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 CULTURE & COMMUNICATION 
CULTURE & COMMUNICATION / Philip Roth e le tre interviste a Primo Levi
Date of publication at Tlaxcala: 02/12/2018
Translations available: English  Français 

Philip Roth e le tre interviste a Primo Levi

Marco Belpoliti

 

Uno dei più bei libri di Philip Roth non è un romanzo e neppure una raccolta di racconti, bensì un libro di interviste. Si intitola Shop Talk, in italiano Chiacchiere di bottega. Lo ha pubblicato in inglese nel 2001 e contiene una serie di conversazioni con colleghi scrittori. Sono interviste precedute da fulminanti ritratti delle persone che Roth ha incontrato, da Aharon Appelfeld a Ivan Klíma, da Isaac Bashevis Singer a Milan Kundera, poi una visita a Edna O’Brien e uno scambio epistolare con Mary McCarthy, un ritratto di Philip Guston e una serie di rapide recensioni ai libri di Saul Bellow. Sono testi molto belli dove Roth manifesta non solo la qualità dell’eccellente lettore – come potrebbe essere diversamente dato che è uno scrittore? – ma anche quelle del critico, cosa in cui non tutti gli autori, soprattutto se celebri e famosi, sono versati. Un critico è uno che entra nelle pieghe dei libri che legge, ne percorre la tela fine che li compone e ne trae riflessioni d’ordine generale sulla letteratura, sul mondo, su se stesso. Roth dimostra nelle sue chiacchiere di bottega di possedere una straordinaria umiltà. Non si pone mai al di sopra degli autori che incontra e neppure guarda dall’alto i loro libri: si affianca e li sollecita. Da amico, oltre che da ammiratore, con una curiosità che lascia di stucco in uno scrittore così complesso, ricco e profondo. La profondità che usa è quella dell’intelligenza, che per quanto affilata non è mai cinica né sentimentale, ma sempre disposta a capire. 

Il libro, ora rifuso nel volume di saggi della sua opera, Why Write? Collected Nonfiction 1960-2013 (The Library of America, New York 2017), si apre con una conversazione con Primo Levi, lo scrittore che probabilmente Roth ha più ammirato, almeno tra quelli non americani. Una conversazione davvero affascinante che ha una storia interessante, dal momento che questa versione non è l’unica che si può leggere. Si tratta di una intervista che, al saldo delle innumerevoli varianti, è leggibile in almeno tre differenti versioni che raccontano qualcosa del rapporto tra Roth e Levi, ma anche del modo con cui Levi pensava alla sua opera. In questi giorni esce presso Einaudi il terzo volume delle Opere complete dello scrittore torinese che ha come sottotitolo: Conversazioni, interviste e dichiarazioni, che ho curato, dove sono contenute due delle versioni di quella conversazione. Ma partiamo dall’inizio, da quando Roth e Levi si sono conosciuti.

 A Londra e a Torino

La prima volta in cui i due scrittori si sono incontrati è stato nell’aprile del 1986 a Londra. Levi c’era andato per una conferenza all’Istituto Italiano di Cultura diretto da Giorgio Colombo. Era il secondo viaggio che compiva da scrittore oramai riconosciuto in un paese di lingua inglese dopo quello negli Stati Uniti l’anno precedente. Ad accompagnarlo la moglie Lucia. Avevano lasciato a casa a Torino le due persone anziane che accudivano con l’aiuto di badanti e infermiere: la mamma di Primo e quella di Lucia, due donne molto anziane e malandate. 

A combinare l’incontro con lo scrittore americano è Gaia Servadio. Giornalista e scrittrice, Servadio vive dal 1956 a Londra e collabora a vari giornali tra cui «La Stampa» di cui anche Levi è collaboratore. Inoltre è figlia di un chimico conosciuto alla Siva, Luxardo, la cui madre e nonna sono morte ad Auschwitz. A Primo, stando a quando scrive Ian Thomson in Primo Levi. Una vita (Utet), tradotto di recente da Eleonora Gallitelli, Gaia stava molto simpatica. La giornalista italiana conosce Roth e lo frequenta, come ha raccontato in Raccogliamo le vele (Feltrinelli 2014), libro in cui riserva all’autore americano giudizi non sempre teneri. Levi va a pranzo con lei e la cosa è fatta. La richiesta di vedersi viene da Roth che è un ammiratore dello scrittore italiano. L’incontro avviene all’Istituto italiano di cultura, al 39 di Belgrave Square. Passeggiano e conversano. Alla fine l’americano confida a Gaia di aver conosciuto un uomo meraviglioso. È mercoledì 16 aprile 1986.

In un fine settimana di settembre dello stesso anno Roth arriva a Torino. Ha ottenuto di poter intervistare Levi per «The New York Times Book Review» a cui collabora. Ad accompagnarlo nella città piemontese è la moglie Claire Bloom, l’attrice, venerata da Levi per essere stata la protagonista di Luci della ribalta, per lui un film cult. Vanno subito alla Siva, perché Roth è curioso di vedere il luogo dove Levi ha lavorato per trent’anni. Ad accompagnarli è Paola Accardi, figlia del proprietario dell’azienda e direttrice della fabbrica. Paola ha vissuto in Inghilterra e parla bene inglese. Ha anche sposato un chimico inglese che ha preso il posto dello scrittore quando questi è andato in pensione. Primo le chiede di guidare l’auto e di aiutarlo nella conversazione con Roth. Sembra che abbia detto a Paola: “Non posso guidare la macchina e parlare contemporaneamente”. La neodirettrice della Siva conosce bene Primo, non solo perché è la figlia del proprietario dell’azienda, Federico, detto Rico, figura di riferimento nella vita non solo professionale di Levi, ma perché per qualche anno ha abitato vicino allo scrittore e quindi usufruiva del suo passaggio per andare a lavorare. A Carole Angier, Paola ha raccontato che quel tratto in automobile era stato faticoso, dato che Primo era quasi sempre silenzioso e le metteva soggezione (Il doppio legame. Vita di Primo Levi, tr. di Valentina Ricci, Mondadori 2004). In precedenza aveva anche ospitato Levi a Londra, quando vi abitava, occasione in cui il chimico della fabbrica di suo padre si era dimostrato spiritoso e simpatico.

La visita all’azienda chimica costituisce la prima parte del testo di Roth, un piccolo capolavoro di penetrazione psichica. Vi scopre un Levi che ha ancora la fabbrica nel suo cuore, un Levi che possiede il fiuto di un cane – l’odorato è una delle ragioni, ha scritto, che lo hanno spinto a diventare chimico –, ma anche che “è concentrato e immobile come uno scoiattolo” mentre ascolta i colleghi che gli parlano. Roth capisce che l’unicità di Levi consiste nell’essere più un chimico artista che uno scrittore chimico. Osservazione non da poco, dato che sino ad allora nessuno aveva sottolineato, almeno fuori dalla cerchia stretta dello scrittore, la sua personalità di artista. Rimarca anche che tra gli artisti intellettualmente dotati del XX secolo, “lui è probabilmente quello che si è più adattato all’ambiente circostante in tutti i suoi aspetti”, una risposta resiliente, potremmo dire oggi usando questa espressione, sia ad Auschwitz sia nella vita quotidiana, a Torino e alla Siva.

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Courtesy of Doppiozero
Source: https://www.doppiozero.com/materiali/philip-roth-e-le-tre-interviste-primo-levi
Publication date of original article: 30/05/2018
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=24792

 

Tags: Philip RothPrimo Levi
 

 
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