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 28/09/2020 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 LAND OF PALESTINE 
LAND OF PALESTINE / Mediante Facebook Israele tenta di cambiare la percezione palestinese dell’occupazione
Date of publication at Tlaxcala: 02/09/2020
Original: Via Facebook, Israel is trying to change Palestinian perception of the occupation

Mediante Facebook Israele tenta di cambiare la percezione palestinese dell’occupazione

Hillel Cohen هليل كوهين הלל כהן

Translated by  Elisabetta Valento

 

Questo articolo è parte dello studio del Prof. Cohen intitolato “Jewish-Arab Dialogue from Rabbi Saadia Gaon to Facebook”.

Agenti dello Shin Bet, che controllano il destino dei palestinesi nei Territori occupati nel 1967, conducono una guerra psicologica sui social media xxx

 

Foto MAHMUD HAMS / AFP

Nell’estate del 2016, il servizio di sicurezza israeliano Shin Bet ha aperto una pagina Facebook in arabo chiamata Bidna Na’ish (“Vogliamo vivere”). È un nome abbastanza scaltro. Nel gergo palestinese, bidna na’ish è un’espressione usata dai residenti dei Territori che sono stanchi della lotta con Israele e più interessati a mettere in tavola il cibo per i loro figli; che è di fatto il messaggio centrale della pagina Facebook dello Shin Bet: Sarebbe meglio per voi, Palestinesi, se vi concentraste nel migliorare la qualità della vostra vita piuttosto che occuparvi di politica.

Circa due anni dopo, agenti operativi dello Shin Bet – i “capitani” responsabili di varie regioni, dalla Striscia di Gaza a sud fino a Jenin nel nord – hanno preso parte all’attività dell’organizzazione su Facebook, aprendo delle loro pagine personali. Gli agenti si identificano come personale dell’intelligence israeliana e usano pseudonimi arabi. Lo Shin Bet ha così lanciato una sua aperta, anche aggressiva, attività sui social media. Una trentina di funzionari dell’organizzazione hanno caricato su Facebook centinaia di post che hanno attirato migliaia di follower palestinesi e generato migliaia di commenti.

Operativamente, i post su Facebook hanno lo scopo di contribuire a frenare la resistenza violenta dei palestinesi, ma sembrano avere anche un ben più importante scopo: cambiare la percezione palestinese riguardo alla loro condizione in Cisgiordania e riguardo a Israele in generale. L’obiettivo prioritario sembra essere quello di legittimare il dominio militare israeliano e normalizzare le colonie nei Territori. Il modus operandi è creare su Facebook un mondo immaginario nel quale non c’è occupazione, i palestinesi e gli israeliani vivono in tranquillità e uguaglianza in Cisgiordania e lo Shin Bet lavora parimenti per gli ebrei e per gli arabi. In questa realtà virtuale la resistenza al governo militare israeliano è descritta come opposizione alla pace e al progresso che Israele ha da offrire e come dannosa per quelli che beneficiano di quanto Israele offre.

Queste “operazioni di consapevolezza”, come sono note nel gergo dello Shin Bet (e anche dell’Esercito israeliano, che ha anch’esso istituito un suo Center for Consciousness Operations), sono preparate da psicologi, esperti di marketing, studiosi di studi arabi e personale dell’intelligence. Ciò che contraddistingue l’attività degli agenti operativi su Facebook è la loro diretta conoscenza della situazione sul campo e della popolazione locale. Si presentano come vicini alle comunità di cui sono responsabili e il loro tono è quello di un fratello maggiore, un approccio amichevole ma fermo, formulato con un’aura di superiorità. Questi agenti dello Shin Bet, che in molti modi controllano il destino degli abitanti dei Territori, cercano di educare e insegnare, presentano fatti e li interpretano, mettono in guardia le persone dal fare cose stupide, fanno minacce, fanno promesse, sottolineano che loro agiscono per il bene comune e riempiono di disprezzo quei palestinesi che prendono parte alla lotta armata.

Ecco un esempio recente. A giugno, una squadra della polizia di frontiera al posto di blocco detto “Il Container” a est di Gerusalemme ha ucciso a colpi d’arma da fuoco Ahmed Mustafa Erekat, un 27enne palestinese della città di Abu Dis, mentre si dirigeva velocemente con la sua auto verso i militari. Fonti israeliane e palestinesi sono in disaccordo sul fatto che si trattasse di un tentato attacco con l’auto in corsa. I palestinesi rigettano l’eventualità che Erekat volesse colpire i soldati dell’IDF, poiché stava andando a prendere sua madre per il matrimonio di sua sorella, ma le fonti della sicurezza sostengono che invece era un chiaro tentativo di fare un attacco.

All’accesa discussione online si è aggiunto l’agente incaricato dallo Shin Bet per Abu Dis e dintorni che si fa chiamare “Capitano Fadi”. Sulla sua pagina Facebook ha scritto, “Questo non è un gesto eroico / Non è un gesto di auto-sacrificio nel nome di Dio / Non è altro che un gesto di suicidio / Nel giorno del matrimonio della sorella / Il suicida Ahmed Erekat”.

Lo scopo di questo approccio è chiaro. Se Erekat fosse percepito dai palestinesi come uno shahid, un martire, questo potrebbe generare ulteriori atti di protesta e magari anche scatenare un’ondata di attacchi con auto in corsa. Capitano Fadi ha aggiunto al suo post un video del cellulare di Erekat nel quale si è filmato mentre chiede scusa alla sua famiglia. 

Il filmato ha suscitato decine di risposte feroci dei palestinesi. Molti hanno dichiarato di vedere effettivamente Erekat come un martire per la patria, contrariamente al post dello Shin Bet, e hanno ridicolizzato il tentativo di un Israeliano di determinare chi è uno shahid. Alcuni hanno accennato al fatto che Erekat era stato lasciato morire dissanguato, senza ricevere cure mediche, dopo che gli avevano sparato; e altri che Capitano Fadi ha avuto il compito di togliere il cellulare dal corpo di Erekat per usarlo a scopo propagandistico, per screditarlo.

Questo scambio esemplifica diversi aspetti estremamente importanti dell’attività dello Sin Bet su Facebook. Consente ai palestinesi di rispondere alle affermazioni dei capitani – cosa molto difficile da fare nelle strutture per gli interrogatori dello Shin Bet o negli uffici dell’organizzazione nelle basi dell’esercito nei Territori – e di sfogarsi, permettendo al contempo al servizio di sicurezza di raccogliere preziose informazioni, diffondere propaganda e persino reclutare nuovi agenti. Ma per una migliore comprensione del fenomeno, potrebbe essere utile iniziare descrivendo come gli agenti dello Shin Bet presentano loro stessi sulle pagine Facebook.



Lavoratori palestinesi in fila per attraversare un posto di blocco all’entrata della colonia israeliana di Maale Adumin, vicino a Gerusalemme, 30 giugno 2020. Foto Oded Balilty / AP

Immagini e controimmagini

Le foto di copertina che gli agenti operativi caricano sulle loro pagine possono essere sorprendenti. Molti presentano un’immagine che suggerisce un rapporto paritario palestinesi-israeliani. Una mano dipinta con i colori della bandiera palestinese stringe una mano con i colori della bandiera israeliana; un Israeliano e un Palestinese siedono insieme; una bandiera israeliana intrecciata a una palestinese.

Le immagini di fratellanza e partenariato sono accompagnate da testi dello stesso tenore. Malgrado lo scollegamento dalla realtà – lo Shin Bet non crede realmente nell’uguaglianza israelo-palestinese nei Territori –, questa non è solo una trovata da esperti in relazioni pubbliche. La fonte delle immagini e dei testi si trova nel romanzo sionista utopico “Altneuland” (“Vecchia Terra Nuova”, 1902) di Theodor Herzl, come per dire: Noi veniamo in pace, la nostra presenza qui è una benedizione per gli arabi, la resistenza al sionismo è resistenza alla moralità e al progresso. Alcuni israeliani credono ancora a queste cose.

Un altro tipo di foto di copertina mostra panoramiche dei luoghi controllati dai vari funzionari dello Shin Bet, oppure immagini simboliche e nostalgiche di un tipico paesaggio palestinese. Queste immagini evocano un senso di casa e di vicinanza. Questo è il nostro villaggio comune, queste sono le colline e gli uliveti che tutti noi vediamo e amiamo. La pagina del Capitano Fadi, per esempio, mostra una curva di una strada rurale, vecchie case di pietra, finestre ad arco, un’anziana palestinese in abiti tradizionali che cammina sulla strada. Una visione bucolica, un desiderio di tranquillità.

I dati per contattare gli agenti operativi – Facebook, Messenger, numero di telefono diretto – sono forniti per consentire ai palestinesi di trasmettere informazioni, ma anche per creare la sensazione di un ascolto attento, di qualcuno che si prende cura delle cose. Alcuni funzionari fanno semplicemente notare come contattarli, altri aggiungono alcune frasi di invito e incoraggiano i locali a rivolgersi a loro per qualsiasi problema.

Il messaggio “Siamo qui per aiutare” si riflette non solo nelle immagini di sfondo ma anche in molti testi dei post. Lo scoppio della crisi da coronavirus in primavera ha offerto ai funzionari responsabili dello Shin Bet un’ulteriore opportunità per presentarsi come operatori per il bene comune e per ritrarre la realtà del 2020 come un periodo di lotta israelo-araba contro un nemico comune. Oltre a pubblicare consigli su come evitare l’infezione, molti agenti sottolineano il fatto che il virus attacca tutti senza riguardi per il credo, il genere o la nazionalità, e che il mondo arabo e quello israeliano stanno unendo le forze per preservare la salute di tutte le persone che vivono in Medio Oriente.

È difficile valutare l’efficacia del tentativo di rappresentare lo Shin Bet come un’organizzazione positiva che lavora a beneficio dei palestinesi. Fraternità e conciliazione non sono le immagini immediate che vengono in mente ai palestinesi di fronte allo Shin Bet. Alcuni ricorderanno le sue stanze per gli interrogatori e la pressione fisica esercitata su di loro; altri gli arresti o le perquisizioni delle loro case, o gli sforzi per reclutarli come informatori per mezzo di pressioni e lusinghe. Tali esperienze presumibilmente spiegano le risposte aggressive e beffarde dei palestinesi che sono relativamente comuni su queste pagine di Facebook.

Il profondo coinvolgimento dell’intelligence israeliana e di elementi governativi nel discorso sui social media mediante bot [NdT: con “bot”, abbreviazione di robot, si intende un programma autonomo che generando risposte fa credere all’utente dei social media di comunicare con una persona umana] e mediante profili falsi rende difficile, in molti casi, conoscere la vera fonte dei commenti postati. Le agenzie di intelligence spesso usano bot per rispondere e mettere like ai propri post, con differenti nomi, come un modo per aumentare l’esposizione di una pagina. Poiché è difficile determinare la credibilità dei profili Facebook, la discussione si concentra sui commenti derivati dalla loro pubblicazione e il dialogo che generano. Infatti, come rispondono i profili palestinesi (siano essi reali o immaginari) alle dichiarazioni fraterne degli agenti dello Shin Bet?

Una tipica risposta è tendere una mano in segno di pace. Per esempio, un utente ha risposto a un post di Capitano Amin, l’agente operativo per la Città Vecchia di Gerusalemme, scrivendo, “Anche l’Islam è per la pace”. Un altro ha scritto, “È così che dovrebbe essere”. Lo scorso 22 marzo, Capitano Eli, l’ufficiale regionale dello Shin Bet a Isawiyah, Gerusalemme Est, ha pubblicato una foto conciliante durante l’ondata di arresti della polizia israeliana in quel villaggio. Una persona ha risposto: “Sì alla pace e a una vita di uguaglianza”. “Shalom haver [amico]”, ha scritto un altro. “Ahlan wasahlan [Benvenuto], felicemente”, ha aggiunto un terzo.

Ma queste non sono le risposte prevalenti e spesso danno luogo a contro-risposte. Capitano Adib, che opera per conto dello Shin Bet a Hebron, ha scelto come immagine di copertina la stretta di mano tra un Palestinese e un Israeliano. Un giovane studente della Al-Quds University a Gerusalemme, che ha inteso il messaggio come reale, ha risposto augurando la pace a tutti gli abitanti del Paese. Qualcun altro, apparentemente con maggiore familiarità con le pagine dello Shin Bet, ha risposto, “Che tipo di pace è, amico mio, non ci può essere pace nel Paese fintanto che loro sono qui”. Un altro ha riassunto con la frase standard, “La vittoria è vicina, con l’aiuto di Dio”.

In effetti, espressioni di opposizione a Israele o all’occupazione sono molto diffuse, così come le maledizioni, a diversi livelli di crudezza, rivolte agli ufficiali dello Shin Bet, alle loro madri, mogli e sorelle.

Qualche volta, i palestinesi vogliono intavolare un dialogo sincero. “Dio ti benedica, Capitano Eli fratello mio”, ha scritto una persona, che si identifica come un gerosolimitano, all’agente dello Shin Bet a Isaqwiyah. “Se vai via dalla Moschea Al-Aqsa e revochi le leggi contro i palestinesi, sarai il primo Ebreo che inviterò nella mia casa per mangiare montone ripieno e foglie di vite ripiene”. Sia i commenti di benvenuto sia le maledizioni, su questa pagina Facebook come sulle altre, non hanno avuto risposta dagli agenti.

In risposta alla nuova pagina aperta dal Capitano Hussam (Ramallah e campo profughi di Qalandiyah) che mostra una foto di mani che si avvicinano l’una all’altra con la didascalia in arabo ta’ayush (la vita insieme), qualcuno ha scritto, “Come può esserci coesistenza se occupate il nostro paese e uccidete i bambini, gli anziani e le donne e fate del male alle persone e rendete opprimente la loro vita?”

‘Lasciate che siano loro a lavorare per noi’

Un potere dello Shin Bet che influisce sulla vita quotidiana dei palestinesi nei Territori è l’autorità dell’organizzazione di concedere, o negare, i permessi d’ingresso in Israele. Dagli anni ’90 del secolo scorso, i palestinesi hanno bisogno di tali permessi per entrare in Israele e chiunque venga sorpreso all’interno senza permesso rischia l’arresto e una multa. L’alto tasso di disoccupazione nei Territori e le paghe più alte in Israele spingono molti palestinesi a cercare lavoro in Israele, ma per lavorare regolarmente necessitano dell’autorizzazione dello Shin Bet. Nel corso degli anni, lo Shin Bet ha negato l’ingresso a decine di migliaia di palestinesi, sia a quelli coinvolti nella lotta armata e alle loro famiglie allargate, ma anche alle famiglie di persone che sono state ammazzate da Israele. Il fondamento logico della sicurezza in questi ultimi casi è che i parenti potrebbero compiere attentati per vendicare la morte dei loro cari.

Il risultato è che un gran numero di palestinesi è in una lista nera israeliana senza essere stati coinvolti direttamente in attività politiche o militari. Di tanto in tanto lo Shin Bet annuncia la sua disponibilità a riconsiderare il divieto di sicurezza per i residenti di varie località, su base individuale. Questa disponibilità si basa sul presupposto che migliori condizioni economiche riducano la pressione sui palestinesi inducendoli a contrastare la violenza dei loro parenti (così che i permessi di ingresso non siano revocati).

Per esempio, nell’ottobre 2017, lo Shin Bet ha reso noto sulla pagina Bidna Na’ish che Capitano Hussam avrebbe tenuto giornate speciali dedicate a riconsiderare lo status della sicurezza di individui residenti a Ramallah che non erano coinvolti in nessuna attività contro Israele: “Mi rivolgo a voi direttamente a causa dell’importanza che attribuisco al miglioramento della vostra situazione e delle condizioni di vita nella regione… Farò qualsiasi sforzo necessario per essere al vostro fianco al fine di migliorare le vostre condizioni di vita. Esaminerò tutte le richieste con attenzione per rispondere il più possibile positivamente “.

Il disperato bisogno dei palestinesi di permessi d’ingresso in Israele ha dato origine a risposte verbali e alcune anche visive, attraverso i memi. Chi voleva un permesso d’ingresso ha adottato un tono apolitico, efficiente, non avendo altra scelta se non quella di accettare l’autorità dello Sin Bet. In molti altri ha prevalso il sospetto che gli incontri con i residenti locali fossero volti a reclutare informatori per le forze di sicurezza.

“Chiunque vada [a un incontro] si mette in una situazione che compromette il suo onore. Non dobbiamo andare”, ha scritto una persona. Un giovane più arrabbiato ha affermato, “Perché dovremmo lavorare per loro? Che siano loro a lavorare per noi ripulendo i cessi”.

Facebook serve allo Shin Bet anche a reclutare collaboratori e sollecitare informazioni in modo diretto ed esplicito, sia per mezzo di inviti generici o come richiesta di informazioni concrete a seguito di un attacco terroristico. All’inizio è stato questo uno dei primi argomenti trattati sulla pagina principale di Bidna Na’ish. “Condividi con noi informazioni e sarai ben ricompensato”, era la didascalia. Sul lato sinistro un disegno di due agenti dell’intelligence in impermeabile, in vecchio stile hollywoodiano, sul lato destro un pugno di dollari a indicare il compenso per la collaborazione. Inoltre, una mano che non mostra il corpo a cui appartiene, simboleggiante la riservatezza promessa a coloro che forniscono informazioni, stringe la mano che emerge da una bandiera israeliana, che sta per lo Stato d’Israele e gli agenti dello Shin Bet.



Una foto di copertina di una pagina Facebook dello Shin Bet recita “Condividi con noi le informazioni e sarai ricompensato”.

Un altro post del servizio di sicurezza ha semplicemente chiesto ai palestinesi, e in inglese, “Unisciti a noi nella lotta contro il terrorismo”.

In alcuni casi lo Shin Bet pubblica su Facebook le fotografie degli autori di attacchi terroristici (prese dalle telecamere di sicurezza o da altre fonti) con i loro nomi, nella speranza che qualcuno sia tentato dal passare informazioni su di loro. Per esempio, a seguito di una sparatoria al checkpoint dei tunnel con cui gli israeliani che vengono dalla direzione di Kiryat Arba e Gush Etzion entrano a Gerusalemme (ai palestinesi dei Territori è proibito usare quella strada), lo Shin Bet pubblicò un post su Bidna Na’ish (11 gennaio 2018) che affermava “La sparatoria al posto di blocco era volta a minare la sicurezza della regione e di tutti i suoi abitanti, Ebrei e Arabi. Stiamo compiendo sforzi sovraumani per preservare la vita quotidiana dell’intera regione e un incidente di questo tipo è un male per tutti”.

In allegato al post c’era una foto, presa con la telecamera di sicurezza, dell’attentatore ancora in libertà, e la promessa di una ricompensa in denaro per le informazioni ricevute.

Il linguaggio usato fonde l’immagine dello Shin Bet come organizzazione che preserva in egual misura la sicurezza di tutti gli abitanti dei territori (un punto di vista che i più contestano) con la nozione –che non riesce a persuadere i commentatori– che Ebrei e Arabi vivano fianco a fianco pacificamente in Cisgiordania e che solo alcuni palestinesi tentano di disturbarne l’armonia.

Lo stesso approccio caratterizza la richiesta generale di mantenere la quiete che lo Shin Bet pubblicò nel settembre 2016, “Recentemente avrete certamente notato l’aumento di attività ostili. Tali azioni non portano benefici a nessuno, al contrario causano solo danno ai loro autori, alle loro famiglie e a tutti gli abitanti della regione. Perciò, vi chiedo di assisterci in questa vicenda affinché si sia in grado di vivere tutti in pace e tranquillità”.

Il post si conclude con la richiesta di segnalare le attività che sono avvenute e/o trasmettere informazioni su quelle future. Una ricompensa in denaro viene promessa a chi avesse aiutato.



Soldati israeliani accorrono sulla scena di un sospetto attentato con un’auto vicino alla colonia di Halamish in Cisgiordania, 29 maggio 2020. Foto Mohamad Torokman/ REUTERS

Una richiesta degli agenti operativi dello Shin Bet di localizzare Asem Barghouti, un uomo di Hamas coinvolto in un attentato nei pressi delle colonie di Ofra e Givat Assaf nel dicembre del 2018, era accompagnata dalla sua fotografia. Come in altri casi, lo Shin Bet sottolineò che Barghouti “lavorava per distruggere le delicate relazioni quotidiane tra palestinesi ed Ebrei in Cisgiordania”.

Coloro che vogliono assistere le forze di sicurezza israeliana nella loro lotta contro le organizzazioni palestinesi non lo dichiarano esplicitamente nelle loro risposte su Facebook. Dopo l’arresto di Barghouti, lo Shin Bet espresse il suo “ringraziamento alla gente onesta che ci ha assistito” per convogliare il messaggio (vero? falso?) che l’informazione era arrivata a seguito della richiesta.

Le risposte non sono state sorprendenti, “La maledizione di Dio sul cane che vi ha aiutato”; “Presto ci saranno altri mille come [gli attentatori] Asem e Salah e profaneranno il vostro onore, siete spregevoli, aspettatevi sorprese”; e “Chiunque vi abbia aiutato è un traditore e un collaboratore”.

Le pagine Facebook dello Shin Bet sono ornate con immagini islamiche, versetti del Corano, proverbi e detti fioriti. L’obiettivo è creare l’impressione che il suo staff conosca la cultura araba e islamica, rispetti le tradizioni e in una certa misura sia parte del locale tessuto sociale. I palestinesi rispondono in differenti modi. In alcuni casi, le persone non capiscono quale pagina Facebook abbiano trovato – Bidna Na’ish non dichiara la sua affiliazione allo Shin Bet – e fanno domande del tipo “Sei Arabo?” oppure “Sei Musulmano?” Altri, consci che l’intelligence israeliana è dietro queste pagine Facebook, mettono in evidenza errori grammaticali o linguistici per deridere gli scriventi dello Shin Bet. “Mandami i tuoi post, prima di pubblicarli”, suggerisce un Palestinese dell’area di Betlemme a Capitano Bashir, che ha scritto in maniera errata i nomi dei villaggi della sua zona.

I versetti del Corano citati dal personale dello Shin Bet sono largamente ripetuti e trasmettono messaggi in linea con l’approccio dell’organizzazione. Un versetto popolare è “Non gettatevi da soli nella perdizione” (sura al-Baqarah, 195, traduzione Shakir) che è citato come parte delle raccomandazioni di non farsi coinvolgere in attività contro l’occupazione e contro Israele, poiché questo è autolesionistico (i capitani rimarcano che il destino del terrorista è la morte, l’arresto o la demolizione della casa di famiglia). Questo versetto ha assunto un ulteriore significato durante l’epidemia di coronavirus – il bisogno di mantenere rigorose precauzioni di fronte al virus – ed è citato dagli ufficiali dello Shin Bet per mostrare preoccupazione per tutti gli abitanti.

Pubblicare gli auguri prima delle feste religiose e all’avvicinarsi del Ramadan è una pratica abituale, sia delle aziende commerciali sia degli ufficiali dello Shin Bet. Come molti dei suoi colleghi, per esempio, in maniera errata Adib dell’area di Hebron ha quest’anno pubblicato gli auguri per il Ramadan con la tradizionale immagine di una luminosa mezzaluna che avvolge la moschea della Mecca e la didascalia, “Il mese del pentimento e dell’espiazione”. Ha ricevuto una laconica risposta, “Il Ramadan è nostro. Non vostro”. Il tradizionale augurio che egli aveva aggiunto – “Che tu possa stare bene ogni anno” (“Kul ‘aam wa antum bekhair“) – ha attirato il seguente commento da qualcuno a Hebron: “Se Dio vuole che stiamo bene, stai lontano da noi”.

Eroi che uccidono i bambini

Uno strumento standard nella guerra psicologica israeliana è l’abuso verbale, fondato o meno, contro gli attivisti di Hamas o di altre organizzazioni. Ci sono diversi tipi di denigrazione. Nell’estate del 2019, lo Shin Bet pubblicò su Facebook un post su un uomo di Hamas di cui si diceva molestasse sessualmente i bambini a Hebron. Non c’è modo di sapere se l’informazione fosse corretta, ma ben si adattava all’approccio dello Shin Bet che sostiene che i militanti palestinesi sono moralmente inferiori. L’hashtag dell’immagine recitava, “Non è un ebronita”, intendendo che è una vergogna per Hebron. Lo scrivente si presenta come uno che può parlare a nome dei residenti di Hebron, come in altri casi in cui gli agenti dello Shin Bet si riferiscono alla situazione palestinese usando la prima persona plurale (e di solito ottengono risposte che li smascherano). In questo caso i commenti erano per lo più beffardi. “Attenti a non stare davanti a lui se siete preoccupati”, ha scritto una persona, e anche altri sfruttavano lo stesso tema.

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 Una caricatura postata dallo Shin Bet mostra un combattente di Hamas come un pedofilo.

Un altro modo con il quale lo Shin Bet cerca di delegittimare la leadership palestinese è affermare che i capi di Hamas, in particolare quelli della Striscia di Gaza, sfruttano i giovani della Cisgiordania per scopi politici. La supposizione qui sottesa è che i giovani che si uniscono ad Hamas non sono motivati dalla fede religiosa o da un senso di obbligo nazionale, ma perché ingannati dal movimento islamista. Lo Shin Bet propone lo stesso approccio anche con la leadership dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania, sebbene l’AP cooperi con l’organizzazione israeliana nella lotta contro Hamas.

Il 28 gennaio l’AP ha organizzato proteste a seguito della pubblicazione del “Piano del secolo” di Trump. Lo Shin Bet ha risposto sparlando dell’AP allo scopo di sminuire le contestazioni.

“È importante per me che i giorni a venire proseguano pacificamente”, ha scritto Capitano Mofid, che opera a Hebron. “Alcuni di voi sono esposti a essere influenzati dagli incitamenti della disfunzionale leadership palestinese, che negli anni ha agito esclusivamente a beneficio del proprio tornaconto. Vi consiglio di non lasciarvi coinvolgere, semplicemente perché loro non mandano i loro figli in strada e non tirano pietre e non prendono parte ai disordini, perché ai loro occhi valgono più degli altri”.

Un altro modo per macchiare l’immagine della lotta palestinese è puntare il dito sugli aspetti immorali negli attentati dei palestinesi. Nel dicembre 2018 un uomo della squadra di Hamas, Asem Barghouti, sopra menzionato, effettuò un attacco armato all’incrocio di Ofra in Cisgiordania. Una donna israeliana, Shira Ish-Ran, incinta di sette mesi, fu tra i feriti. Il feto fu colpito e fatto nascere con un’operazione d’emergenza, ma morì tre giorni dopo.

Lo Shin Bet pubblicò una foto del neonato, avvolto in un tallit (scialle da preghiera) prima di essere seppellito, con la didascalia, “Come si sente una nazione i cui eroi aprono il fuoco su una donna incinta? Quale tipo di eroe uccide un bambino non nato mentre è ancora nel grembo materno? Quale tipo di eroe fugge dopo aver aperto il fuoco contro i soldati? Questi non sono eroi. Quelli di Hamas non sono eroi. Codardi”.

Molto probabilmente lo Shin Bet della pagina Facebook di Bidna Na’ish che ha scritto questo post ha provato dolore per la morte del feto, come molti israeliani che hanno seguito la vicenda nei media. Ma soprattutto la pubblicazione della foto e il post mostrano la disparità tra l’approccio paternalistico dello Shin Net (e forse di tutti gli israeliani) nei confronti dei palestinesi. Il post ha provocato centinaia di commenti che mettevano uno specchio di fronte allo Shin Bet invitandolo a guardare se stesso. Hanno chiarito che il discorso dello Shin Bet israeliano, che pretende di preoccuparsi delle vite di entrambe le popolazioni e rivendica una superiorità morale, è percepito come doppiamente ipocrita.

I palestinesi che continuamente vedono fotografie di bambini uccisi a Gaza (e talvolta anche in Cisgiordania), che conoscono personalmente o dai media casi di donne palestinesi che hanno avuto aborti a un posto di blocco, si rifiutano di piangere insieme agli agenti dello Shin Bet. E, come al solito, alcuni hanno sollevato solide obiezioni, altri si sono accontentati del ridicolo (“Cosa è questa stupidità?”), alcuni maledicevano e c’è stato chi si augurava la morte di ogni Ebreo.


Un cartone animato postato dallo Shin Bet mostra Hamas che gioca a calcio con le teste dei palestinesi.

Espressioni di empatia o dolore sono state rare e accompagnate da consigli agli agenti operativi, “Sicuramente haram [proibito, inaccettabile, indecente], ma l’assassinare a Gaza non è haram?”, ha scritto una donna in risposta al post dello Shin Bet. Un altro utente (la cui pagina Facebook indica che è un appartenente ai Fratelli Musulmani) ha affermato che è chiaro che non si intendeva uccidere un neonato o una donna, poiché ciò è contrario all’Islam.

Accanto a quelli che hanno notato che Israele compie uccisioni su scala molto più ampia, alcuni hanno giustificato l’uccisione di bambini, utilizzando una logica che è familiare nei commenti online israeliani sull’uccisione di bambini palestinesi. “Meglio che muoia nello stomaco di sua madre, perché da grande ucciderà i nostri figli”, ha scritto una persona, aggiungendo, “Che ogni Ebreo e ogni colono israeliano bruci. Che Dio rafforzi la gente di Hamas e le garantisca salute e lunga vita”.

Uno studente di Hebron ha rivolto un messaggio pieno di amarezza e odio al personale dello Shin Bet, “E se questo neonato fosse venuto al mondo e fosse cresciuto, cosa sarebbe diventato? Un imam di una moschea o qualcosa del genere? Chiaramente un cane come tutti voi. È meglio per Hamas schiacciare le vostre teste.”

Una brutta fine

La parola “occupazione” non appartiene al lessico politico dello Shin Bet, non di certo nelle sue campagne per alterare la consapevolezza dei palestinesi. Dal punto di vista dell’organizzazione, la situazione attuale – nella quale Israele ha il controllo e le colonie si stanno espandendo nei Territori – è ciò che lo Shin Bet deve proteggere. Nel mondo virtuale creato da quest’ultimo, i giovani palestinesi che scendono in strada per dimostrare o tirare pietre o prendere parte alla lotta armata stanno agendo contro la pace o contro Israele o per sradicare le relazioni di buon vicinato con i coloni ebrei. Inoltre, secondo lo Shin Bet, lo fanno perché elementi esterni hanno messo idee dannose nella loro testa.

L’argomento dello Shin Bet è semplice e orecchiabile: Questi giovani danneggiano se stessi e, soprattutto, le loro famiglie. A tal fine l’organizzazione si appella alle loro madri, esortandole a tenere i figli a casa così che non perdano la vita o la libertà. “Per il suo bene e per il tuo, cara madre, se sospetti che tuo figlio abbia qualcosa a che fare con questi attacchi, faccelo sapere o denuncialo alle autorità competenti”.

A giugno, a seguito dell’arresto di due residenti di Hebron – uno studente di medicina, l’altro un ragioniere – sospettati di avere legami con Hamas, lo Shin Bet ha postato su Facebook un video che li mostra dietro le sbarre, con la didascalia “Il legame con Hamas influenza il corso della tua vita”. Il filmato ha avuto più di 20.000 visualizzazioni.

Questo argomento ha una certa logica. Ci sono grandi probabilità che le forze di sicurezza israeliane arrivino a questi attivisti e che il loro destino sia la morte o la prigione. Tuttavia, l’approccio dello Shin Bet ignora l’esistenza di un sentimento nazionale e religioso, un senso di giustizia, il predisporsi al sacrificio e così via. In effetti, questo è il metodo di coloro che cercano di plasmare la coscienza: identificare gli anelli deboli, presentare un quadro parziale, non necessariamente falso, rafforzare la voce di coloro che cercano l’armonia e non sperano più nella libertà, e nascondere le giuste motivazioni di coloro che lottano per la libertà.

Questo è anche il fine del postare immagini di demolizioni di case palestinesi o dell’arresto di bambini. Queste immagini appaiono usualmente nei media al fine di presentare il volto negativo di Israele. Qui il punto è aumentare le paure dei palestinesi circa il venir coinvolti in attività di resistenza. Ma Facebook ci consente anche di vedere le reazioni contrarie. Non solo l’accusa che le azioni dello Shin Bet costituiscano terrorismo, ma anche il presentare i motivi degli attivisti dal loro punto di vista.

“Questi giovani agiscono per realizzare i diritti più elementari, giustizia e libertà”, ha commentato una donna. “I prigionieri di Hamas sono l’orgoglio di tutti noi”, ha scritto un’altra persona. “Una pagina spregevole”, è stata la recensione di un altro alla pagina Facebook dello Shin Bet, che ha aggiunto, “Lunga vita ad Hamas. Ad Hamas sono dei leoni, voi finirete nel bidone della spazzatura”.

Gli attivisti palestinesi che conoscono il mondo virtuale sono consapevoli che le pagine Facebook dello Shin Bet sono parte di una più vasta campagna nella guerra psicologica israeliana. Essa include le apparizioni dei portavoce israeliani sulle reti televisive arabe come Al Jazeera, le pagine Twitter e Facebook del Coordinatore delle attività del Governo nei Territori, i siti di lingua araba amministrati dall’Ufficio del portavoce dell’Esercito israeliano e così via. Lo scopo è quello di minare l’impegno per il nazionalismo palestinese nei residenti dei Territori. I funzionari di Fatah hanno, per esempio, pubblicato un manifesto che invita i palestinesi a non mettere “Mi piace” sulla pagina del coordinatore delle attività del governo, in modo da smascherare il suo “ruolo ingannevole” e a non cooperare con il volto falsamente positivo dell’occupazione. I post su Facebook di Fatah e di altri che usano l’hashtag “O io o il Coordinatore” hanno ricevuto migliaia di reazioni positive.

Ma il mondo virtuale ha una sua vita propria e, a dispetto degli inconvenienti, sia i palestinesi politicamente consapevoli sia gli altri navigano sulle pagine dello Shin Bet e qualche volta rispondono. Queste pagine stanno raggiungendo il loro scopo? Hanno successo nel mutare la consapevolezza palestinese? A maggio, sul sito web degli esperti del Jerusalem Center for Public Affairs, il giornalista Yoni Ben Meanchem ha citato fonti della sicurezza che sostengono che molti attacchi terroristici sono stati sventati grazie a queste pagine. Ma anche questa dichiarazione è dubbia, forse è anch’essa parte della guerra psicologica. Eppure, in periodi di calma, potrebbero dissuadere alcuni giovani dall’unirsi alla lotta armata.

Possono questi post causare un genuino cambiamento nella coscienza palestinese? Probabilmente no. La ragione principale è nell’arroganza degli scriventi e la loro mancanza di empatia per la situazione dei palestinesi. Un esempio è l’aspettativa dello Shin Bet e di tutto Israele che i palestinesi siano scioccati dalla foto di un neonato ebreo ucciso mentre gli stessi funzionari, e gli israeliani in generale, non esprimono alcun dispiacere per le decine di bambini palestinesi uccisi dall’IDF. Un altro esempio sono i post dello Shin Bet che spiegano l’importanza del Giorno dell’Indipendenza per gli israeliani, senza menzionare il prezzo pagato dai palestinesi per l’indipendenza dello Stato ebraico, e come gli stessi israeliani impediscano l’indipendenza palestinese.

Come tali, queste pagine Facebook sono soprattutto un monumento virtuale all’arroganza, al distacco dalla realtà e alla cecità d’Israele e dei suoi rappresentanti nei Territori.





Courtesy of Assopace Palestina
Source: https://www.haaretz.com/israel-news/.premium.MAGAZINE-on-facebook-israel-is-trying-to-change-how-palestinians-see-the-occupation-1.9051855
Publication date of original article: 08/08/2020
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=29477

 

Tags: Shin Bet su FacebookGuerra psicologica sionistaOperazioni psicologiche sui social mediaContro-insurrezione digitalePalestina/Israele
 

 
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