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EDITORIALS & OP-EDS / Un dovere morale, storico, civico: il Mausoleo di Affile, un monumento da polverizzare
Date of publication at Tlaxcala: 28/10/2020
Translations available: Français  Español 

Un dovere morale, storico, civico: il Mausoleo di Affile, un monumento da polverizzare

Various Authors - Autores varios - Auteurs divers- AAVV-d.a.

Edited by  Fausto Giudice Фаусто Джудиче فاوستو جيوديشي

 

 Questa è una storia tipica dell’Italietta del ventunesimo secolo, così difficile da credere e purtroppo autentica.

Nell’anno XII del secolo in corso (o si dovrebbe dire nell’anno LXXXIX E.F.?), il sindaco di cosiddetto “centro-destra” di Affile, nella Ciociara laziale, da alcuni battezzata naziland, inaugura un monumento alla gloria del maresciallo-generale repubblichino Rodolfo Graziani, “figlio illustre del paese”, che infatti non è neanche nato li, ma a Filettino, a 26 chilometri di distanza (vabbene, suo padre era di Affile e lui ci ha vissuto). Il cosiddetto mausoleo porta le scritte vittoriane “Patria” e “Onore”. Per il monumento, la quale bruttezza e brutalità è all’altezza di quello che onora, presentato nel progetto come un generico “monumento ai caduti” (chiamato “sacrario al soldato”), la giunta comunale ha ricevuto 130.000 euro stanziati dalla Regione Lazio. Cinque anni più tardi, processati su denuncia dell’Anpi, il sindaco e due assessori sono condannati in primo grado dal Tribunale di Tivoli, rispettivamente a  otto mesi di reclusione e 120.000 Euro di multa e a sei mesi e 80.000 Euro nonché all’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici, oltre al risarcimento del danno pari a 8.000 Euro all’Anpi , per “apologia del fascismo”. Nel 2019 la Corte d’Appello conferma la condanna. Fine settembre 2020 la Corte di Cassazione annulla le sentenze.

 

I sette ultimi vespasiani di Bologna sono stati gemellati con il “sacrario” di Affile nell’ottobre 2012 dal collettivo Wu Ming

 Se abitassi nella mia città natalizia —Roma —, chiamerei i compagni e le compagne ad organizzare la distruzione civica di quell’infame mausoleo, se sprovvisti di dinamite e persino di ruspa, armandosi di martelli e di picconi, e scegliendo una data simbolica, per esempio il 4 novembre, anniversario per l’Italia della fine del Grande Macello del 1914-18, o il 30 dicembre, anniversario del bombardamento dell’ospedale svedese di Malca Dida, che uccise 28 malati etiopici e un medico svedese, nel 1935, o il 16 settembre, anniversario dell’impiccagione di Omar Al Mukhtar, il Resistente libico, nel 1931 o il 19-20-21 febbraio, anniversario dei massacri di Addis Abeba (6.000 morti), o il 23 febbraio, anniversario dell’impiccagione di Ras Destà, comandante delle truppe etiopiche sul fronte sud, nel 1937, o il 20 maggio, anniversario del massacro di monaci e diaconi di Debrà Libanòs (tra 1.423 e 2.033 morti) nel 1937,. O addirittura —perché no? – il 25 aprile. E magari, si potrebbe lasciare sul posto un antimonumento —contro l’amnesia della brava gente italiana— in omaggio a tutti e tutte le/i combattenti della libertà sotto forma di un grande buco vuoto semplicemente dipinto in nero. Se questa mia proposta vi pare troppo temeraria, allora fate almeno sì che la proposta della Corte d’Appello di annullare la dedica a Graziani sia applicata.- Fausto Giudice, Tlaxcala



Arruolamento di Ascari davanti al Viceré Graziani, La Domenica del Corriere n.5, 1937

Ripubblichiamo qui l’ottimo articolo di Gian Antonio Stella, apparso sul Corriere della Sera del 30 settembre 2012, per chi ignorasse chi era l’infame Rodolfo.

Quel mausoleo alla crudeltà che non fa indignare l’Italia

Il fascista Graziani celebrato con i soldi della Regione Lazio

«Mai dormito tanto tranquillamente », scrisse Rodolfo Graziani in risposta a chi gli chiedeva se non avesse gli incubi dopo le mattanze che aveva ordinato, come quella di tutti i preti e i diaconi cristiani etiopi di Debrà Libanòs, fatti assassinare e sgozzare dalle truppe islamiche in divisa italiana. Dormono tranquilli anche quelli che hanno speso soldi pubblici per erigere in Ciociaria un sacrario a quel macellaio? Se è così non conoscono la storia.

Rimuovere il ricordo di un crimine, ha scritto Bernard-Henry Levy, vuol dire commetterlo di nuovo: infatti il negazionismo «è, nel senso stretto, lo stadio supremo del genocidio». Ha ragione. È una vergogna che il comune di Affile, dalle parti di Subiaco, abbia costruito un mausoleo per celebrare la memoria di quello che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso di quel periodo, fu «il più sanguinario assassino del colonialismo italiano». Ed è incredibile che la cosa abbia sollevato scandalizzate reazioni internazionali, con articoli sul New York Times o servizi della Bbc,ma non sia riuscita a sollevare un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica nostrana. Segno che troppi italiani ignorano o continuano a rimuovere le nostre pesanti responsabilità coloniali.

Francesco Storace è arrivato a dettare all’Ansa una notizia intitolata «Non infangare Graziani» e a sostenere che «nel processo che gli fu intentato nel 1948 fu riconosciuto colpevole e condannato a soli due anni di reclusione per la semplice adesione alla Rsi». Falso. Il dizionario biografico Treccani spiega che il 2 maggio 1950 il maresciallo fu condannato a 19 anni di carcere e fu grazie ad una serie di condoni che ne scontò, vergognosamente, molti di meno.

È vero però che anche quella sentenza centrata sul «collaborazionismo militare col tedesco», era figlia di una cultura che ruotava purtroppo intorno al nostro ombelico (il fascismo, il Duce, Salò...) senza curarsi dei nostri misfatti in Africa. Una cultura che spinse addirittura Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti (un errore ulteriore che ci pesa addosso) a negare all’Etiopia l’estradizione di Graziani richiesta per l’uso dei gas vietati da tutte le convenzioni internazionali e per gli eccidi commessi e rivendicati. E più tardi consentì a Giulio Andreotti a incontrare l’anziano ufficiale, in nome della Ciociaria, senza porsi troppi problemi morali.

Allora, però, nella scia di decenni di esaltazione del «buon colono italiano» non erano ancora nitidi i contorni dei crimini di guerra. Gli approfondimenti storici che avrebbero inchiodato il viceré d’Etiopia mussoliniano al suo ruolo di spietato carnefice non erano ancora stati messi a fuoco. Ciò che meraviglia è che ancora oggi il nuovo mausoleo venga contestato ricordando le responsabilità di Graziani solo dentro la «nostra» storia. Perfino Nicola Zingaretti nel suo blog rinfaccia al maresciallo responsabilità soprattutto «casalinghe».

Per non dire dell’indecoroso sito web del Comune di Affile, dove si legge che l’uomo fu una «figura tra le più amate e più criticate, a torto o a ragione» del periodo fra le due guerre e un «interprete di avvenimenti complessi e di scelte spesso dolorose». Che «compì grandiosi lavori pubblici che ancor oggi testimoniano la volontà civilizzante dell’Italia». Che «seppe indirizzare ogni suo agire al bene per la Patria attraverso l’inflessibile rigore morale e la puntigliosa fedeltà al dovere di soldato».

«Inflessibile rigore morale»? «Rodolfo Graziani tornò dall’Etiopia con centinaia di casse rubate e rapinate in giro per le chiese etiopi», racconta Del Boca. «Grazie a lui il più grande serbatoio illegale di quadri e pitture e crocefissi della chiesa etiope è in Italia». Certo, non fu il solo ad avere questo disprezzo per quella antichissima Chiesa cristiana fondata da San Frumenzio intorno al 350 d.C. Basti ricordare le parole, che i cattolici rileggono con imbarazzo, con cui il cardinale di Milano Ildefonso Schuster inaugurò il 26 febbraio 1937 il corso di mistica fascista una settimana dopo la spaventosa ecatombe di Addis Abeba: «Le legioni italiane rivendicano l’Etiopia alla civiltà e bandendone la schiavitù e la barbarie vogliono assicurare a quei popoli e all’intero civile consorzio il duplice vantaggio della cultura imperiale e della Fede cattolica ».

Fu lui, l’«eroe di Affile», a coordinare la deportazione dalla Cirenaica nel 1930 di centomila uomini, donne, vecchi, bambini costretti a marciare per centinaia di chilometri in mezzo al deserto fino ai campi di concentramento allestiti nelle aree più inabitabili della Sirte. Diecimila di questi poveretti morirono in quel viaggio infernale. Altre decine di migliaia nei lager fascisti.

E fu ancora lui a scatenare nel ’37 la rappresaglia in Etiopia per vendicare l’attentato che gli avevano fatto i patrioti. Trentamila morti, secondo gli etiopi. L’inviato del Corriere, Ciro Poggiali, restò inorridito e scrisse nel diario: «Tutti i civili che si trovano in Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente con i sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada... Inutile dire che lo scempio s’abbatte contro gente ignara e innocente».

I reparti militari e le squadracce fasciste non ebbero pietà neppure per gli infanti. C’era sul posto anche un attore, Dante Galeazzi, che nel libro Il violino di Addis Abeba avrebbe raccontato con orrore: «Per tre giorni durò il caos. Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni in Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano».

Negli stessi giorni, accusando il clero etiope di essere dalla parte dei patrioti che si ribellavano alla conquista, Graziani ordinò al generale Pietro Maletti di decimare tutti, ma proprio tutti i preti e i diaconi di Debrà Libanòs, quello che era il cuore della chiesa etiope. Una strage orrenda, che secondo gli studiosi Ian L. Campbell e Degife Gabre-Tsadik autori de La repressione fascista in Etiopia. La ricostruzione del massacro di Debrà Libanòs (Studi Piacentini n. 21, 1997, p. 79-128) vide il martirio di almeno 1.400 religiosi vittime d’un eccidio affidato, per evitare problemi di coscienza, ai reparti musulmani inquadrati nel nostro esercito.

Lui, il macellaio, quei problemi non li aveva: «Spesso mi sono esaminato la coscienza in relazione alle accuse di crudeltà, atrocità, violenze che mi sono state attribuite. Non ho mai dormito tanto tranquillamente ». Di più, se ne vantò telegrafando al generale Alessandro Pirzio Biroli: «Preti e monaci adesso filano che è una bellezza».

C’è chi dirà che eseguiva degli ordini. Che fu Mussolini il 27 ottobre 1935 a dirgli di usare il gas. Leggiamo come Hailé Selassié raccontò gli effetti di quei gas: si trattava di «strani fusti che si rompevano appena toccavano il suolo o l’acqua del fiume, e proiettavano intorno un liquido incolore. Prima che mi potessi rendere conto di ciò che stava accadendo, alcune centinaia fra i miei uomini erano rimasti colpiti dal misterioso liquido e urlavano per il dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche. Altri, che si erano dissetati al fiume, si contorcevano a terra in un’agonia che durò ore. Fra i colpiti c’erano anche dei contadini che avevano portato le mandrie al fiume, e gente dei villaggi vicini».

Saputo del monumento costato 127 mila euro e dedicato al maresciallo con una variante sull’iniziale progetto di erigere un mausoleo a tutti i morti di tutte le guerre, i discendenti dell’imperatore etiope, come ricorda il deputato Jean-Léonard Touadi autore di un’interrogazione parlamentare, hanno scritto a Napolitano sottolineando che quel mausoleo è un «incredibile insulto alla memoria di oltre un milione di vittime africane del genocidio», ma che «ancora più spaventosa» è l’assenza d’una reazione da parte dell’Italia.

Rodolfo Graziani «eseguiva solo degli ordini»? Anche Heinrich Himmler, anche Joseph Mengele, anche Max Simon che macellò gli abitanti di Sant’Anna di Stazzema dicevano la stessa cosa. Ma nessuno ha mai speso soldi della Regione Lazio per erigere loro un infame mausoleo.

Letture complementari raccomandate:
►Solo la stampa italiana non si indigna per il monumento a Rodolfo Graziani, di Antonio Maria Morone, Linkiesta, 1/9/2012
►Affile, Grazianilandia. L’eredità razzista e il mausoleo delle sfighe, di Wu Ming, 9/9/2012





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Publication date of original article: 28/10/2020
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Tags: Fascisti carogne restate nelle fogneGrazianiCrimini coloniali italianiMausoleo fascista di AffileItaliettaPatria e Odore
 

 
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