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English  
 ASIA & OCEANIA 
ASIA & OCEANIA / Aumento del PIL e della fame: L'apparente enigma della crescita in India
Date of publication at Tlaxcala: 25/02/2019
Original: The apparent enigma of India's growth

Aumento del PIL e della fame: L'apparente enigma della crescita in India

Prabhat Patnaik പ്രഭാത് പട്നായിക്

Translated by  Centro di Cultura e Documentazione Popolare

 

A prima vista sembra un enigma. L'India ha registrato, secondo le statistiche ufficiali, uno dei più alti tassi di crescita del PIL tra tutti i paesi del mondo, al punto che appellativi di "superpotenza economica emergente" e "potenza mondiale in crescita" vengono largamente utilizzati per descrivere il successo dell'India. I commentatori borghesi sono fieri che l'India stia superando persino la Cina in termini di tasso di crescita. Il FMI dice oggi che l'India traina nel 2019 il PIL mondiale. E anche se si possono porre domande sulle cifre esatte, non si può negare che in termini di PIL convenzionale, se non in termini di produzione materiale, il tasso di crescita dell'India è stato dal varo delle liberalizzazioni economiche più alto che mai rispetto al passato.

Tuttavia, proprio da quando la crescita del PIL dell'India è aumentata, c'è stato un aumento della fame e della povertà assoluta (che è definita in termini di fame). L'assorbimento pro capite di cibo in India oggi è nettamente inferiore alla vigilia della liberalizzazione economica. È anche inferiore alla media dell'Africa, che è stata proverbialmente sottonutrita per lungo tempo, in media con quelli che le Nazioni Unite chiamano "i paesi meno sviluppati".

Non sorprende che la povertà, definita ufficialmente come l'incapacità di accedere a 2200 calorie per persona al giorno nell'India rurale e a 2100 calorie per persona al giorno nell'India urbana, sia in aumento. La percentuale della popolazione rurale al di sotto di questo indice calorico nel 1993-94 era 58%; nel 2011-2012, è salita al 68% (entrambi i dati sono forniti da NSS, "sondaggi di grandi dimensioni" annuali). Le percentuali corrispondenti di popolazione nell'India urbana al di sotto del livello di riferimento di 2100 calorie, erano rispettivamente 57% e 65%. La conclusione è indiscutibile: l'aumento del tasso di crescita del PIL è stato accompagnato da un aumento della fame. La domanda sorge spontanea: come possiamo spiegare questo enigma apparente?

Cerchiamo prima di eliminare alcune spiegazioni semplicistiche. Per esempio quella che asserisce che quando i redditi aumentano la popolazione consuma meno cereali e più di altri beni, cosicché il declino nell'assorbimento di cibo pro capite, lungi dall'indicare il peggioramento economico, mostra esattamente il contrario, vale a dire un miglioramento del loro tenore di vita. Questa argomentazione è sbagliata perché, mentre senza dubbio le persone consumano direttamente meno cereali quando stanno meglio, invariabilmente consumano complessivamente più cereali direttamente e indirettamente, sotto forma di alimenti trasformati e prodotti animali nella cui alimentazione rientrano i cereali. Dato che le cifre sopraccitate si riferiscono all'assorbimento totale pro capite (cioè diretto e indiretto) delle scorte cerealicole, questa non è una spiegazione che soddisfa l'enigma apparente.

Una seconda facile spiegazione indica la proporzione maggiore di spesa che le famiglie ora dedicano all'istruzione, alla sanità e altri servizi di questo genere, per sostenere che i gusti sono cambiati e che le persone oggigiorno preferiscono spendere di più in servizi simili rispetto ai cereali. Questa spiegazione potrebbe aver fondamento se nel periodo in osservazione non fosse avvenuta la privatizzazione di questi servizi essenziali. Con la privatizzazione, tuttavia, vi è stato un netto aumento dei prezzi di questi servizi (che non è contenuto negli indici dei prezzi al consumo standard in quanto presuppongono che il pacchetto di beni del periodo di base, compresi i servizi forniti dal pubblico, sia disponibile anche nel periodo successivo). Per questo motivo, per accedere allo stesso livello di questi servizi, le persone devono pagare di più, spesso riducendo l'assorbimento di cibo.

Situazioni in cui famiglie contadine sono costrette a vendere terreni o a contrarre debiti per pagare fatture esorbitanti di ospedali privati, in cui hanno ricoverato parenti afflitti da malattie che non hanno trovato posto in strutture sanitarie pubbliche in diminuzione, sono fin troppo note per ripeterle in questa sede. In tutti questi casi le persone sono costrette a ridurre la quantità di cibo di cui nutrirsi. Le maggiori voci sui bilanci delle famiglie di educazione e assistenza sanitaria, quindi, lungi dall'evidenziare esigenze mutate a prezzi determinati e scevre di un peggioramento economico, suggeriscono un quadro del tutto diverso, vale a dire un aumento forzato della fame e della povertà, attuato attraverso un aumento nei prezzi dei servizi essenziali. Ciò solleva nuovamente la domanda: perché fame e povertà crescenti accompagnano l'accelerazione della crescita del PIL? Perché questo apparente enigma?

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In realtà non c'è un enigma. Un enigma si presenterebbe solo se ci si aspetta che un più alto tasso di crescita di per sé riduca la povertà. Ma si tratta di un pensiero errato. La povertà, sebbene misurata in termini materiali come calorie o assunzione alimentare, è il risultato di una relazione sociale. Quale impatto ha la crescita del PIL sulla povertà dipende dalla relazione sociale all'interno della quale si verifica la crescita del PIL. E la relazione sociale all'interno della quale si verifica la crescita del PIL sotto il capitalismo neoliberale è tale che c'è un aumento della fame e della povertà anche se la crescita accelera.

Questo fatto quindi non dovrebbe causare un briciolo di sorpresa. In altre parole, il fatto che si verifichi l'accrescimento della povertà in combinazione con l'accelerazione della crescita del PIL sottolinea solo la natura delle relazioni sociali, caratterizzate dal capitalismo neoliberale, all'interno del quale si sta verificando la crescita del PIL. In effetti, fingere che una crescita più elevata del PIL di per sé ridurrebbe la povertà significa deviare l'attenzione dalla centralità del rapporto sociale, offuscando le cose. Ne consegue che il clamore del tasso di crescita del PIL indiano che ha attirato l'attenzione del pubblico di recente mostra solo l'attuale egemonia del discorso neoliberista nel nostro paese, che cerca proprio di offuscare le questioni.

Perché le relazioni sociali del capitalismo neoliberale all'interno del quale si sta verificando la crescita dovrebbe comportare un aumento della fame e della povertà? La risposta sta nel fatto che il regime neoliberista comporta un attacco alla piccola produzione. Questo non è un evento casuale. È endemico per il regime neoliberista: un tale regime è associato all'egemonia del capitale finanziario globalizzato, che necessariamente significa, in un mondo di Stati-nazione, che la politica del governo deve essere in accordo con i capricci della finanza globalizzata; e ciò comporta il ritiro del governo dal suo ruolo di proteggere, sostenere e sostentare la piccola produzione, compresa l'agricoltura contadina, dall'invasione del grande capitale.

Ciò implica un ritiro dei sussidi governativi per l'agricoltura contadina e quindi maggiori costi di produzione; un ritiro del sostegno alle piccole produzioni; un'esposizione alle fluttuazioni dei prezzi del mercato mondiale; e così via: tutte cose che minano la redditività di questo settore. Il fatto che nei censimenti tra il 1991 e il 2011, il numero di "coltivatori" sia diminuito di 15 milioni (per non parlare dei numerosi casi di suicidio tra i contadini negli ultimi due decenni e mezzo), testimonia questo fatto. Molti di questi "coltivatori" scomparsi si sarebbero uniti ai ranghi dei braccianti agricoli; è probabile che altri siano migrati in città in cerca di un'occupazione che non cresce, e quindi gonfiano i ranghi dell'esercito di riserva del lavoro, in tal modo comprimendo i guadagni reali pro capite dell'intera popolazione lavorativa urbana (incluso anche il piccolo segmento dei lavoratori sindacalizzati).

Abbiamo quindi un peggioramento dei redditi pro capite reali dell'intera popolazione lavorativa, sia urbana che rurale, come conseguenza della stretta sul settore della piccola produzione, fino al punto in cui si accumulano scorte cerealicole invendute (che vengono poi esportate) e un aumento della fame. Il fatto che questa stretta sulla piccola produzione, o accumulazione primitiva del capitale, sia accompagnata da un'accelerazione nella crescita del PIL, non fa differenza per il fenomeno della fame e della povertà in crescita.

Si può pensare che una crescita del PIL ancora superiore a quella che si verifica già, aumentando l'occupazione, possa ridurre le dimensioni dell'esercito di riserva e ridurre così la povertà. Questo però non può accadere sotto il capitalismo neoliberale. La stretta sull'agricoltura contadina influisce sia sull'offerta che sulla domanda di scorte alimentari, e il cumulo di scorte alimentari invendute si è verificato nonostante la produzione pro capite di cereali non sia aumentata nel periodo di liberalizzazione.

Ora, supponiamo che l'occupazione aumenti con un ulteriore aumento della crescita del PIL sotto il regime neoliberista, e l'aumento della domanda di cibo causato da tale aumento consumi le scorte di cibo invendute. Quindi qualsiasi ulteriore aumento dell'occupazione causerà l'inflazione dei prezzi alimentari. Per ridurre l'inflazione il governo agirà adottando misure politiche per frenare i redditi di tutti i lavoratori. In tal caso, dal momento che la produzione pro capite di cereali non sarebbe ancora aumentata rispetto all'anno di riferimento, non vi sarebbe stata alcuna riduzione della fame e della povertà rispetto all'anno di riferimento, nonostante l'accelerata crescita del PIL.

Ne consegue quindi che un miglioramento del tenore di vita dei lavoratori, e quindi una riduzione della fame e della povertà, richiede tra l'altro un aumento della produzione cerealicola pro capite, e quindi una ripresa dell'agricoltura contadina. Poiché ciò va contro le tendenze immanenti del capitalismo neoliberale, una riduzione della povertà è impossibile sotto il capitalismo neoliberista, indipendentemente dal tasso di crescita del PIL; al contrario è probabile che ci sia un aumento della povertà come è successo.

Per mettere la questione in modo diverso, solo un'accelerazione della crescita del PIL che si realizzi attraverso una ripresa dell'agricoltura contadina e del settore della produzione di piccole dimensioni in generale (e sostenuta nel tempo attraverso la sua trasformazione in forme cooperative e collettive di proprietà), può ridurre la povertà; ma la crescita sotto un regime di capitalismo neoliberale non può farlo. Parlare di crescita del PIL come panacea per la povertà senza alcun riferimento al rapporto sociale all'interno del quale tale crescita si verifica, costituisce pura e semplice povertà di pensiero. 





Courtesy of Resistenze
Source: https://peoplesdemocracy.in/2019/0127_pd/apparent-enigma-growth
Publication date of original article: 24/02/2019
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=25470

 

Tags: PILPovertàFMI
 

 
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