scalinata del palazzo, durante una cerimonia: ‘Mi piace la brutalità. Mi piace la brutalità dei miei Tontons Macoutes.’ 



Tontons macoutes a Cap-Haïtien nel 1968. Foto archivio Cidihca

Max Bourjolly ha lo sguardo duro e triste e una voce chiara e solenne quando aggiunge: “Immaginate una città come Cayes o Gonaïves, che sparisca come in un buco nero, e che i suoi abitanti scompaiano dalla carta. La repressione dei Duvalier si situa in questo ordine di grandezza. Immaginatelo! È l’ampiezza della barbarie da un punto di vista quantitativo. Qualitativamente, è la distruzione dei valori morali: dei giovani che rispettano i vecchi, del rispetto della parola data. Prima, una stretta di mano bastava, ma oggi, anche con un foglio, non basta più”.

In febbraio 1986, il dittatore Jean-Claude Duvalier parte in esilio. Un mese dopo, il nativo di Cayes ritorna ad Haiti. In qualità di secondo del PUCH, affianca gli uomini politici, di ogni ordine. Evoca senza fine l’esigenza di misure sociali per ridurre le ineguaglianze e l’apertura di un processo del Duvalierismo. “Non diciamo di assumere dei giudici, ma piuttosto degli esperti in scienze umane e sociali per cercare di analizzare e capire perché, dal 1804 a Duvalier, siamo arrivati a ciò che lo ha reso possibile. Ci serve un processo per esorcizzare il male. Poi, bisogna stabilire delle responsabilità, anche quando si dice che il capo, Duvalier, assume la responsabilità dei subalterni, ma a volte i subalterni sono peggio del capo. Bisogna poi riuscire a fare quello che si deve per evitare che possa succedere ancora”. Lui deplora che il processo non ci sia stato, forse a causa dell’implicazione di alcuni attori sul posto: “Ecco perché oggi Nicolas Duvalier può tornare a dire delle cose”.

Al crepuscolo del suo soggiorno ad Haiti, egli assiste alla formazione del Movimento per la Ricostruzione Nazionale (MRN) da parte di René Theodore. Bourjolly è scettico, mantiene la sua indipendenza e resta con il PUCH, partito con quale si presenterà alle elezioni di sindaco di Port-au-Prince nel 1990.

L’esilio

Un giorno di gennaio del 1992, scopre da fonte sicura che il colonnello Michel François sta pianificando un’imboscata per assassinarlo. Deve agire in fretta. Il giorno dopo, di prima mattina, prende una stradina deserta di montagna per andare all’aeroporto, e fa’ una sola fermata per salutare il compagno René Theodore. A 51 anni fugge da una morte certa.

Esiliare dal proprio paese è sempre una triste esperienza, e lo è ancora di più per un militante politico. Ritorna a Parigi, dove diventa taxista, prof di matematica, imprenditore, fino alla pensione nel 2004. “Avevo l’intenzione di tornare. Ma, una volta partito, ho analizzato la situazione e ho capito che non valeva più la pena di tornare e servire”. Ho messo del tempo ad accettarlo. « In realtà, il cambiamento non è facile.  La rottura è difficile ».

Max Bourjolly rivendica il suo contributo alla lotta contro la tirannia e l’ingiustizia: “ho dato la mia parte di adolescenza fina al 1992. Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, quello che le nostre capacità ci permettevano di fare. Se non siamo riusciti, è perché non avevamo le chiavi. È facile gettare la responsabilità su altri. E anche comodo. Solo, possiamo constatare che nel 1986 avevamo una grande popolarità e facevamo parte di coloro che potevano portare una soluzione”. Rimane lucido: “A partire dal momento in cui abbiamo perso il turno, sappiamo che la storia non ci dà una seconda possibilità”.

Il suo più grande fallimento? “Il modo in cui è finito tutto. Non abbiamo saputo concretizzare questo slancio di entusiasmo reale nei nostri confronti e trasformarlo in un vero e proprio cambiamento politico per il paese. Abbiamo perso il treno. Non abbiamo saputo cogliere la palla al balzo. Non abbiamo potuto trasformare queste aspettative”. Il settantenne dai capelli grigi è soprattutto dotato di un’etica della verità e di un incredibile senso di analisi critica: “Non c’era più nessuna omogeneità nei nostri pensieri. Ci sono state troppe divergenze legate al lungo esilio, ognuno separato dagli altri. Troppo tempo passato nella clandestinità, troppe differenze ideologiche, troppe condotte tattiche. Questo, ha lasciato il segno”.

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Max Bourjolly con Gérald Bloncourt (1926-2018)

 

Max Bourjolly assapora il suo più grande successo: la distribuzione di un mezzo milione di libri. Quando un giornalista lo informa sulla sete di lettura dei giovani haitiani, lui organizza, col “sudore del gomito”, con Gerald Bloncourt e altri del PUCH, la raccolta dei libri. La gente delle grandi città del paese era come “delle formiche in lista d’attesa”.

Nel vocabolario di Max Bourjolly, ci sono parole che tornano spesso come compagno, marxista, militante, ingiustizia sociale, e riconosce che: “La parola è più che un mezzo di comunicazione, quando la politica è in gioco, la parola è un’arma”.

Bourjolly ha l’eleganza di dire che non parlerà mai male dei suoi compagni, anche se si concede il diritto di criticare le azioni di alcuni in modo clinico, come lo faceva quando è stato dirigente politico e stratega per più di quattro decenni. Il suo sguardo è crudele, quasi tagliente per certi altri dirigenti, tranne che per Marc Bazin e Sylvio Claude. “Le loro parole valevano qualcosa e seguivano un filo, anche se era la teocrazia per Claude. Gli altri non avevano una visione per il paese. Era una visione nebbiosa e soprattutto di come si appoggierà su di te per crescere - bourik travay pou chwal galonen. (L'asino lavora affinché il cavallo ottenga le trecce). I Benoit, i Déjoie, i K-Plim ragionano in modo semplice: ‘Come posso fare per eliminarlo al posto mio’. Tutte le loro azioni obbediscono a questo postulato. Ti dirà tutto quello che vuoi sentire, ma il suo obiettivo è lui. ‘Si’, vogliamo che funzioni ma a condizione di essere io il capo’. Inoltre, mentre il tuo partner ti dice di sì, sa che non vuole dire sì. Ho imparato a capire che il marronaggio haitiano era più forte della ragione”.

La sua rabbia è fredda e determinata contro il generale presidente Prosper Avril il quale, dopo aver approvato la detenzione d’armi da parte del PUCH per difesa, ha utilizzato questa informazione per farli arrestare. Quando sopravviene la spennellatura, da parte degli uomini di Avril, dei seggi dei partiti politici con della materia fecale, la dichiarazione di Max Bourjolly resta nella storia: “Ci sono quelli che fanno la politica con la materia grigia, e altri con la materia fecale”.  

Perché scrivere le sue memorie? “Ogni rivoluzionario guarda il passato, è sempre attraverso il passato che si può vedere l’avvenire”, dice, sperando che la sua testimonianza aiuterà a proseguire la catena di trasmissione di ciò che è stato la barbarie.

All’alba dei suoi 80 anni, l’uomo dalla dizione impeccabile fa il bilancio. Rimane muto sulla sua vita privata tranne per dire che ha cinque figlie, un divorzio e un secondo matrimonio, un fratello, una sorella e che sua madre, morta a 99 anni, era un’haitiana nata a Cuba. Se il caiennese è attento alla sua salute, è in parte a causa dei danni causati dagli avvelenamenti subiti a Fort Dimanche. Lo sguardo è vuoto, la voce è sicura, l’armatura cade quando riassume: “Il mio problema era come far uscire la gente da questa miseria. Il mio cuore non era abbastanza forte per vedere tutto questo. È il filo conduttore del mio impegno, della mia lotta e del mio rifiuto a partecipare a tutte le proposizioni che avrebbero potuto permettermi una vita materiale agiata. Mi sono messo in una situazione di precarietà, ma non mi sono mai trovato nella miseria”.

All’alba del 2021 la popolazione di Haiti è cambiata completamente, così come la geografia del paese, secondo Max Bourjolly. Per questo motivo lui prodiga dei consigli solo su richiesta, ma dichiara: “Haiti è come una casa infestata dalle termiti. Bisogna o incendiarla, pulirla e ricostruirla, oppure mettere del veleno per disinfettarla radicalmente e riprendere poi il controllo”.

Oggi Max Bourjolly dichiara con un eloquio sostenuto: “Il mio sogno per Haiti era di unire la Marsigliese, canto universale che parla di libertà, e l’Internazionale, altro canto universale che parla di giustizia. Volevo unire questi due ideali. È questa l’immagine che avrei voluto lasciare ai posteri: l’immagine di qualcuno che ha voluto unire la lotta per la libertà con quella per la giustizia sociale”.



Intervista di Madame Max Adolphe, capa dei Tontons macoutes. Estratto dal film di Alan Whicker, Papa Doc: The Black Sheep (1969)

 





Courtesy of Tlaxcala
Source: https://lenouvelliste.com/article/224829/max-bourjolly-linfatigable-militant-communiste-se-souvient#
Publication date of original article: 04/01/2021
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=30768

 

Tags: Max BourjollyComunisti haitianiDittatura DuvalierTontons MacoutesTorturaHaiti
 

 
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