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 17/11/2019 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
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 CULTURE & COMMUNICATION 
CULTURE & COMMUNICATION / Mário Maestri: “le classi dominanti hanno rinunciato all'idea di nazione e hanno svenduto la direzione politica del paese”
Conversazione intorno al suo ultimo libro: ‘Rivoluzione e controrivoluzione in Brasile – 1530 – 2018’
Date of publication at Tlaxcala: 04/04/2019
Original: Mário Maestri: classes dominantes renunciaram à ideia de nação e entregaram direção política do país
Entrevista sobre seu novo livro “Revolução e Contra-Revolução no Brasil: 1530-2018”

Translations available: Deutsch  Français  English 

Mário Maestri: “le classi dominanti hanno rinunciato all'idea di nazione e hanno svenduto la direzione politica del paese”
Conversazione intorno al suo ultimo libro: ‘Rivoluzione e controrivoluzione in Brasile – 1530 – 2018’

Marco Weissheimer

Translated by  Florence Carboni

 

Il golpe del 2016 riflette il superamento della situazione semicoloniale del Brasile e la sua sostituzione con un ordine "neocoloniale globalizzato". Processo in cui le classi dominanti hanno rinunciato a ogni idea di autonomia e di progetto nazionali, alienando la leadership politica del paese al grande capitale e all'imperialismo. Si assiste a una generale disintegrazione della nazione e alla sottomissione del mondo del lavoro, e della popolazione in generale, ad una condizione di quasi schiavitù salariale. Questa è una delle tesi centrali del nuovo libro dello storico Mário Maestri, "Rivoluzione e Controrivoluzione in Brasile: 1530-2018” (Revolução e Contra-Revolução no Brasil: 1530-2018) (FCM, Collezione Coyoacan), che sarà lanciato il 5 aprile al Clube de Cultura di Porto Alegre.



Mário Maestri. Photo: Guilherme Santos/Sul21

Intervistato da Sul21, Maestri definisce questo suo nuovo libro un progetto di vita, forse la sintesi teorica del suo percorso di storico e militante. Una delle prime ispirazioni di quest'opera è stata la percezione della profonda debolezza del pensiero e della riflessione sul Brasile, "specialmente da parte della nostra sinistra che si diceva marxista". Secondo Maestri, a ciò "vi sono radici profonde che cerco di sottolineare e indagare in questo lavoro. Durante i miei anni di militanza, ho sempre cercato di richiamare l'attenzione dei miei compagni su questo problema. Sapevano tutto della rivoluzione cubana, della rivoluzione cinese e di quella sovietica, ma non sapevano nulla del Brasile. Se si fosse chiesto a un militante, pur informato, cosa era stata la Reggenza, non avrebbe saputo dire molto".

Il filo rosso dell'analisi di Maestri è l'idea di autonomia nazionale, tramite la quale cerca di far apparire le contraddizioni e le conseguenze sociali che i brasiliani hanno vissuto durante la loro storia (e che vivono tuttora). La schiavitù ha costituito la struttura su cui si è formata e consolidata la formazione sociale brasiliana, con ripercussioni fino ad oggi. “Fino al 1822 il Brasile è stato un paese fondamentalmente coloniale. È poi diventato un paese semicoloniale, politicamente indipendente ma senza “indipendenza economica”. Dopo i tentativi di costruzione di un progetto nazionale, durante i due governi di Getulio Vargas (1930-1945 e 1951-1954) e quelli, più circoscritti, che nei decenni successivi tentarono di implementare misure di sviluppo nazionale, il Brasile si ritrova oggi in una situazione in cui rinuncia non solo ad ogni pretesa di indipendenza economica ma anche alla sua indipendenza politica, sostiene Maestri. 

Sul21: Il titolo del tuo nuovo libro, "Rivoluzione e controrivoluzione in Brasile (1530-2018)", sembra riferirsi a un progetto ambizioso. Quale è stata la genesi di questo lavoro e quale interpretazione intende proporre di circa cinque secoli di storia brasiliana?

Mário Maestri: questo è il progetto di una vita. Potrebbe essere la sintesi teorica della mia stessa vita. Sono un figlio della  dittatura. Ero poco più che  adolescente quando il regime militare si è instaurato  in Brasile. Ho iniziato la mia vita universitaria seguendo corsi di ingegneria. Ma durante le lezioni di ingegneria, leggevo testi di Storia. Ero appassionato di storia e ho finito per cambiare facoltà. Ho partecipato alla lotta contro la dittatura qui a Porto Alegre, dove ero già iscritto alla Facoltà di Storia dell'UFRGS (Universidade Federal de Rio Grande do Sul). Mi hanno arrestato mentre scrivevo su un muro. Sono stato processato al Palacete Alto da Bronze. Volevano condannarmi a tre anni di carcere per aver scritto su un muro! Alla fine sono stato rilasciato per mancanza di prove.

Sul21:  Ti ricordi del contenuto di quei tag?

Mário Maestri: Uno era "Fora Rockfeller”, tipo “Rockfeller go home!". L'altro chiedeva la nazionalizzazione della PUC (Pontificia Università Cattolica). Chiedere la nazionalizzazione della PUC non era considerato un crimine. Il tag riguardante Rockefeller, sì. Poiché non sapevano chi aveva scritto cosa, non potevano farmi niente. Quando la situazione si è ulteriormente inasprita, mi sono rifugiato in Cile, dove ho continuato i miei studi. Ho partecipato attivamente alla rivoluzione cilena. È stato un privilegio, qualcosa che ha segnato profondamente la mia vita. Ho trascorso in Cile i tre anni del governo Allende. Ero deciso a rimanere lì, ma c'è stato il golpe. Ho preso parte alla tentata resistenza, ma alla fine ho chiesto rifugio presso l'ambasciata messicana. Non ci hanno permesso di rimanere in Messico. Io e la mia compagna di allora abbiamo ottenuto un passaporto per andare in Jugoslavia. Durante lo scalo a Bruxelles, siamo scesi e abbiamo chiesto l'asilo politico. È lí che ho concluso i miei studi universitari in Storia.

 
Foto Guilherme Santos/Sul21

 

Sono tornato in Brasile durante l'ultima fase della dittatura. All'epoca militavo alla Convergenza Socialista (un gruppo trotskista). Fu in tale contesto che ho iniziato questo processo di riflessione sulla formazione sociale brasiliana. Ciò che ho avvertito fin dal primo momento è stata la profonda fragilità del nostro pensiero e della nostra riflessione sul Brasile, soprattutto nella sinistra che si riteneva marxista. Tale fenomeno ha delle radici profonde, che provo appunto a individuare e studiare in questo lavoro. Durante tutto il periodo in cui ho militato ho sempre tentato di sottolineare e attirare l'attenzione dei miei compagni su questo punto: noi sapevamo tutto sulla rivoluzione cubana, su quelle cinese, su quella russa, ma niente sul Brasile. Se si fosse chiesto a un militante, pur informato, cosa fosse stata la Reggenza[1], non avrebbe saputo dire molto".

Non che sia obbligatorio conoscere queste cose. Ma è importante insistere sul fatto che vi sono, nella nostra formazione sociale, elementi che determinano tuttora certe nostre caratteristiche sociali e culturali. Tali elementi ci dicono quello che siamo. Siamo una federazione di Stati che si unificarono nel contesto di profonde contraddizioni tuttora esistenti, che si radicalizzano e si presentano quotidianamente. Per anni ho lavorato, soprattutto in quanto storico della schiavitù, non dal punto di vista di una divisione raziale, bensí di una contraddizione di classi.

La schiavitù è la struttura su cui il Brasile si è edificato. In paesi come la Francia o l'Italia, il capitalismo affonda le proprie radici nel feudalesimo, nei contadini. Le nostre radici sono la schiavitù. Sono formazioni sociali completamente diverse. E praticamente nessuno lo ha mai preso in conto. Da noi, in generale, la sinistra ha cominciato ad analizzare il Brasile a partire dal 1930, quando si sono costituite le categorie proprie al capitalismo e all'idea stessa di Stato-nazione. Fino allora ciò che avevamo era una federazione. Eravamo abitanti del Rio Grande del Sud, di Rio de Janeiro, del Parà, di Pernambuco, di Minas, ecc. e non dei veri e propri brasiliani.

Ho sempre aspirato ad avvicinarmi a una riflessione più strutturale. Ormai è da un po' più di mezzo-secolo che milito in tal senso. Questo libro l'ho costruito durante questo periodo. L'ho presentato diverse volte, in modo parziale. Molte di queste riflessioni, le ho esposte più volte, per esempio in corsi di formazione per l'MST, il movimento dei lavoratori senza terra, alla svolta del secolo. Altre sono state al centro dei miei corsi di specializzazione e dottorato, negli ultimi cinque-sei anni.

Sul21 : Quale è il filo conduttore di questa riflessione sulla formazione della società brasiliana?

Mário Maestri: Ho cercato di strutturare quest'analisi attorno a un'asse centrale, che è il problema dell'autonomia nazionale. Non intendo proporre una visione nazionale della storia del nostro paese, bensì, tramite l'idea di autonomia nazionale, provare a  mettere l'accento sulle contraddizioni della società e l'impatto che esse hanno sulla nostra vita sociale. Fino al 1822 eravamo un paese essenzialmente coloniale. In seguito, siamo diventati un paese semicoloniale, politicamente indipendente, ma senza nessuna indipendenza economica. L'avvento della Repubblica non ha modificato sostanzialmente questa realtà, nonostante il movimento abolizionista. La struttura del paese è rimasta essenzialmente semicoloniale. Il primo tentativo di rottura è avvenuto durante il periodo di industrializzazione e cioè nei due governi di Getulio Vargas (1930-1945 e 1951-1954). Tale situazione semicoloniale è venuta meno durante quel periodo, quando è iniziato un movimento verso l'autonomia nazionale, sotto gli auspici e lo stivale della borghesia nazionale.

Ciò non vuol dire, come qualcuno propone, che tale processo abbia avuto conseguenze benefiche  per quanto riguarda l'emancipazione delle classi oppresse. Ha comunque permesso un avanzo e un consolidamento dell'autonomia nazionale nonché delle stesse classi industriali. Tale processo avrebbe avuto inoltre un'influenza negli anni seguenti, fino al 1964. Si tratta della lotta tra l'idea di uno sviluppo nazionale, volto al mercato interno e sostenuto dai capitali domestici, contro i settori imperialistici, orientati all'economia esterna e alle esportazioni. È stato un momento molto importante. Nel mio libro faccio riferimento alle ragioni per cui, in quel momento, i lavoratori non sono riusciti ad ottenere la propria autonomia. Parlo anche del PCB (Partito comunista brasiliano) e della sua dipendenza al populismo e della sua visione collaborazionista. 

Non possiamo attribuire a tali elementi la principale responsabilità per ciò che è accaduto, ma ad ogni modo essi hanno reso più difficile per i lavoratori assumersi come un'alternativa, proprio nel momento in cui il ceto dominante brasiliano rinunciava a qualsiasi progetto di trasformarsi nei paladini della nazione, perfino nel quadro di una rivoluzione borghese autonoma.

Sul21: Desistono di qualsiasi idea di progetto nazionale…

Mario Maestri: Esatto. Quel progetto è stato totalmente abbandonato. Il golpe di 1964 è stato uno dei molti tentativi falliti, dopo il suicidio di Getulio Vargas, di imporre una politica liberale. La visione liberale s'impone con Castelo Branco  [primo presidente (1964-1967) della dittatura militare del 1964], ma nel 1967 si ha un golpe nel golpe. E lì si torna ad una politica di sviluppo nazionale, non più rivolto al mercato interno, permettendo sfruttare maggiormente i lavoratori. Da quel momento, si è avuto una dittatura tendente allo sviluppo del paese, caratteristica che all'epoca non è stata afferrata dalla sinistra. Non solo non l'abbiamo capito, ma non ci interessava nemmeno. Da un punto di vista economico, quel processo fallisce. E dopo viene abbandonata ogni idea di autonomia nazionale.

Il processo di internazionalizzazione e denazionalizzazione dell'economia si è aggravato nel paese. Qui, nel Rio Grande do Sul, è stato terribile. Ti faccio un esempio: avevamo piccole industrie di macchine e materiale agricoli che è stata interamente venduta o incorporata da capitali stranieri.

Sul21: Fino a che epoca arriva la tua analisi nel libro?

Mário Maestri: Vado fino al 2018. L'imperialismo, il grande capitale egemonico, crea le condizioni per la distruzione di ogni vestigio  dell'autonomia dello Stato-nazione. Non si tratta più di un regime semicoloniale, ma di un ordine che definisco coloniale globalizzato, nel quale le classi dominanti nazionali non hanno più nemmeno la sovranità politica. Essa viene annientata. Altri paesi vivono processi analoghi – la Grecia, l'Italia. In Italia il governo non ha più neppure il diritto di definire il proprio budget, che viene deciso dalla BCE. Forse, in Brasile, stiamo vivendo questo stato di cose in modo più violento. Si assiste oggi a una disgregazione delle istituzioni nazionali. E ciò avviene a livello dei mass media, sempre più internazionalizzati, ma anche delle scuole e università, delle banche, dell'intero paese, su cui abbiamo perso ogni autonomia. Ciò avviene addirittura con la nostra suprema corte (Supremo Tribunal Federal). Pur essendo un organo pubblico già fortemente pregiudicato, vedremo in un futuro prossimo un offensivo contro l'STF, come già avvenuto in Colombia. Lo stesso vale per il Parlamento, che ha già smesso di agire e reagire come un'istanza nazionale. Si tratta ormai di un organo suddiviso in nicchie di interessi, poco interessati nella questione nazionale.

Sul21 : E qual è la posizione dei militari rispetto a questo processo di abbandono di ogni progetto nazionale?

Mario Maestri: I militari che nel 1967 hanno portato a termine il golpe nel golpe erano l'espressione degli interessi del settore capitalistico di São Paulo. Essi reagirono contro Castello Branco, uomo degli statunitensi e difensore di un'apertura del mercato nazionale. Il ceto capitalista di São Paulo voleva uno sviluppo nazionale in cui i lavoratori fossero sfruttati al massimo. Questo settore del capitalismo fini per essere colpito e distrutto nel corso degli anni. Ciò che più colpisce in questo processo di distruzione del capitale monopolistico brasiliano è stata la totale assenza di resistenza. Gli USA hanno distrutto l'Iraq per impadronirsi del suo petrolio. Nel caso del Brasile, la guerra non è stata necessaria. Le grandi aziende edili, nate soprattutto negli anni 1930, con Getulio Vargas, e tra il 1956 e il 1961, durante il governo di Juscelino Kubitschek, avevano iniziato ad aprire succursali internazionali, facendo concorrenza all'egemonico capitalismo statunitense. Negli ultimi anni, quelle importanti imprese edili brasiliane sono state smantellate e distrutte senza nessun tipo di  opposizione. Due grandi aziende pubbliche brasiliane, il Banco do Brasil e la Petrobras, stanno per conoscere la stessa fine. L'acquisto di Embraer [Azienda aeronautica brasiliana] da parte della statunitense Boeing costituisce un altro esempio di questo stato di fatto.

Ciò che restava del capitale monopolistico brasiliano è stato distrutto. Ciò che ci aspetta è un’industria arretrata. Tale processo di distruzione è essenziale per l'imperialismo statunitense nella sua lotta spietata contro l'imperialismo cinese. Non c'è spazio nel mondo per due imperialismi egemonici. Per sconfiggere la Cina, gli Stati Uniti dovranno imporre il suo isolamento economico oltre alla distruzione della Russia. In Brasile occorrono attualmente alcune riconfigurazioni. Certi settori del capitale dimostrano preoccupazione. Basta pensare quanto possa essere allarmante per i produttori di soia sapere che non potranno più esportare il loro prodotto in Cina. Molti di loro, quasi tutti di destra, cominciano ad aprire gli occhi. C'è un inizio di reazione, ma non ancora a livello nazionale, poiché a essere pregiudicati sono soprattutto interessi particolari. Definisco il periodo attuale come un ordine neocoloniale globalizzato.

Sul21: Secondo la tua analisi, di fronte a un tale scenario, esiste qualche prospettiva di resistenza a questo processo di distruzione de ogni idea o progetto di autonomia nazionale?

Mário Maestri: Non abbiamo più un'economia nazionale. Credo però che abbiamo ancora un po' di rispetto per gli spazi nazionali, la cui difesa può avvenire solo attraverso i salariati e la classe lavoratrice organizzata. Il paradosso è che il Brasile possiede abbastanza spazio, ricchezza e tecnologia per poter resistere tendenzialmente in modo autonomo a una tale globalizzazione neocoloniale. La Russia, che è molto simile al Brasile, lo sta facendo. L'ideale sarebbe un'articolazione internazionale, a cominciare dall'America Latina, per rafforzare tale resistenza. Chávez aveva fatto delle proposte in questo senso, come ad esempio la banca latino-americana. L'unica strada sarebbe che i lavoratori riproponessero quell'articolazione. Le classi dominanti brasiliane non sono più in grado di difendere un progetto di autonomia nazionale.

Nota

[1]  Il figlio del re João VI di Portogallo, proclamato Imperatore del Brasile nel 1831, come Pedro I, abdicò nel 1831 a favore di suo figlio, di solo 5 anni. Iniziò allora il periodo cosiddetto della Reggenza, quando diversi parlamentari governarono. Il periodo venne contrassegnato da crisi e disturbi, fino al 1840, quando il giovane reggente fu proclamato imperatore dal Parlamento, che lo dichiarò maggiorenne all'età di 14 anni. Assunse il nome di Pedro II. Rimase sul trono fino al suo rovesciamento da un colpo di stato che avrebbe instaurato la Repubblica nel 1889. Morì a Parigi nel 1891 e fu sepolto in Portogallo dopo una cerimonia nella Chiesa della Maddalena a Parigi.

 

 

Mário Maestri

Revolução e Contra-Revolução no Brasil (1530-2018)

Editora FCM, Porto Alegre/RS, 2019

412 páginas

Versão impressa  R$ 46,82

Versão ebook  R$ 13,99

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Courtesy of Tlaxcala
Source: https://www.sul21.com.br/areazero/2019/03/mario-maestri-classes-dominantes-renunciaram-a-ideia-de-nacao-e-entregaram-direcao-politica-do-pais/
Publication date of original article: 25/03/2019
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=25719

 

Tags: Mário MaestriRivoluzione e congro-rivoluzione in BrasileStoria del BrasileLotte di classeNeocolonialismo globalizzatoBrasileAbya Yala
 

 
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