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 17/09/2019 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 UNIVERSAL ISSUES 
UNIVERSAL ISSUES / L'imperialismo è diviso
Di per sé è una buona cosa, ma non migliorerà per niente la triste sorte del Brasile
Date of publication at Tlaxcala: 12/07/2019
Original: O imperialismo está dividido
O que é sempre bom, mas não melhora a triste sorte do Brasil

Translations available: Français  Español 

L'imperialismo è diviso
Di per sé è una buona cosa, ma non migliorerà per niente la triste sorte del Brasile

Mário Maestri

Translated by  Silvana Fioresi

 

Il 28 e 29 giugno scorsi, a Osaka, Giappone, durante il G20, Trump ha nettamente ritirato la sua offensiva contro la Cina e la Corea del Nord. Per molti analisti sarebbe stato un movimento insperato; per altri si tratterebbe di una semplice tregua “nello scontro commerciale” tra questi paesi. In realtà lo squillante Trump ha ceduto in maniera consistente all’imperturbabile Xi Jinping, che prometteva di liberalizzare gli acquisti cinesi di tecnologie usamericane, soprattutto per quel che riguarda Huawei, a condizione che non si tocchi la “sicurezza nazionale” [5G].


Lo scontro tra i titani, di Dario, El Imparcial, Messico

Trump si è impegnato senza esitazione a non tassare i 235 milioni di prodotti importati dalla Cina negli USA e non ancora sotto imposta. Invece il signore dell’“Impero di mezzo” ha ceduto solo a qualche richiesta di Trump, accettando di acquistare grandi quantità di prodotti agricoli degli USA, come ha sempre fatto di buon grado. Nel corso di questo colloquio straordinario, Trump e Xi Jinping hanno deciso di riprendere le discussioni interrotte in maggio, secondo la richiesta cinese di continuare queste conversazioni solo a condizione che gli Yankees dimostrino una reale intenzione di giungere a un accordo e mostrino più rispetto verso i loro interlocutori.

Trump in Corea del Nord

Il 30 giugno, durante una visita in Corea del Sud, Trump ha proceduto allo stesso modo quando ha incontrato Kim Jong-un. A parte gentilezze e attenzioni, quello che bisogna concretamente ricordare di questa visita è che Trump si è recato nel territorio della Repubblica popolare di Corea, cosa che nessun altro presidente usamericano aveva mai fatto. È stato anche deciso che i due capi di Stato si incontrino prossimamente, come anche che, a richiesta degli USA, senza nessuna contropartita, le discussioni bruscamente interrotte in Vietnam siano riprese. Il grande vincitore di questa riunione imprevista è il presidente Kim Jong-un, perché questo avvicinamento di Trump con la Corea del Nord obbligherà anche Xi-Jinping ad accordare più attenzione a questo paese. È ugualmente possibile che siano alleggerite certe sanzioni USA-ONU contro la Corea del Nord e, soprattutto, la vigilanza riguardo le violazioni del blocco inaccettabile che strozza questo piccolo paese, soprattutto per il carburante.
 
Qualche giorno prima dell’incontro, il 21 giugno, Trump aveva interrotto un raid aereo mirato contro l’Iran, che aveva abbattuto un drone spia yankee. Inoltre, dopo essere stato sull’orlo di un’aggressione diretta contro il Venezuela, il presidente americano ha moderato il tono degli attacchi contro Maduro e ha sottolineato l’abbandono dell’opzione militare contro questo paese, almeno per il momento, posizione che Trump, comunque, ha confermato a Osaka. Non si tratta di un’interruzione della « guerra commerciale » contro la Cina, ma di un nuovo orientamento del piano generale di Trump di disorganizzazione economica, tecnologica e militare della Cina, che mira al mantenimento dell’egemonia usamericana in crisi. È impossibile prevedere le conseguenze di questo nuovo orientamento. Quello che è certo è che si tratta di uno scontro mortale, che si riprodurrà a medio o a lungo termine, sotto la direzione di questi protagonisti o di altri.

Nuove strategie

Ci sarebbero due ragioni principali per questa inversione di strategia di Trump. Innanzitutto il fallimento dell’attuale boicottaggio economico imposto alla Cina. La campagna americana contro il gigante asiatico in generale, e contro Huawei in particolare, è basata principalmente sulla possibilità di questo paese di poter contare sui suoi alleati e sui suoi sudditi, sostenuta dalla sua egemonia militare e diplomatica. Ma la fedeltà in amore è eterna, a patto che non riguardi gli affari. Nonostante le pressioni, Huawei ha installato i due terzi delle reti 5G nel mondo e continua a conquistare nuovi mercati, tra cui l’Arabia Saudita. L’operazione americana contro la tecnologia cinese è stata molto costosa e ha dato pochi risultati, a causa dell’insufficiente sostegno proprio dei suoi alleati tradizionali.
 
Inoltre, se fosse stato attuato, il divieto politico di commerciare con il gigante cinese della tecnologia rischia di far perdere – come è già successo - alle imprese americane, centinaia di milioni di clienti e miliardi di dollari. Durante le ultime settimane la direzione di Huawei ha informato Google di disporre di un suo proprio sistema operativo brevettato, che avrebbe utilizzato nel caso in cui non potesse utilizzare l’Android. Questa eventualità costituirebbe un danno colossale per Google ! L’ordine di Trump di rompere gli intricati legami generati dalla globalizzazione, soprattutto per quanto riguarda la tecnologia, ha condotto grandi società mondiali, dai capitali perlopiù americani, come Google, Microsoft, Apple, Dell, HP, a farsi ascoltare. E le cose potrebbero peggiorare.
 

Opposizione interna

Per mettersi al riparo e raggirare il divieto di scambi commerciali con la Cina, Apple ha trasferito in questo paese l’assemblaggio del Mac Pro, il suo super personal computer. Si trattava dell’ultimo principale prodotto fabbricato da questa società negli USA. L’industria agro-alimentare, grande partigiana di Trump, si è lamentata dell’impossibilità di vendere cereali alla Cina. L’imposizione di nuove tasse sulle importazioni provenienti dalla Cina – tra cui molte di società americane presenti nel paese – farebbe aumentare l’inflazione e toccherebbe gravemente i grandi distributori americani, come Walmart, Amazon, ecc.
 
Trump si è visto obbligato a ritirarsi di fronte alla resistenza del capitale imperialista cinese sostenuto da alcune fazioni del capitale mondializzato, tra cui degli USA, questi ultimi rappresentati soprattutto dal Partito democratico. Stiamo assistendo a una lotta accanita tra fazioni del capitale imperialista che non si limita soltanto a uno scontro tra USA e Cina. Trump è confrontato al capitale imperialista mondializzato – senza frontiere, colore e odore -, la più alta espressione del capitalismo nella sua fase senile.

Chi è Donald Trump

Donald Trump è stato eletto a dispetto della volontà del capitale egemonico, americano e mondiale, prodotto e vettore del movimento di globalizzazione, con il suo seguito inesorabile di delocalizzazione industriale, alla ricerca di lavoro semi-schiavista e d’integrazione mondiale della produzione, della tecnologia, del lavoro e dei capitali, in modo da ottenere il massimo del rendimento. Un tale movimento di globalizzazione ha permesso alla Cina di trasformarsi da Stato operaio dall’economia nazionalizzata e pianificata a fabbrica capitalista del mondo e potenza imperialista ascendente, con obiettivi propri, ma fortemente integrata al capitale mondiale. Nel 2016 il candidato del capitale globalizzato alla presidenza degli USA era la democratica Hillary Clinton, « signora della guerra » del governo Obama.
 
All’opposto, Trump, candidato repubblicano, era l’espressione dei settori del capitale yankee da tempo marginalizzati e indeboliti dalla globalizzazione, poco interessati a sapere dove si producono e si vendono le merci, purché i loro profitti non smettano di crescere. Trump rappresentava dei segmenti del capitale che producono beni tradizionali scaricati sul mercato interno, e che impiegano una manodopera di “blue-collar workers” [operai manuali, NDT]. Un settore produttivo storicamente protezionista. Durante la campagna Trump s’impegno’ a ricostruire le infrastrutture del paese - strade, porti, ponti, scuole, ecc. -, ad avvicinarsi alla Russia, a diminuire le spese militari, a fare in modo che gli Europei paghino per la NATO. Promise che avrebbe reindustrializzato gli USA, riportando nel paese, se necessario con la forza, le industrie che l’avevano abbandonato alla ricerca di lavoratori super sfruttati.

Pressione costante

Benché poco aggraziato, grossolano, grasso, misogino, razzista, indifferente alla catastrofe climatica, Trump è stato scelto per occupare un posto che esige di parlare bene, di avere una bella apparenza e, certo, di essere fedele al grande capitale. Tra i suoi elettori si conta la vecchia classe operaia, soprattutto ma non solo bianca, i disoccupati e i lavoratori precari, tutti coloro che si opponevano al globalismo democratico di Hillary Clinton, seguace dei movimenti identitari e dell’aggressione immediata contro la Siria, come era stato anche in Libia. Sotto la pressione constante dei servizi segreti – CIA, NSA, FBI -, delle forze armate e dell’industria degli armamenti, Trump si è battuto tra ciò che aveva proposto e quello che è riuscito a fare, sempre sotto la pressione del capitale globale.
 
L’accusa di un’interferenza russa in favore di Trump durante l’elezione presidenziale ha funzionato come la minaccia di una ghigliottina sempre pronta a tagliargli il collo, da cui comincia appena parzialmente a liberarsi. Quando, il 16 luglio 2018, a Helsinki, Trump insinuò che la Russia non era intervenuta nelle elezioni americane, come pretendevano i « servizi » yankee, dovette ritrattarsi sotto pena di essere accusato di tradimento. Qualche giorno prima aveva affermato a dei dirigenti europei che, secondo lui, la Crimea era russa. Se questa posizione fosse stata ufficializzata, avrebbe fatto crollare l’offensiva e le sanzioni contro la Russia, sostenute dal grande capitale europeo, in particolare tedesco e francese.  

Il mio regno per una rielezione

L’elezione presidenziale del 3 novembre 2020 è la seconda ragione del voltafaccia di Trump. Tra 17 mesi tenterà il tutto per tutto. Difenderà il proprio progetto strategico, le sue alleanze, il suo futuro politico e forse anche la propria testa. Il 18 giugno, a Orlando, Florida, ha lanciato la sua candidatura con il motto “Manteniamo l’America grande” – il suo motto precedente era “Facciamo ridiventare l’America grande”. Il tema principale della sua campagna elettorale anticipata è l’economia, che non smette di presentare segnali incoraggianti da 10 anni, tuttavia dovuti, in gran parte, alla ripresa della produzione di petrolio negli USA, non è quindi una conseguenza della sua politica. Nel 2018 la crescita del PIB degli USA è stata del 2,8%. In aprile il tasso di disoccupazione era del 3,6%. Ma i salari sono sempre bassi, gli impieghi sono spesso di scarsa qualità e il consumo interno è sempre basso.
 
Per quanto riguarda i sondaggi, non sembrano favorevoli a Trump. La crisi dell’elettore-tipo di Trump – uomo bianco, di mezza età, poco istruito, impiego precario o disoccupato – si esprime nell’innalzamento considerevole del tasso di suicidi in questa fascia demografica, che oltrepassa i più alti tassi conosciuti nel 1942, durante la Seconda Guerra Mondiale. Tra l’altro, nei prossimi mesi, Trump vedrà senz’altro una forte offensiva del capitale globale. Dovrà quindi tenersi sull’attenti e cercare di non implicarsi in conflitti armati o in crisi mondiali di durata indefinibile -anche se, nel caso degli USA, un attacco missilistico contro un paese indifeso possa produrre dei buoni risultati elettorali. Il voltafaccia di Trump rappresenta un duro colpo per i “falchi” del suo governo.

Il Brasile nel conflitto inter-imperialista

Il conflitto inter-imperialista influenza la politica e la società brasiliane, senza poter contribuire, da solo, alla soluzione della crisi catastrofica che colpisce questo paese. Da questo punto di vista, non c’è nessuna contraddizione tra la politica trumprotezionista, dei Repubblicani, e la politica globalizzatrice, dei Democratici. Entrambe vedono il Brasile e i paesi periferici come dei domini che gli appartengono. Come nazioni che devono limitarsi ad esportare delle materie prime e importare della tecnologia; produrre manifatture semplici ed essere eternamente svaligiate dal capitale finanziario. Dei paesi tributari, che vivono uno statuto neocoloniale globalizzato, con lavoratori ridotti ad una semi schiavitù stipendiata.
 
La candidatura di Bolsonaro ha espresso delle fazioni del capitale imperialista americano e israeliano, protetti dalla presidenza di Donald Trump. La politica estera e interna di Bolsonaro si è definita con orientazioni e discorsi “trumpisti” e fondamentalisti yankee. Bolsonaro e i suoi alleati si sono vilmente sottomessi al progetto d’indifferenza verso i problemi dell’ambiente, del fondamentalismo religioso, dell’attacco contro la Cina, la Russia, il Venezuela, i paesi musulmani, ecc. Questo governo ha scimmiottato l’opposizione di Trump al capitale globalizzato, senza capire bene quello che faceva e le conseguenze che tale comportamento avrebbe per l’economia brasiliana, ormai distrutta.



Il Messia e i suoi discepoli, di Gabriel Lauxen Almeida

La confusione dei matti

Lo scontro tra la politica bolsonara e la realtà interna ed estera del Brasile si è conclusa con enormi perdite. L’attuale nuovo orientamento di Trump aumenta la confusione dei matti del governo brasiliano. L’accordo del Mercosul con l’Unione Europea, che costituisce un passo in avanti verso la disindustrializzazione del Brasile, firma l’adesione al globalismo -europeo in questo caso – aborrito da Trump. Recentemente a Osaka Bolsonaro ha abbandonato la sua litania della necessità di un colpo di Stato in Venezuela e riaffermato la sua partecipazione agli Accordi di Parigi [2015]. Durante questo viaggio il Presidente ha lasciato al Brasile il suo stravagante Ministro degli Esteri Ernesto Araújo e ha portato nella valigia il vice ministro, Otávio Brandelli, affezionato del vicepresidente brasiliano, il generale Mourão.
 
La vittoria di un candidato democratico negli USA in novembre 2020 rappresenterebbe un colpo terribile per Bolsonaro – che ha già rivelato la sua preferenza per Trump in queste elezioni, come anche Serra, ministro degli esteri del presidente Temer, aveva fatto per Hillary Clinton – e spianerebbe ulteriormente la via di Mourão alla presidenza del Brasile. Un generale « razionale » - secondo la valutazione di alcuni politici di sinistra che stanno cambiando bandiera – garantirebbe l’avanzamento del golpismo puro, senza i sobbalzi che producono i personaggi esotici del governo Bolsonaro, come Olavo de Carvalho, l’astrologo-oracolo, Damares, la ministra che ha visto Gesù in una guaiava, Ernesto Araújo, ministro tascabile, Abraham, ministro della diseducazione, il presidente stesso e la sua prole che non riescono a disfarsi dell’odore delle milizie che frequentano da tanti anni.

Nelle fogne della Storia

Le elezioni degli USA esacerberanno la divisione in seno all’imperialismo americano, come anche la contraddizione della fazione trumpista con il capitale globalizzato. Di per sé è una buona cosa, ma non migliorerà per niente la triste sorte del Brasile. Il colpo di Stato è iniziato con Obama, democratico, globalista ed è continuato con Trump, repubblicano e protezionista. Il governo Bolsonaro va sempre peggio, ma il colpo di Stato va sempre meglio. Ogni giorno che passa strappa un pezzo di paese, intensifica la nostra semischiavitù e ha già un candidato golpista duro, forte e prestigioso nel caso in cui Bolsonaro e la sua truppa di mediocri dovessero essere scartati.
 

Nonostante la popolazione sia scesa in strada per mostrare la sua determinazione a lottare, la cosiddetta direzione politica dell’opposizione insiste a guardare altrove, preoccupandosi solo delle elezioni del 2020 e del 2022, scommettendo, per la liberazione di Lula, sulle rivelazioni da parte di Intercept delle conversazioni inconvenienti del ministro della giustizia Mouro, ormai pubblicate sulla Folha de São Paulo e su Veja, i due grandi aguzzini mediatici dell’ex presidente brasiliano. Queste direzioni politiche, fiduciose nelle istituzioni, continuano a chiedere che la STF – la corte suprema in Brasile – liberi Lula dalla prigione in cui questi stessi dignitari lo hanno rinchiuso. Quanto all’autentica svendita cui è sottomesso il paese, non sembrano preoccuparsene. Certi dirigenti politici la sostengono pure e continuano a manovrare per salvare la loro pelle mentre il paese entra, in modo irrimediabile, nelle fogne della storia. 





Courtesy of Duplo Expresso/Tlaxcala
Publication date of original article: 04/07/2019
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=26504

 

Tags: USACinaImperialismoNATORussiaBrasileXi JinpingDonald TrumpONU
 

 
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