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 09/12/2019 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 IMAGE AND SOUND 
IMAGE AND SOUND / Perché la "fabbrica del consenso” di Chomsky è ancora rilevante?
Intervista di Amira Hass
Date of publication at Tlaxcala: 26/12/2018
Original: Amira Hass: Why Chomsky's Manufacturing Consent is still relevant

Perché la "fabbrica del consenso” di Chomsky è ancora rilevante?
Intervista di Amira Hass

Aljazeera الجزيرة

Translated by  Maria Chiara Starace

 

The Listening Post ha intervistato la giornalista israeliana Amira Hass sulle sue riflessioni circa La fabbrica del consenso di Noam Chomsky. Hass ha passato gran parte della sua carriera a vivere e fare reportage da Gaza e dalla Cisgiordania - una dei pochi giornalisti israeliani ad averlo fatto. Di seguito è riportata la trascrizione integrale dell'intervista. 

The Listening Post: “La popolazione in generale non sa che cosa sta accadendo e non sa neanche di non saperlo”. Questo è il sunto conciso di Noam Chomsky circa la comprensione che ha il pubblico in generale riguardo alle decisioni che vengono prese a nome loro. Come  le sembra giusto oggi?

Amira Hass: E’ un’affermazione molto umanistica e molto ottimista. La convinzione che la gente voglia avere accesso all’informazione e con questo possano agire, possano cambiare. Posso dire che questo principio ha guidato molte persone come me.
In ebraico, le parole conoscenza, informazione e consapevolezza hanno tutte la stessa radice. Ed è così che ho iniziato a lavorare a Gaza nei primi anni ’90 e a scrivere su Gaza, pensando che il pubblico israeliano non sapesse nulla dell’occupazione e di cosa significasse, e sulla vita di Gaza.
 
Mi aspettavo che i miei resoconti giornalistici avrebbero raggiunto gli altri e avrebbero cambiato la loro consapevolezza. Mi sono resa conto molto presto che non era così.
Noam Chomsky stesso ha detto che quando scrive riguardo alle politiche di Israele fa  affidamento sulle informazioni pubblicate sulla stampa israeliana che non ha mai realmente trattato dell’importanza delle politiche e della repressione israeliane.
Fino agli accordi di Oslo c’è stata una relativa esposizione dei fatti in Israele anche sui media ordinari. Questo non ha, però, cambiato, la coscienza delle persone. E questo è anche peggio oggi che abbiamo una pletora di media nell’era di internet. Questa informazione è lì fuori e arriva dagli attivisti, dalle organizzazioni per i diritti umani; è tutta lì, alla luce del sole, la gente non la prende. Ha acceso a questa, ma sceglie di non accedervi.

Chomsky ha affermato che i giornalisti non sono normalmente tenuti sotto controllo tramite un intervento dall’alto verso il basso, ma “dalla selezione di personale giusto e dall’internalizzazione dei direttori ‘e dei giornalisti che operano,’ delle priorità e delle definizioni del valore della notizia che si adegua alla politica dell’istituzione”. Nella sua esperienza, come si svolge questo quando si copre l’occupazione israeliana?

Questo è ciò che ogni scrittore sente. Ogni giornalista capisce molto rapidamente di avere una catena di filtri mentre scrivi il tuo pezzo. Potrebbero essere elementi molto innocui. Come, la lunghezza, il tempo, la scadenza. Hai 300 parole. No, hai 400 parole.
Qualcuno, però,  decide quante parole avrai per un argomento. Qualcuno deciderà se l’articolo è sulla prima pagina o da qualche parte nella cantina del giornale. O alla fine della lettura delle notizie alla radio o alla televisione.
 
Quindi chi decide la gerarchia? Che cosa è importante? Che cosa non è importante? Chi decide quale è giornalismo investigativo e quale non è?
Molto spesso mi rendo conto che se si hanno informazioni ufficiali, si chiama giornalismo investigativo; se invece si hanno le informazioni dalla gente stessa – per esempio riguardo ai pericoli di una contaminazione dell’acqua a Gaza, queste non sono considerate serie come quando arrivano da un funzionario.

“La censura è in gran parte autocensura” – i giornalisti accettano e interiorizzano le limitazioni imposte loro dal mercato e dai potenti. Ci parli di quando si è resa conto che questo è vero e in che modo il saperlo l’ha influenzata, ispirata, frustrata.

In Israele, i giornalisti non subiscono ancora la censura statale. C’è una censura militare, ma questa non ha mai seriamente compromesso il mio lavoro. Ma c’è socializzazione. Si vede nei media israeliani che dedicano sempre meno spazio e attenzione alle realtà dell’occupazione.
Questo è peggiorato fin dagli accordi di Oslo. Ha permesso alle persone di pensare che l’occupazione fosse non-esistente. “Oh, hanno gli Accordi ora. C’è un governo palestinese. Non c’è occupazione. In realtà, c’è solo il terrore palestinese contro di noi. ” Quindi le persone sono ancora meno disponibili ad accedere alle informazioni che esistono e la maggior parte dei mass media israeliani ascolta il pubblico, da retta a questo desiderio di non sapere.

Nel suo libro, Chomsky  ha sostenuto che “lo scopo sociale dei media è di inculcare e difendere l’agenda economica, sociale e politica dei gruppi privilegiati che dominano la società nazionale e lo stato” e lo fanno attraverso la selezione di argomenti, l’inquadratura dei problemi, il filtraggio delle informazioni e mantenendo il dibattito entro “i limiti dell’accettabile” sui media. Può parlarci dello scontrarsi con  i “limiti dell’accettabile” nel contesto in cui lavora?

Sono stata fortunata ad aver lavorato a un giornale israeliano il  cui editore e proprietario è liberale nel vero senso della parola, un giornale che è anche fortemente contro l’occupazione israeliana. Ho quindi la libertà di pensare che i miei colleghi che trattano questo argomento su altri giornali e su altri media, che potrebbero essere anche contro le politiche israeliane, non hanno la libertà che ho io. Penso che venendo dalla sinistra, dalla mia famiglia, dal mio background, mi sono abituata a essere rifiutata, ma ho persistito, e sono anche fortunata perché c’è una comunità  molto importante, non troppo grande, ma molto determinata, di attivisti e di attivisti israeliani contrari all’occupazione e contrari alle politiche israeliane in generale e a quelle colonialiste; forse questo è un termine migliore che occupazione.

Sono passati 30 anni da quando è stato pubblicato Manufacturing Consent* Perché è ancora rilevante?

Sono rilevanti, il libro e il concetto, perché offrono a ogni giornalista una specie di faro. Sono rilevanti perché vediamo in che modo i magnati, nel corso degli anni, hanno acquisito sempre più media e società di media.
Le notizie ritenute idonee per la stampa non sono necessariamente le notizie a beneficio delle persone e del pubblico. Quindi il libro si appella  allo scetticismo delle persone e questo è sempre importante. Anche se, come ho detto prima, il problema oggi è che le persone non sono interessate a ciò che non soddisfa immediatamente il loro interesse. E questa è una consapevolezza  molto triste.

 





Courtesy of Znet Italy
Source: https://bit.ly/2Cx2d0g
Publication date of original article: 22/12/2018
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=24986

 

Tags: Noam ChomskyPropagandaMediaAmira HassGazaSionismoPalestina/IsraeleOccupazione sionistaFabbrica del consenso
 

 
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