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 AFRICA 
AFRICA / Sudan: Awadeya, questa venditrice di tè che è diventata una figura di spicco della rivoluzione
Date of publication at Tlaxcala: 16/06/2019
Original: Soudan : Awadeya, cette vendeuse de thé devenue figure de proue de la révolution
Translations available: English  عربي  Español 

Sudan: Awadeya, questa venditrice di tè che è diventata una figura di spicco della rivoluzione

Ariane Lavrilleux أريان لافريلوكس

Translated by  Alba Canelli
Edited by  Fausto Giudice Фаусто Джудиче فاوستو جيوديشي

 

RITRATTO. Awadeya Mahmoud Koko è una delle migliaia di sudanesi che si sono accampati fuori dal quartier generale dell'esercito. E' diventata una delle icone e delle anime del movimento.

Nel sit-in fuori dal quartier generale dell'esercito, Awadeya è divenuta un'icona della lotta sudanese. Ariane Lavrilleux 

Non ha il suo ritratto esposto su un gigantesco cartellone pubblicitario del sit-in come la studentessa e icona rivoluzionaria Alaa Salah, ma tutti sanno dove trovarla. "Accanto alla prima tenda sul marciapiede, subito dopo iol portale di sicurezza", indica un giovane che vende falafel, vicino a un mucchio di blocchi di cemento e filo spinato che formano una barricata. Su un lato del marciapiede, alcuni tappetini e un telone delimitano il quartier generale di Awadeya Mahmoud Koko, installata da oltre un mese, all'ingresso del raduno che ha fatto cadere il dittatore Omar al-Bashir, al potere dal 1989.

"Ho incontrato leoni determinati... »

"Il primo giorno del sit-in, non ho incontrato esseri umani, ma veri leoni che erano più determinati che mai ad ottenere i loro diritti. Ho capito subito che avevano bisogno del mio aiuto. Per i primi undici giorni, sono rimasta giorno e notte per preparare tè, caffè e zalabeya (ciambelle) perché i rivoluzionari non avevano niente da bere o mangiare", dice Awadeya Mahmoud, avvolta nel suo thobe smeraldo, un abito tradizionale che avvolge il corpo. "Sbrigati! Sbrigati! Sbrigati! Prendete l'altro recipiente, questo è per friggere!", si sgola  dalla sua sedia di plastica, cercando di coprire l'eco di slogan e il rumore dei rottami metallici trasformati in percussioni. 

Questa è l'ora di punta prima della pausa del digiuno del Ramadan. Migliaia di sudanesi di Khartoum e dintorni si dirigono verso il centro della capitale, "el qyada el ama" (il quartier generale) trasformato in un vasto campo per organizzazioni politiche, sindacali e cittadine. Come responsabile della più grande cucina del sit-in, Awadeya Mahmoud supervisiona la produzione di 5.000 pasti di iftar (rottura del digiuno al tramonto) da distribuire gratuitamente in loco. L'alimentazione dei dimostranti, indeboliti dal digiuno e dal calore schiacciante di maggio, è diventata fondamentale per mantenere la mobilitazione. Soprattutto perché il Consiglio militare di transizione sta trascinando i negoziati con l'opposizione civile scommettendo sull'esaurimento delle forze rivoluzionarie. Awadeya Mahmoud lascia il suo posto di comando solo poche ore a notte per tornare alla sua casa di argilla in un quartiere popolare di Khartoum. Ha convinto persino il marito apolitico, inizialmente scettico, della necessità di "venire ad aiutare i manifestanti con ogni mezzo, anche i più semplici come il canto". Alla fine si è coinvolto con i gruppi che hanno cantato più e più volte: "Abbasso il regime militare! Non è ancora caduto! Che cada, e basta". A 56 anni, Awadeya Mahmoud Koko è convinta che la sua ostinazione rimane l'arma migliore per sfidare uno degli stati di polizia più repressivi del mondo.

Awadeya dà istruzioni per preparare la rottura  del digiuno © Ariane Lavrilleux

In guerra contro la "kasha", le molestie della polizia

Nata sulle montagne nubiane, era una bambina quando scoppiò la prima guerra civile nella sua regione natale del Kordofan meridionale (1955-1972) e la sua famiglia decise di stabilirsi a Khartoum. Le prime manifestazioni a cui ha partecipato hanno portato alla rivoluzione del 1985 e alla caduta dell'allora tiranno (Gaafar Nimeiry). Dopo questo colpo di stato senza spargimento di sangue, l'economia del paese è andata giù. Awadeya, una giovane donna sposata, torna per le strade della capitale, ma questa volta per trovare cibo per la sua nuova famiglia. Armata di sgabelli, bicchieri e teiera, inizia per le strade della capitale "il lavoro più semplice e che richiede il minimo investimento". Questo senza fare i conti coi  servizi di sicurezza e la loro ossessione per il controllo dello spazio pubblico, che è aumentata con la presa del potere di al-Bashir nel 1989. "Organizzavano regolarmente incursioni e sequestravano i miei utensili. Quando ho provato a riprenderli, mi hanno fatto pagare multe", spiega Awadeya con calma. "La Kasha era il nostro problema principale", aggiunge per definire questa oppressione della polizia, usando la parola che nella sua infanzia si riferiva alle campagne di rimpatrio forzato della popolazione sudanese nelle zone rurali di origine, in un contesto di pregiudizi razzisti*.

Mentre i prezzi e la povertà salgono alle stelle, l'espressione "set el chey" (letteralmente "donna al tè" in arabo) diventa comune mentre assume una connotazione svalutativa agli occhi della maggioranza conservatrice dei sudanesi. Vittime di umiliazioni pubbliche e percosse dalla polizia, il loro destino suscita poca emozione". "Nessuno dei sindacati dei lavoratori le ha difese, perché erano più interessati a lavorare con il governo che a portare la voce del popolo, così ho deciso di farlo", dice Awadeya Mahmoud. Nasce così la prima cooperativa di donne che vendono cibo e tè a Khartoum. Oltre al supporto legale offerto ai suoi membri, non esita ad invitarsi negli uffici delle autorità locali per recuperare i suoi strumenti di lavoro: "Quando mi vedevano arrivare come presidente dell'Unione delle donne, ottenevo soddisfazione", afferma.

© Ariane Lavrilleux

Quattro anni di prigione

Mentre la sua cooperativa cresce, la sua attività, d'altra parte, va male. Fortemente indebitata dopo aver cercato di diversificare le sue attività investendo in tuk-tuk, nel 2007 è stata condannata a quattro anni di carcere. Il codice penale sudanese (in parte ereditato dal codice coloniale messo in atto dall'ex occupante britannico) prevede all'articolo 243 che le persone indebitate possono essere imprigionate se non rimborsano il creditore. La prigione non rallenta in alcun modo il suo ardore attivista. Dietro le sbarre, apre un negozio sia per aiutare le sue compagne detenute che per ammazzare il tempo.

Liberata ma costretta a vendere la sua casa per pagare i suoi debiti, è tornata in prima linea. Nel 2013 è diventata presidente dell'Unione cooperativa multiuso per le donne nello Stato di Khartoum. Nella capitale e nelle due città vicine, Omdurman e Bahri, vengono creati tre centri. Questa nuova unione, che inizialmente comprendeva 13 associazioni, ora ne conta 20, con quasi 27.000 iscritti secondo le statistiche di Awadeya Mahmoud. Oltre al supporto sororale, questi centri offrono corsi di cucina, di caseificazione e di meccanica automobilistica. "Vogliamo che le donne acquisiscano competenze diverse dal servizio del tè; abbiamo figli che hanno studiato all'università, possono trasmettere le loro conoscenze e quindi sviluppare il paese, a differenza di Omar al-Bashir che ha lasciato che il paese ristagnasse per tre decenni", spiega Faïza Abdallah, 45 anni, uno dei primi membri dell'Unione e sostenitrice di Awadeya Mahmoud. Il suo successo giunge sino alle orecchie del Segretario di Stato usamericano di Barack Obama, John Kerry, che le ha conferito il premio "Donna del coraggio" nel 2016.
 

© Ariane Lavrilleux

"Mi chiamano la madre della rivoluzione"

"E' mia madre! La ammiro, perché viene persino quando è ammalata per aiutare la nostra Rivoluzione", dice Nesr el Din Terab, un giovane giornante che ha attraversato la città e il Nilo per prendere il suo turno come guardia di sicurezza all'ingresso. I figli biologici di Awadeya Mahmoud scavano miniere lontano da Khartoum, ma qui "tutti mi chiamano la madre della rivoluzione, o talvolta la madre dell Candaci" in riferimento al soprannome delle regine nubiane del Regno di Kush. Questa madre di quattro figli, che ha dovuto rinunciare ad acquistare costosi medicinali per sé stessa, è riuscita in pochi giorni a raccogliere quasi 14.000 sterline sudanesi (280 dollari) attraverso la sua Unione delle donne. Una somma quasi dieci volte lo stipendio di un dipendente che contribuirà al fondo del sit-in gestito dall'Associazione dei Professionali Sudanesi (SPA), che è in prima linea nella protesta dal dicembre 2018.
 
Perorare la causa delle lavoratrici

Awadeya Mahmoud, anch'essa membro a pieno titolo dell'SPA, intende difendere la causa delle lavoratrici di strada all'interno dei futuri organi del regime: "Voglio un seggio nel governo civile o in parlamento, per essere il più vicino possibile agli organi decisionali e per garantire che le donne ottengano i loro diritti". Il suo primo passo sarà quello di rimuovere il famigerato articolo 243 che l'aveva gettata in prigione insieme a migliaia di altre donne. L'elenco delle future nomine è ancora oggetto di intensi negoziati a porte chiuse. Tuttavia, un responsabile della SPA ha confidato che una prima lista includeva "solo il 40% di donne ministro, il che riflette purtroppo una mancanza di volontà politica". Mentre le donne sudanesi erano in prima linea, a volte anche in maggioranza nelle manifestazioni degli ultimi cinque mesi, la loro partecipazione politica non sembra essere scontata per tutti. "Sono ottimista perché, a differenza della rivoluzione del 1985, questa volta l'intero Sudan è mobilitato. Il futuro presidente non avrà altra scelta che essere giusto nei confronti delle donne e degli uomini", vuole credere Awadeya Mahmoud, gettando un pezzo del suo velo dietro le spalle. Sul sit-in , gli attacchi mortali ai manifestanti da parte delle forze di sicurezza del 13 maggio scorso hanno minato le speranze di una transizione rapida e totalmente pacifica. Con due rivoluzioni al suo attivo, Awadeya vuole rassicurare i pessimisti. Per lei, c'è un segno che non inganna: la famosa "kasha" della polizia, sopravvissuta ai regimi, è scomparsa dalle strade di Khartoum dall'inizio della rivoluzione. Il segno di una nuova era senza ritorno.
 

* Jok Madut Jok nel suo libro « Sudan. Race, religion and violence » (Sudan. Razza, religione e violenza).





Courtesy of Tlaxcala
Source: https://www.lepoint.fr/afrique/soudan-awadeya-cette-vendeuse-de-the-devenue-figure-de-proue-de-la-revolution-22-05-2019-2314275_3826.php
Publication date of original article: 22/05/2019
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=26263

 

Tags: Awadeya Mahmoud KokoDonne sudanesiRivoluzione sudaneseSudan
 

 
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