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 12/08/2020 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 ABYA YALA 
ABYA YALA / Cosa sta succedendo in Brasile?
Intervista ad Achille Lollo
Date of publication at Tlaxcala: 30/04/2020
Translations available: Français  Español 

Cosa sta succedendo in Brasile?
Intervista ad Achille Lollo

Contropiano

 

Il Coronavirus sta falcidiando il Brasile, soprattutto le favelas di São Paulo e di Rio de Janeiro, dove il dramma della morte si sta generalizzando, insieme a un’economia in collasso avanzato, con i suoi 14 milioni di disoccupati e altri 12 messi in aspettativa.

Una situazione sempre più esplosiva che il governo di Jair Bolsonaro cerca di minimizzare, aumentando la confusione e l’incertezza politica. Infatti, il 4 aprile, “La Repubblica”, annunciava un colpo di stato dei militari, che si rivelava una “bufala”.

In seguito il presidente Bolsonaro, ispirato da Trump, provocava la Cina che sospendeva l’acquisto di 2 milioni di tonnellate di soia.

Il caos è anche politico, soprattutto nel governo, tanto che il ministro della salute, Henrique Mandetta, ha annunziato sulla TV Globo che sarebbe stato dimesso dal presidente, che ha dimesso lui e anche il segretario giuridico della presidenza. In seguito è toccato al capo della Polizia Federale e al poderoso ministro della Giustizia, il giudice Sergio Moro fare le valigie perché la convivenza con il clan Bolsonaro era diventata impossibile. Per questo CONTROPIANO ha intervistato il giornalista Achille Lollo*, che conosce a fondo la situazione politica ed economica del Brasile.

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Cominciamo con la storia del colpo di stato, si tratta di una bufala o realmente i militari vorrebbero liberarsi di Bolsonaro?

“Come ex-direttore di due riviste brasiliane vorrei dire che questa storia del colpo di stato contro Bolsonaro è una vera e propria bufala, creata dal corrispondente di “La Repubblica”, perché non ha saputo interpretare il contesto politico brasiliano e tantomeno tradurre in italiano alcune parti di un articolo pubblicato nel sito defesa.net.

Nello stesso tempo c’è stata un’estrema leggerezza da parte dell’editore internazionale che ha pubblicato quello scoop senza averne la conferma. Infatti, bastava telefonare alla redazione di un qualsiasi giornale brasiliano, visto che ci sono 5 ore di differenza!

Come analista politico, posso dire che escludo perentoriamente l’ipotesi di un colpo di stato ideato dal Ministro della Difesa, generale dell’Esercito, Fernando Azevedo e Silva, e messo in atto dal nuovo capo dello Stato Maggiore Unificato delle Forze Armate, (EMCFA), il generale di Aviazione, Raul Botelho.

Infatti, il 18 febbraio, il presidente Bolsonaro dovette licenziare per assoluta incapacità Onix Lorenzoni, che per essere stato uno dei suoi fedelissimi era stato premiato con la nomina a Ministro della Casa Civil, che è una specie di primo Ministro.

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Walter Souza Braga Netto

Al posto di Lorenzoni, il presidente avrebbe voluto promuovere il giovane figlio Eduardo, però i militari consigliarono a Bolsonaro di nominare un uomo di esperienza, come il generale dell’Esercito Walter Souza Braga Netto, all’epoca capo dello Stato Maggiore Unificato (EMCFA).

Di conseguenza, il generale Braga Netto, a causa della disastrosa gestione di Onix Lorenzoni e nel tentativo di arginare la crisi economica, rafforzò subito le sue funzioni nel governo, dando priorità alle relazioni con il potere legislativo, per evitare che le proposte di legge presentate dal governo continuassero a essere bocciate.

E’ importante sottolineare che nel governo  di Bolsonaro i militari sono già più che rappresentati, avendo cinque ufficiali superiori come ministri (Difesa, Energia, Miniere, Amministrazione Pubblica e Infrastrutture) e altri 130 nei ruoli di vice-ministro, segretario nazionale, direttore federale, amministratore delegato, coordinatore nazionale ecc.ecc.

Quindi è fuori luogo pensare che lo Stato Maggiore delle Forze Armate (EMCFA) possa aver ordinato ai 5 comandi regionali di mobilizzare 80.000 soldati per andare a destituire un presidente che è un ex-militare fascistoide e far cadere un governo che è controllato dall’intelighenzia delle Forze Armate. Soprattutto adesso, con la nomina del generale Walter Souza Braga Netto!

Vorrei precisare che in America Latina tutti i colpi di stato, ad esclusione di quello promosso dal generale Juan Velasco Alvarado, nel Peru, nel 1968, (1), furono sempre effettuati contro i governi democratici e progressisti. E Bolsonaro, certamente, non è ne democratico e tanto meno progressista!!!”

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Comunque, alcuni giornali hanno fatto capire che le dimissioni del ministro della Salute, Henrique Mandetta, e la tragica evoluzione del Covid-19 in gran parte degli stati del Brasile avrebbero riacceso lo scontro tra il presidente Jair Bolsonaro e i militari, rappresentati dal vicepresidente, generale Hamilton Mourão. In pratica, la relazione politica tra il presidente Bolsonaro e i militari è la stessa del 2018 o è cambiato qualcosa?

Lasciando da parte gli scoop e le fake news, bisogna riconoscere che tra i militari e quello che in Brasilia definiscono “il gabinetto dell’odio, diretto da 01, 02 e 03” – vale a dire l’istanza direttiva occupata dai tre figli di Bolsonaro nel Palacio do Planalto (2)  – non corre buon sangue. Infatti, il clima conflittuale che cominciò a delinearsi negli ultimi mesi del 2019, non dipende soltanto dalle assurde posizioni politiche dei tre rampolli o dalle gaffe diplomatiche del presidente Bolsonaro.

Lo scontro in atto riguarda il futuro istituzionale del Brasile, vale dire chi potrà vincere le elezioni presidenziali nel 2022 .

Su questo tema le posizioni sono sempre più divergenti, poiché per l’intelighenzia militare – vale a dire gli ufficiali di grado superiore – è di fondamentale importanza mantenere inalterato lo schema di alleanze politiche che nel 2018 riuscì a rompere l’egemonia politica del PT sconfiggendo il suo candidato, Fernando Haddad.

Da parte sua Bolsonaro, per continuare alla guida di questa alleanza – che va dall’estrema destra ai moderati della classe media – rivendica la sua immagine storica di leader anti-PT, anti-gay, idolo delle chiese evangeliche e dei militari di basso rango.

Un’etichetta che i militari e soprattutto la poderosa TV Globo, adesso, considerano scaduta, visto che l’indice di accettazione popolare di Bolsonaro è sceso fino al 6%.

Però è il giornale Folha de São Paulo ad essere il più critico, ricordando che l’elezione di Bolsonaro fu la risultante emozionale di uno pseudo-attentato realizzato da Adélio Bispo de Oliveira,  in seguito fatto passare per pazzo dalla Polizia Federale e dai giudici (3).

Infatti, anche il “Jornal do Brasil”, e soprattutto la “TV Bandeirantes”, ricordano che subito dopo l’attentato i tre rampolli fecero partire sui social una milionaria campagna elettorale, immediatamente messa in piedi con l’aiuto di Steve Bannon.

Per questi motivi, e anche per il basso livello politico e culturale dimostrato da Bolsonaro, i militari stanno disegnando un altro scenario politico, in cui non è prevista la rielezione di Bolsonaro, ma quella di un candidato capace di dare una nuova legittimità politica ai partiti della borghesia e della classe media, in particolare il PSDB e i DEM.

Un candidato preparato per rilanciare l’economia evitando, però, lo scontro di classe. Vale a dire un populista capace di formulare promesse elettorali credibili, con cui dividere il proletariato e la classe media brasiliana, guadagnandone la simpatia ed i voti dei settori popolari che storicamente votano per il PT o gli altri partiti del centro-sinistra.

Recentemente il figlio del presidente, Carlos, ha criticato duramente il vice presidente, generale Hamilton Mourão, perché aveva scambiato dei twitt con il governatore dello stato di Maranhão, il comunista del PCdoB Flavio Dino. Poi dichiarava che era più facile dialogare con i soldati e gli ufficiali di bassa patente che con i colonnelli e i generali. Nello stesso tempo Bolsonaro tornava a elogiare la dittatura del 1964 come soluzione politica. Perché il clan Bolsonaro, padre e figli, oggi, usano sempre più questi toni minacciosi?

Nel 2008 ho intervistato Jair Bolsonaro, quando era deputato federale in Brasilia, e lui, credendo che fossi il corrispondente del Corriere della Sera, sparò tante di quelle cazzate che mi sono sempre chiesto come è stato possibile che un individuo così rozzo e politicamente impreparato sia stato eletto più volte deputato e poi addirittura presidente.

Infatti, quando nell’Assemblea delle Nazioni Unite e poi nella riunione di Davos, Bolsonaro volle improvvisare, scartando il discorso preparato dal suo Ministro degli Esteri, Ernesto Henrique Fraga Araújo, fu un vero disastro o come dissero al Senato “…um autentico vexame!” (un vero tormento).

La realtà è che Bolsonaro è sempre stato un deputato rozzo, inculturato e politicamente insignificante, che nei suoi 27 anni di attività parlamentare si è sempre mosso nel cosiddetto “basso clero” della Camera dei Deputati, cambiando ben nove partiti e facendo approvare appena due progetti di legge e un emendamento costituzionale! Attualmente ha rotto anche con il piccolo PSL (Partito Sociale Liberale) del qualeera stato eletto presidente!

Oggi, il 90% della sua attività di presidente e quella del “Gabinetto dell’Odio” dei suoi figli, gira intorno al progetto del nuovo partito bolsonarista, denominato “Aliança pelo Brasil” (Alleanza per il Brasile).

Un partito di destra, populista e fascistizzante, che in teoria dovrebbe rappresentare il 25% dell’elettorato, eleggendo un centinaio di deputati e altrettanti senatori, con cui obbligare le eccellenze della borghesia e del mercato ad appogggiare la rielezione di Jair Bolsonaro nel 2022.

Vale a dire un partito che riunisce tutte le componenti anti-PT, anti-gay, i movimenti razzisti, i settori urbani timorosi della rivolta sociale, in particolare i commercianti, a cui si unirebbe il voto del sottoproletariato delle favelas controllate dai gruppi paramilitari “Milicias” e quello dei credenti fondamentalisti, manipolati dai pastori delle poderose chiese evangeliche “Assembleia de Deus” e “Igreja Universal do Reino de Deus”.

Quest’ultimae è anche proprietaria della “TV Record” (4) e di otto radio FM/AM. Un partito con una base elettorale del genere può ambire a essere adeguatamente finanziato dagli industriali legati all’import-export, dalle multinazionali e logicamente dai latifondisti del Nordest e degli stati amazzonici produttori della soia e dei bovini.

Questo progetto era ben visto anche dal segretario di Stato degli USA Mike Pompeo che, insieme a Donald Trump, ha appoggiato l’elezione di Bolsonaro nel 2018.

Però, a partire da febbraio la simpatia politica di Mike Pompeo per Bolsonaro è svanita, a causa delle valutazioni formulate dagli analisti del Dipartimento di Stato, come per le informazioni inviate dall’ambasciatore statunitense nel Brasile, Todd Chapman.

Infatti, gli ambienti parlamentari vicini ai militari sostengono che la rielezione di Bolsonaro comporta il serio rischio della radicalizzazione del processo elettorale, in un momento di grave crisi economica. Una situazione  che permetterebbe al PT e ai partiti del centro-sinistra di creare un ampio fronte popolare anti-crisi, e soprattutto anti-Bolsonaro, con cui vincere le elezioni nel 2022.

Una vittoria che è l’ultima cosa che gli USA vogliono, perché permetterebbe al PT di ritornare a imporre la sua egemonia politica. Un fronte popolare, più volte invocato dal lider del movimento MST, João Pedro Stedile e anche dal vice-presidente del Partido Democratico Laburista, Ciro Gomes.

Se, come molti dicono, Bolsonaro fu un ufficiale brillante e um teorico politico dei militari, perché non è diventato generale?

Recentemente Luis Makluf, del giornale “Estadão” di São Paulo, ha pubblicato il libro “O cadete e o capitão” (il cadetto e il capitano), in cui è documentata tutta la carriera militare di Jair Bolsionaro, dall’inizio, nel 1973, come cadetto dell’Accademia Militare “Agulhas Negras” (Aquile Nere) in Rezende, fino al 1988, quando passò alla riserva con il grado di capitano.

In realtà Bolsonaro non ha mai ricevuto un’onorificenza militare, visto che in dieci anni di attività come ufficiale, fu incaricato di comandare solo 3 gruppi di artiglieria campale.

Le sue specializzazioni riguardavano i corsi di attività fisiche dell’Accademia Militare: montagnismo, corsa campestre, immersione, paracadutismo, tiro. Per questo il suo soprannome era “Cavalão” (Cavallone) perché nelle attività fisiche era veramente eccezionale. Non ha mai insegnato teoria militare, tecniche di preparazione al combattimento e soprattutto non ha mai frequentato i corsi superiori di tattica e di strategia.

Tanto è vero che l’intellighencia militare non ha mai invitato Bolsonaro nei suoi dibattiti realizzati nel  “Club Militar” di Rio de Janeiro. Nemmeno quando Bolsonaro fu eletto deputato federale!

In realtà Bolsonaro raggiunse una certa notorietà nel 1987, quando la rivista “Veja” publicò una sua intervista in cui annunciava che con altri ufficiali avrebbero fatto esplodere nei bagni dell’Accademia Militare alcune bombe, per protestare contro il mancato aumento degli stipendi da parte del nuovo governo democratico di José Sarney.

Subito dopo, nel 1988, si licenziò dall’Esercito per essere eletto – con il sostegno dei paramilitari “Milicias” (5), dei pastori evangelici e dei gruppi neofascisti della “Baixada Fluminense” (6) – prima deputato municipale e poi deputato federale nel 1990.

Una relazione politica oscura, visto che Bolsonaro ha sempre giustificato l’esistenza delle “Milicias”, che in teoria dicevano di voler liberare le favelas dai narcotrafficanti, vista l’incapacità della polizia.

Le “Milicias” sono sorte nel 1986 come “gruppo di sicurezza” di alcune favelas, per poi passare a disputarsi con i“Narcos” il controllo dei punti di vendita della cocaina e della marijuana nelle grandi favelas di Rio de Janeiro e delle città-dormitorio dell’omonimo stato.

Non bisogna dimenticare che l’80% degli uomini delle “Milicias” sono agenti della Polizia Civile e della Polizia Militare, che hanno sempre ricevuto un'appoggio velato da parte della Polizia Federale e una grande compiacenza nei comandi della Polizia Civile, della Polizia Militare e dello stesso governo regionale, a cui si aggiungeva la copertura di numerosi politici regionali, tra cui quella del clan dei Bolsonaro.

Una situazione che era continuamente denunciata dal deputato federale Marcelo Freixo e dalla deputata municipale del PSOL di Rio de Janeiro, Marielle Franco, che, purtroppo il 17 marzo 2018, fu mitragliata all’entrata della favela Maré proprio da un commando delle “Milicias”.

Prima di entrare nelle cronache drammatiche della pandemia brasiliana potresti spiegare perché Bolsonaro,nel 2018, in meno di due mesi passò dalla nullità politica del PSL ad astro nascente della destra e quindi a candidato unico dell’oligarchia latifondista e della borghesia brasiliana?

Per capire questa improvvisata trasformazione camaleontica, bisogna fare un piccolo passo indietro, quando gli strateghi della borghesia erano convinti che il golpe bianco contra Dilma Rousseff con l’impeachment del Parlamento e l’arresto, nel 2015, di quadri storici del PT da parte del giudice di Curitiba, Sergio Moro, con l’accusa di corruzione, avrebbe disarticolato il PT e azzerato la candidatura di Lula.

Una previsione che poi fu smentita nel 2017, quando gli specialisti del marketing elettorale garantivano la vittoria di Lula nel primo turno con il 72%. Quindi, per facilitare l’elezione di  Geraldo Alkimin, il candidato della coalizione formata dal PSDB e, quindi,  evitare il ritorno di Lula nel “Palacio do Planalto” a Brasilia, nel 2017 ci fu il secondo golpe bianco. Vale a dire l’arresto e la condanna di Lula.

Nonostante ciò, gli analisti del marketing elettorale non escludevano la possibile vittoria del candidato del PT, Fernando Haddad nel secondo turno, a causa dell’assenteismo elettorale da parte della classe media ed anche per l’assoluto rigetto dei settori popolari nei confronti di Geraldo Alkimin, che nel 2009 era stato Segretario allo Sviluppo dello Stato di SãoPaulo e poi 35° governatore dello stato paulista nel 2011.

Fu in questo scenario di grande incertezza politica che, il 28 febbraio 2018, ci fu l’attentato contro Jair Bolsonaro, il quale, a partire da quel momento, diventò l’argomento centrale dei media. Infatti le due coltellate (evidentemente non gravi) inflitte da Adélio Bispo de Oliveira, alla fine di un comizio nella cittadina di Juiz de Fora, furono subito etichettate dalla Polizia Federale come “un’azione motivata dal’odio comunista del PT e del PSOL….” (6)!

Subito dopo l’attentato i social brasiliani furono invasi da un nuovo sistema di robot che gestiva e alimentava tutte le reti con continue fake news che ricordano la metodologia usata da Steve Bannon nella campagna elettorale di Donald Trump.

Bolsonaro fece solo qualche dichiarazione dall’ospedale, rifiutandosi poi, nel secondo turno, di partecipare in tutti i dibattiti elettorali organizzati dalle televisioni. In questo modo, i social riuscirono a creare l’immagine della vittima del comunismo e del combattente indomito del PT e della corruzione.

Nello stesso tempo, tutte le televisioni, ed in particolare la “TV Record “ di Edir Macedo, l’auto-proclamato vescovo evangelico dell'“Igreja Universal do Reino de Deus” si associarono alla campagna elettorale del partito di Bolsonaro,il PSL (7), pubblicando tutte le “fake news” che correvano sui social, etichettando Lula e il PT come una banda di volgari truffatori comunisti, mafiosi e accaparratori dei fondi pubblici.

Invece Jair Bolsonaro era presentato come l’unico deputato onesto del Brasile, capace di sradicare la corruzione creata dal PT, l’unico in grado di promuovere un salto qualitativo all’economia, l’unico candidato preparato per rivitalizzare lo stato brasiliano e soprattutto l’unico deciso a porre fine alla delinquenza, al narcotraffico e ai gay.

Un bla-bla-bla che incantò la maggior parte dei brasiliani, ormai stanchi delle promesse dei partiti politici tradizionali e soprattutto delusi dai troppi errori commessi dalla direzione del PT, in particolare, da Dilma Rousseff con l’opzione social-liberista nel secondo governo del 2013.

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Steve Bannon in visita da Olavo de Carvalho, che ha introdotto l'insegnamento dell'astrologia all'Università

Chi è che oggi  detta la linea ideologica nel nuovo partido bolsonarista “Aliança pelo Brasil” e che tipo di relazione esiste tra quello che tu definisci un partito fascistizzante, la chiesa evangelica “Igreja Universal do Reino de Deus” e le eccellenze del mercato finanziario?

Il guru politico di Bolsonaro è Olavo de Carvalho (9), il sostenitore di un fascismo tropicale che mischia il negazionismo dell’Olocausto con quello della teoria dell’eliocentrismo. Nega l’efficienza dei vaccini e del riscaldamento climatico globale, accusando la Cina di aver provocato il Coronavirus per attaccare l’Occidente.

Si definisce un “filosofo”, senza aver frequentano nessuna università e per questo afferma che i lavoratori, in particolare quelli di origine africana, avrebbero seri limiti cerebrali, motivo per cui sarebbero facilmente manipolati dagli “agenti del marxismo”.

E’ un aperto sostenitore del pinochettismo, cioè della repressione dura e cruda dei lavoratori, non avendo però un’idea molto definita sulla relazione Stato-Mercato. Infatti, se lo facesse, perderebbe il sostegno finanziario che riceve dalle fondazioni finanziate da banche e industrie degli Stati Uniti.

Dal 2005 vive a Richmond, in Virginia, a pochi chilometri di distanza dalla centrale della CIA, di cui, secondo alcuni, sarebbe un “Senior Consultor” contrattato dopo la vittoria elettorale di Lula .

Questa relazione permette a Bolsonaro di appropriarsi del voto dei gruppetti neofascisti brasiliani che all’incirca sono 300.000 individui. Infatti, due ministri del governo Bolsonaro sono stati “allievi” di Olavo de Carvalho, rispettivamente il ministro degli Affari esteri, Ernesto Araújo e quello dell’istruzione, Ricardo Vélez Rodriguez, sostituito recentemente da Abraham Weintraub, anche lui “alunno” di Olavo.

Però c’è da dire che l’“Aliança pelo Brasil” non sarà il nuovo partito fascista brasiliano, come molti affermano. Forse questa era l’idea iniziale del figlio Eduardo. In realtà Bolsonaro sa benissimo che se vuole essere considerato “l’indomito salvatore della patria brasiliana”, riconosciuto come tale dalle eccellenze del mercato, dell’industria e dall’oligarchia latifondista, tutti profondamente liberisti, non può assolutamente evocare Perón, e tanto meno proclamarsi in favore del centralismo statale.

Oggi, il mercato e soprattutto le banche private sono la “love story” del governo Bolsonaro, che con il ministro dell’Economia, Paulo Guedes – un super liberista discepolo dei Chicago Boys – nei primi 12 mesi di governo ha elargito alle banche 1,216 trilioni di Reali (vale a dire il 16,7% del PNB), mentre per combattere la pandemia ha destinato solo 88,2 miliardi di Reali, vale a dire 7,5% dei fondi destinati alle banche!

Il nazionalismo esasperato dei twitt di Bolsonaro è pura retorica, che diventa un falso ideologico, se consideriamo i regali fatti al governo degli Stati Uniti e alle multinazionali dello Zio Sam.

Primi fra tutti la cessione “territoriale e infrastrutturale” della base di lanciamento di satelliti e di missili di Alcantara, seguita, nel marzo del 2019, dalla vendita alla Boeing – a un prezzo da banane – della divisione militare della prestigiosa industria statale EMBRAER!

Inoltre, il razzismo bolsonarista presenta una duplice lettura in cui gli elementi dominanti sono la manipolazione e la propaganda politica. Infatti, se la questione razziale fosse estremizzata da Bolsonaro secondo le teorie del moderno nazifascismo europeo, scoppierebbe una crisi profonda con le chiese evangeliche.

Questo perché l’80% dei credenti e la maggior parte dei loro pastori sono di colore, cioè: neri, mulatti o pardi di origine afro-brasiliana. Nello stesso tempo, se Bolsonaro sceglie di percorrere il terreno della discriminazione razziale, come fa il nostro Matteo Salvini o l’ungherese Viktor Orbán, corre seri rischi politici, poiché 63% degli elettori sono discendenti diretti degli afro-brasiliani e solo un 30% sono nipoti di emigranti europei, asiatici o latinoamericani.

Un contesto sociale e storico che impone una certa prudenza verbale, perché la cosiddetta “razza brasiliana”, in realtà  è un mix di razze. Motivo per cui Bolsonaro, si limita a cavalcare il razzismo omofobico contro i gay, contro le femministe abortiste di colore, per poi scatenarsi contro gli afro-brasiliani delle favelas quando si tratta di giovani legati ai “Narcos”.

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Sono in pochi a credere nei dati divulgati dal governo brasiliano sull’andamento drammatico del Covid-19. I morti sarebbero migliaia. Il sistema di salute pubblico è in pieno collasso, mentre quello privato, destinato a ricchi e benestanti, riceve finanziamenti federali e pubblici. Il totale dei disoccupati arriverebbe a circa 26 milioni. Perché il Brasile che votò Lula e il PT per quattro volte, adesso accetta in silenzio questa situazione?

In realtà, quei 52.793.364 milioni che nel 2002 votarono per Lula, (61,27% degli elettori), nel 2018 si erano ridotti a 47 040 906, (44,87%). In sedici anni il PT ha perso 5.752.358 milioni di voti, pari al 16,40% degli elettori. Questa discesa si spiega con l’abbandono, da parte della vecchia e della nuova direzione del PT e della confederazione sindacale CUT, della loro matrice storica ideologica. Vale a dire una linea politica socialdemocratica di sinistra, alla Willy Brandt, che gradualmente è stata sostituita con un social-liberismo tropicale, che fa ricordare la disastrata “Terza Via” dell’inglese Tony Blair e quella di Massimo D’Alema.

Oggi le favelas di São Paulo, di Rio de Janeiro, di Recife, di Salvador, come pure molte regioni amazzoniche popolate da indios, sono i centri della pandemia, perché i governi del PT non hanno fatto la riforma del sistema sanitario pubblico come avevano promesso.

In realtà i grandi investimenti fatti dai governi del PT nell’assistenzialismo sono serviti ad evitare lo scontro di classe e a garantire al capitale una effettiva e lucrativa pace sociale. Purtroppo non sono state fatte le riforme strutturali che tutti aspettavano e che, certamente avrebbero modificato l’evoluzione socioeconomica del Brasile.

Mi riferisco, soprattutto, alla riforma del sistema sanitario pubblico, alla riforma urbanistica, alla riforma politica (Nuova Costituente), alla riforma dell’informazione e soprattutto alla riforma agraria. Lo stesso Lula quando venne qui a Roma per ricevere il premio della FAO mi disse in un’intervista:  “Lo sai che le banche e le industrie brasiliane non hanno mai guadagnato come durante i miei due governi ed adesso si lamentano dicendo che la colpa della crisi è del PT!

Purtroppo la direzione del PT e lo stesso Lula erano convinti di essere la classe governante accettata dal mercato e dalle oligarchie brasiliane. Per questo non hanno creduto nel tradimento di Michel Temer (il vice presidente di Dilma Rousseff) e nel ruolo cospirativo degli USA, pensando, poi, di poter poter circoscrivere l’Impeachment nel Parlamento.

Lula era convinto che nel secondo processo di appello sarebbe stato assolto. Invece gli hanno anche aumentato la pena bruciando definitivamente la sua candidatura!

Il PT non ha mai voluto mobilizzare le masse e i sindacati e realizzare uno sciopero generale contro gli abusi giudiziari del Tribunale di Curitiba. Tantomeno si sono mossi quando il governo Bolsonaro ha introdotto un programma di riforme liberiste per modificare le norme sul lavoro e le pensioni.

Lula ha sempre detto che Bolsonaro era stato eletto constituzionalmente e quindi bisognava attendere le elezioni del 2022!

E’ chiaro che nella base popolare del partito e dei lavoratori in generale, queste posizioni sono state criticate e considerate rinunciatarie. Soprattutto adesso, che con l’avanzo del Covid-19, la borghesia e i ceti medi stanno nelle loro villette di campagna o si curano nelle cliniche del settore privato, mentre gli abitanti delle favelas, delle cinture suburbani e delle città dormitorio muoiono in numero sempre più elevato.

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Gilmar Fraga

Perché il presidente Bolsonaro, come il suo guru Olavo de Carvalho, insiste nel dire che il Covid-19 si deve combattere con l’isolamento dei soli vecchi e che l’economia deve ripartire a tutto vapore?

Bolsonaro, come pure Olavo de Carvalho, è convinto che la voce del Dio Mercato è la più importante. Per cui, poco importa se nel Brasile moriranno 200.000 o 300.000 persone, di cui il 95% composto da abitanti poveri delle favelas o delle insalubri periferie. Purtroppo, quello che più conta è la voce del mercato, vale a dire far ripartire a tutti i costi un’economia che è già in crisi da due anni.

Ufficialmente Bolsonaro addossa la responsabilità della crisi alla breve paralisi economica provocata dal Covid-19. In realtà la crisi dell’economia brasiliana si deve ai ritardi strutturali e al modello di “commoditiy economy ” che le banche e la borghesia imperialista hanno imposto al paese con la complicità dei governi del PT.

Per esempio, nel mese di marzo, i tecnici del Ministero dell’Agricoltura e gli stessi latifondisti produttori di soia sono stati incapaci di prevedere il formidabile aumento nella produzione di soia, così che, oggi, il porto di Santos (10) è praticamente ingolfato di navi, mentre la fila dei camion carichi di soia si estende per quasi 30 chilometri!

Nonostante questa situazione il governo Bolsonaro pretende di lasciare il porto di Santos nel quasi abbandono per poi, poco prima delle elezioni, presentarsi come “il divino salvatore” con una seconda privatizzazione. Le compagnie cinesi hanno già sospeso l’acquisto di 2 miliioni di tonnellate di soia perché nessuno sa quando il porto di Santos tornerà a funzionare regolarmente.

Inoltre i grandi investimenti promessi dal vice-presidente degli USA, Mike Pence, sono diventati l’argomento di tutti gli umoristi che sbeffeggiano il governo, poiché sono arrivate solo briciole, mentre sono aumentate le esportazioni dei guadagni delle filiali delle multinazionali verso le matrici statunitensi o i paradisi fiscali caraibici.

La statale petrolifera Petrobras è stata obbligata dal ministro dell’Economia, Paulo Guedes, e dallo stesso presidente a ricomprare i suoi blocchi petroliferi Off-Shore del “Pre-Sal”, poiché nessuna grande impresa statunitense si è presentata nelle aste organizzate dal governo.

Senza dimenticare che durante i governi del PT il Venezuela di Chavez era, per importanza, il decimo paese importatore, con un volume di affari di 5,13 miliardi di dollari (2008).

Oggi, dopo i “favori diplomatici” che i governi di Michel Temer e di Jair Bolsonaro hanno fatto prima ad Obama e poi a Trump, i rapporti economici con il Venezuela sono scesi a soli 210 milioni di dollari!

La verità è che crisi economica è cominciata nel 2016, ampliandosi nel 2018 con la prospettiva di spingere il Brasile nel baratro del default. L’arrivo del Covid-19 ha permesso al governo e agli impresari dell’industria di mascherare questa crisi addossandone la responsabilità al virus, visto che nel primo trimestre del 2020, secondo l’IBGE, la disoccupazione dei lavoratori con contratto regolare passava dall’11,3% al 14,2%; mentre il licenziamento dei lavoratori informali (lavoro nero) esplodeva in tutti i settori con più di dieci milioni di lavoratori licenziati, altri 4 temporaneamente sospesi e 3 miliioni mandati a casa in ferie anticipate.

Prima della pandemia il governo ha accontentato gli industriali con la riduzione degli stipendi. Adesso, per evitare gli scioperi e la mobilitazione dei movimenti popolari davanti alle fabbriche, ha imposto la totale riapertura sognando di far ripartire l’economia. Una decisione che sarà un suicidio per milioni di lavoratori, che però peserà enormemente sul futuro del governo di Jair Bolsonaro!

* Achille Lollo, è stato direttore del giornale brasiliano “Nação Brasil” e poi delle riviste “Conjuntura Internacional” e “Critica Social”. Commentatore poliitco e corrispondente del giornale “Brasil De fato”. Attualmente è analista di politica internazionale dei programmi “Pela Manhã” e “Grupo Zoom de Conjuntura internacional e nacional”.

Note

1 – Il 3 ottobre 1968, il generale Juan Velasco Alvarado, a causa dello scandalo dell’Acta de Talara [un accordo del governo con la International Petroleum Company, che la favoreggiava],  organizzò un colpo di stato contro il governo conservatore di Fernando Belaunde Terry, formando un governo che voleva promuovere “la autogestión socialista” e di conseguenza ridurre il potere dei latifondisti e delle multinazionali statunitensi.

2 – Il Palacio do Planalto si trova nella capitale Brasilia ed ospita gli uffici della Presidenza e del Ministro della Casa Civile, che è una specie di primo ministro.

3 –Il giudice federale Dalton Igor Conrado ha recentemente autorizzato la transferenza dal carcere di Adélio Bispo de Oliveira per essere sottoposto ad un trattamento psichiatrico.

4 – Nel 1989, Emir Macedo, auto-proclamatsi vescovo della chiesa evangelica “Igreja Universal do Reino de Deus” si appropriò del tesoretto della chiesa per comperare la fallimentare “TV Record” di cui lui e la moglie diventarono gli unici proprietari.

5 – Nel 1970, nella favela Rio das Pedras nacque il primo “Grupo de Seguança” (Gruppo di Sicurezza) organizzato dai commercianti per difendersi daí narcotrafficanti. In breve questi gruppi furono infiltrati dagli agenti della Policia Civil (polizia in borghese), della Policia Militar (polizia militarizzata, tipo Celere) insieme a molti pompieri che cominciarono a “vendere” nelle favelle la “protezione”. In pocco tempo l’organizzazione delle “Milicias” diventò un’autentica cosca mafiosa che esige il pizzo su qualsiasi attività legale e illegale, in particolare la prostituzione, la vendita di armi e la ricettazione. Dopo aver raggiunto una certa consistenza numerica e molte complicità politiche le “Milicias” scatenarono la guerra contro i Narcos per avere prima il controllo dei principali punti di vendita della cocaina e della marijuana e poi per sostituirsi a loro nell’importazione della droga negoziando direttamente con i cartelli colombiani e quelli del Paraguay.

6 – La Baixada Fluminense è la grande regione dello stato di Rio de Janeiro in cui si addensano de città dormitorio  (Nilopolis, Niteroi, Caxias, Bangù, ecc) con circaa 18,6 milioni  di abitanti.

7 – Inizialmente la Polizia Federale disse che Adélio Bispo de Oliveira era un militante del PT. Poi ci fu la prima smentita e dissero che era un attivista del PSOL (Partito del Socialismo e Libertà), staccatosi dal PT nel 2003. In seguito lo stesso  attentatore disse che non aveva rapporti con il PSOL. Alla fine i giudici e la Polizia Federale ritennere l’attentatore  un pazzo che aveva organizzato da solo l’attentato e quindi considerato ”ingiudicabile”!

8 – PSL, Partito Social-Liberale

9 – Olavo de Carvalho, scrittore conservatore, feroce anticomunista. Diffonde le sue tesi via Internet a partire dagli Stati Uniti, dove ormai vive dal 2005. Tra le tante  assurdità sostiene che la Pepsi è addolcita da cellule di feti abortiti, che la legalizzazione del matrimonio tra gay porta alla legalizzazione della pedofilia, che i disastri naturali come l’uragano Katrina e il terremoto di Haiti sono punizioni divine per le pratiche religiose degli afrodiscendenti.

10 – Il porto di Santos, nel litorale dello Stato di São Paulo è il principale porto brasiliano specializzato nell’esportazione dei grani e dello zucchero.





Courtesy of Contropiano
Source: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2020/04/27/cosa-sta-succedendo-in-brasile-0127277
Publication date of original article: 27/04/2020
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