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 20/04/2021 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 UNIVERSAL ISSUES 
UNIVERSAL ISSUES / Oceano Indiano: qui si svolge la grande battaglia per il domino mondiale- Intervista a Mohamed Hassan
Date of publication at Tlaxcala: 07/11/2010
Original: Océan Indien : ici se joue la grande bataille pour la domination mondiale-Entretien avec Mohamed Hassan
Translations available: Español  English  Tamazight  

Oceano Indiano: qui si svolge la grande battaglia per il domino mondiale- Intervista a Mohamed Hassan

Grégoire Lalieu
Michel Collon ميشيل كولو


Translated by  Curzio Bettio

 

La regione a cavallo dell’arco islamico che si estende dalla Somalia all’Indonesia, passando attraverso i paesi del Golfo e dell’Asia centrale, è diventata sicuramente il nuovo centro di gravità strategico del mondo.
Mohamed Hassan* spiega come lo sviluppo economico della Cina stia squilibrando i centri di potere mondiale e stia liberando i paesi del Sud del mondo dalla loro dipendenza dall’Occidente. Quindi mette a nudo le strategie impiegate dagli Stati Uniti nel tentativo di conservare il loro predominio. E perché, nonostante ciò, l’impero statunitense sia destinato a cadere. Per ultimo, Hassan prevede la fine della globalizzazione. Rimane solo da vedere se il dominio planetario della globalizzazione vedrà la sua fine senza opporre resistenza, o se… i gangsters uccideranno gli ostaggi.  

 
 

Dal Madagascar alla Tailandia, passando per la Somalia, il Pakistan o la Birmania, l’area dell’Oceano Indiano è in fermento. Come può spiegare queste tensioni?  

L’equilibrio mondiale dei poteri è completamente sconvolto. E la regione dell’Oceano Indiano si trova nel cuore della tempesta geopolitica.
 

Di quale regione stiamo parlando con esattezza?

Si va dalla costa orientale dell’Africa al sud dell’Asia, e l’area comprende anche un lago, il Mar Caspio, e il Golfo Persico, il Mar Rosso e il Mediterraneo. Perché questa regione è tanto importante? La prima ragione è che il 60% della popolazione mondiale è concentrato in Asia ed è in collegamento attraverso l’Oceano Indiano. Da sole, Cina ed India, incidono per il 40% della popolazione mondiale. Oltre a questo, l’emergere di queste due potenze economiche ha reso l’Oceano Indiano un’area di interesse strategico speciale. Attualmente, il 70% del petrolio mondiale naviga attraverso questo Oceano. Questa percentuale tenderà ad aumentare con le crescenti necessità di entrambi i due paesi. Per di più, il 90% dei prodotti commerciali mondiali viene trasportato mediante navi, e l’Oceano Indiano da solo ospita la metà di questo traffico.
Come ha previsto il giornalista statunitense Robert D. Kaplan, un consigliere molto vicino ad Obama e al Pentagono, l’Oceano Indiano è destinato a divenire il baricentro strategico del mondo del ventunesimo secolo. Non solo questo Oceano costituisce un passaggio vitale delle risorse energetiche e per i commerci fra il Medio Oriente e l’Estremo Oriente, ma anche costituisce il centro dell’asse economico che si sta sviluppando tra la Cina, da un lato, e l’Africa e l’America Latina dall’altro.    
 

L’emergere di queste nuove relazioni commerciali significa che il Sud del mondo è in procinto di liberarsi dalla sua dipendenza dall’Occidente?

Certamente. Molti dei dati statistici fanno venire il capogiro: gli scambi commerciali fra la Cina e l’Africa sono aumentati di 20 volte dal 1997. Gli scambi con l’America Latina hanno avuto un incremento di oltre 14 punti, in meno di 10 anni! Anche l’India e il Brasile stanno collaborando più strettamente con il continente nero. Incoraggiati dallo sviluppo cinese, gli investimenti Sud-Sud sono in rapida crescita. Dopo essere stato sfruttato e saccheggiato per secoli, finalmente il Sud sta uscendo dalla sua inerzia.    
 

Perché così tanti paesi dell’Africa e dell’America Latina stanno concedendo la loro fiducia alla Cina?

Per secoli, l’Occidente ha depredato le risorse del Sud, impedendo lo sviluppo di questi paesi, specialmente a causa dei loro debiti rovinosi. Ora, la Cina sta offrendo prezzi più alti per le materie prime e sta investendo nei paesi del Sud del mondo allo scopo di sviluppare le loro infrastrutture, le loro politiche sociali o i progetti per la produzione di energia non inquinante. Allo stesso tempo, la Cina ha abolito i dazi per l’importazione di tantissimi prodotti dall’Africa, fattore che ha grandemente favorito la produzione e la commercializzazione dei prodotti di quel continente. E per ultimo, la Cina ha cancellato i debiti dei paesi africani più poveri.  
Per giunta, a differenza delle potenze occidentali, la Cina non interferisce nelle politiche interne dei suoi partner economici.
Alla Conferenza ministeriale Cino-africana, il Primo ministro cinese Jiabao ha così riassunto la politica del suo paese:
 “ La nostra collaborazione economica e gli scambi commerciali sono basati su mutuo vantaggio…Noi non abbiamo mai imposto condizioni politiche all’Africa e mai lo faremo nel futuro.”
Questa è la differenza dalle potenze occidentali, che non hanno mai cessato di imporre ed abbattere governi africani! In conclusione, i paesi capitalisti dell’Occidente stanno affrontando una severa crisi economica, che ha le sue ripercussioni anche in Cina, ma che non ha impedito alla Cina di proseguire nella sua crescita economica a tassi robusti. In una tale situazione, risulta del tutto naturale che i paesi africani e dell’America Latina stiano concedendo la loro fiducia a questo loro partner dall’economia tanto florida. Come ha sottolineato il Financial Times, anche il Brasile è stato interessato dalla crisi degli Stati Uniti, ma nel 2009 la sua economia ha continuato a crescere, e non è un caso che la Cina sia divenuta il suo principale partner commerciale.
 

L’asse Sud-Sud sta contrastando l’egemonia occidentale. Gli Stati Uniti e l’Europa si faranno mettere da parte, mentre la Cina sta pestando loro i piedi? 

Globalmente, lo sviluppo di questo asse Sud-Sud solleva due importanti minacce alle potenze imperialiste, in modo particolare contro gli Stati Uniti. Prima di tutto, sta sottraendo i paesi ricchi di materie prime alla sfera d’influenza dell’Occidente. E poi consente alla Cina l’accesso a tutte le risorse di cui ha bisogno per perseguire la sua crescita stellare. Pechino sta crescendo fino ad agganciare la principale potenza economica mondiale, gli Stati Uniti. Secondo Albert Keidel, un ex economista della Banca Mondiale e membro del Consiglio Atlantico, la Cina dovrebbe superare gli USA nel 2035.
In questo periodo, Washington sta cercando di contenere l’emergere della Cina in modo da salvaguardare il suo ruolo guida. E il controllo dell’Oceano Indiano si situa nel cuore di questa strategia. La lotta contro la pirateria dei Somali, a proposito, è un puro pretesto per posizionare le forze della NATO sulle sponde dell’Oceano Indiano in modo che le potenze occidentali possano conservare il controllo dell’area. Perfino il Giappone ha iniziato a costruire una base militare a Gibuti con il proposito di combattere la pirateria.  
 

Si fa un gran parlare di pirati e di terroristi islamici. Costoro costituiscono una reale minaccia, o servono solo da pretesto?

Non posso dire che non costituiscono una minaccia. Quello che voglio dire è che le potenze occidentali stanno facendone uso per promuovere i loro interessi strategici nella regione.
Come è nata la pirateria in Somalia? Per più di 20 anni il paese non ha avuto un governo. Alcune compagnie europee hanno ricevuto vantaggi da questo fatto, arrivando nella regione per favorire se stesse con approvvigionamenti massicci di pesce lungo le coste della Somalia, ed altre imprese ne hanno approfittato per depositare i loro rifiuti tossici. In queste circostanze, i pescatori Somali si sono dati alla pirateria per sopravvivere. Naturalmente, nel frattempo, il fenomeno ha assunto altre dimensioni.
Ma se si desidera risolvere il problema della pirateria, bisogna andare alle radici della questione e quindi ristabilire in Somalia un legittimo ordine politico.  
 

Fino a questo momento, agli Stati Uniti questo ordine è risultato inaccettabile. 

Infatti, e la loro politica irragionevole può causare problemi ancora peggiori. Dovrebbero essersi resi conto che la Somalia è il cuore islamico storico dell’Africa Orientale. Per certo, l’influenza dei leader religiosi Somali è stata veramente importante. Hanno portato l’Islam sunnita perfino in Mozambico. Quando gli Sciiti dall’Oman hanno esteso la loro influenza all’Africa orientale durante il diciottesimo secolo, sono stati in grado di influenzare enormemente la cultura della regione, ma non sono stati mai in grado di convertire la popolazione allo Sciismo.
Oggigiorno, ha potuto svilupparsi un movimento islamico come risultato di errori commessi dagli Stati Uniti nel Corno d’Africa. Se i leader di questo movimento hanno usato questa storia comune per raccogliere adepti in tutta l’Africa orientale, e per difendere la Somalia come centro storico dell’Islam africano, gli Stati Uniti avrebbero dovuto rendersi conto che questo avrebbe costituito per loro una reale e grave minaccia. 
 

L’Oceano Indiano è coronato dall’“arco islamico”, che si tende dall’Africa Orientale all’Indonesia, e attraversa i paesi del Golfo e l’Asia centrale. Come è stato possible che questo Oceano, culla delle potenze islamiche, sia caduto sotto il dominio delle potenze occidentali? 

Prima dell’apertura del Canale di Suez nel 1869, la regione era dominata da quattro grandi potenze – gli Ottomani, i Persiani (oggi Iraniani), i Moghul (un impero islamico che si era sviluppato in India), e la Cina. Attraverso l’Oceano Indiano, gli scambi commerciali hanno portato le genti musulmane in contatto con gli altri popoli della regione e hanno consentito all’Islam di espandersi anche verso la Cina e l’Africa Orientale. Così si è formato l’arco islamico e così l’Oceano Indiano è diventato dominio largo delle potenze musulmane.   
Ma un evento importante, avvenuto in India, dette inizio al processo che ha provocato la dominazione europea sulla regione: si è trattato della rivolta dei Sepoy nel 1857. I Sepoy erano soldati indiani al servizio delle compagnie inglesi. Le ingiustizie inflitte a costoro dai loro “datori di lavoro” scatenarono una ribellione che rapidamente fece esplodere un grande movimento di massa. La rivolta era decisamente violenta, con i Sepoy che massacravano gli Inglesi. Comunque, alla fine, gli Inglesi riuscirono a sopprimere il movimento. In Gran Bretagna venne messa in atto una forte campagna propagandistica contro la barbarie dei Sepoy.  
Karl Marx analizzò questi avvenimenti e subito ne trasse conclusioni differenti: “I loro metodi sono da barbari, ma dobbiamo farci un esame di coscienza, dato che siamo stati noi a portarli ad esercitare tale barbarie – è stato il colonialismo britannico che si è instaurato in India.” 
Una situazione similare la possiamo riscontrare ancor oggi dopo gli attacchi dell’11 settembre. L’opinione pubblica occidentale al gran completo ha dimostrato tutta la sua indignazione rispetto ai metodi barbari dei terroristi islamici. Ma nessuno ha posto domande specifiche sui fattori che hanno scatenato questo tipo di terrorismo: la cosa ci avrebbe portato indietro, alla politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente da oltre 50 anni.
Alla fine, la repressione della ribellione dei Sepoy ha avuto due importanti conseguenze; la prima, la colonia Indiana, che fino a quel tempo era stata governata da compagnie private, passò ufficialmente sotto l’amministrazione del governo britannico. E poi, la Gran Bretagna depose l’ultimo governante islamico dell’India, l’imperatore Moghul, Mohammed Bahadur Shah, che venne esiliato in Birmania, dove visse fino alla fine dei suoi giorni.  
 

Undici anni dopo la rivolta dei Sepoy, veniva aperto il Canale di Suez, unendo così il Mar Mediterraneo all’Oceano Indiano. Questo ha costituito un fattore importante nel favorire la dominazione europea su questo Oceano?  

Assolutamente. Venne accelerata la colonizzazione europea dei paesi che si affacciavano sull’Oceano Indiano. La Francia prese possesso di Gibuti e la Gran Bretagna si insediò prima in Egitto e poi nel Bahrain, con l’intento di proteggere l’India dall’espansionismo della Russia. Quindi, dopo i tanti cambiamenti radicali avvenuti nell’ambito delle varie potenze imperialiste, verso la fine del diciannovesimo secolo, (ad esempio, l’unificazione della Germania e dell’Italia come nazioni, la spartizione dell’Africa fra le potenze europee), rimaneva solo l’Impero del Sultanato dell’Oman l’ultima grande potenza araba attiva nella zona dell’Oceano Indiano. Per eliminare questo Sultanato, gli Europei montarono una campagna propagandistica intorno al fatto che l’Oman sfruttava gli Africani come schiavi. Con il pretesto di combattere la schiavitù, l’Europa mobilitò le sue truppe nell’Oceano Indiano e spodestò il Sultano dell’Oman. In questo modo la dominazione occidentale sull’Oceano Indiano divenne totale.   
 

Tuttavia, oggi questo predominio viene sfidato dalle potenze asiatiche emergenti e l’Oceano Indiano potrebbe diventare un teatro della competizione fra Cina e Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono in declino, mentre la Cina si trova in una fase di crescita spettacolare, e quindi Washington sarà in grado di bloccare il suo più importante competitore?

Il Pentagono è profondamente radicato nella regione: ad Okinawa (Giappone) ha un’enorme base militare; ha sottoscritto accordi con le Filippine con il pretesto della lotta contro il terrorismo; mantiene ottime relazioni con l’esercito dell’Indonesia, che è stato addestrato da Washington per massacrare un milione di comunisti ed insediare negli anni ‘60 una dittatura militare…
Accanto a questo, gli Stati Uniti hanno una base militare a Diego Garcia. Questa isola corallina situata al centro dell’Oceano Indiano potrebbe essere un sogno per i turisti con le sue spiagge di sabbia bianca e i suoi alberi di palma. Invece, la storia di questa isola è molto meno affascinante.  Nel 1965 Diego Garcia ed il resto dell’arcipelago delle Chagos divenivano parte del territorio britannico nell’Oceano Indiano. Nel 1971, tutti gli abitanti dell’isola Diego Garcia sono stati deportati dagli Stati Uniti, che vi costruirono una base militare; ed è da questa posizione strategica che Washington ha condotto varie operazioni durante la Guerra Fredda e nel corso dei conflitti contro l’Iraq e l’Afghanistan. Attualmente, anche se sono risultati vincitori presso i tribunali britannici, agli abitanti di Diego Garcia viene impedito di fare ritorno alla loro isola dal governo della Gran Bretagna. Quindi, anche l’esercito statunitense è ben arroccato nella regione.
Per parte sua, la Cina ha due talloni di Achille: gli stretti di Hormuz e di Malacca. Il primo (che si trova fra l’Oman e l’Iran) costituisce il solo ingresso al Golfo Persico ed è largo solo 26 chilometri al suo punto più ristretto. Circa il 20% delle importazioni di petrolio verso la Cina passano attraverso questo stretto. L’altro punto debole, lo stretto di Malacca (tra la Malaysia e l’isola indonesiana di Sumatra) sopporta il traffico pesante ed è qui che sta il pericolo; tuttora questa è la principale rotta per le navi da carico dirette alla Cina dall’Oceano Indiano. Circa l’80% delle importazioni del petrolio cinese passa attraverso questi stretti. Gli Stati Uniti, su posizioni ben consolidate nella zona, possono bloccare gli Stretti di Malacca, quando dovesse scoppiare un conflitto con la Cina. Questo risulterebbe veramente catastrofico per Pechino. 
 

Questo spiega perché la Cina sta cercando di diversificare le sue fonti di energia?

Sicuramente. Per affrontare questo problema essenziale, la Cina ha sviluppato strategie diverse.
La prima è di ottenere i suoi rifornimenti dall’Asia centrale. Un gasdotto sta ora collegando il Turkmenistan alla provincia cinese dello Xinjiang ; da adesso fino al 2015, viene prevista una fornitura annua di 40 miliardi di metri cubi di gas, che corrisponde a quasi la metà dell’attuale consumo cinese. Inoltre, un oleodotto, che trasporta petrolio dal Mar Caspio, sta collegando la Cina al Kazakhstan.  
Poi, la strategia ha preso come riferimento anche l’Asia meridionale. Pechino sta avviando accordi con il Bangladesh per acquistare gas e petrolio. Di recente, è stata annunciata la costruzione di un oleodotto e di un gasdotto che rispettivamente forniranno dal Myanmar (Birmania) 22 milioni di tonnellate di petrolio e di 12 miliardi di metri cubi di gas all’anno.  
Per ultimo, esiste una terza fase strategica, denominata in codice “collana di perle”, che consiste nella costruzione di porti in paesi amici lungo le coste settentrionali dell’Oceano Indiano. L’obiettivo è quello di disporre nella regione di un autonomo traffico marittimo. In questa strategia è inclusa la costruzione in Pakistan del porto di Gwadar di grande pescaggio, particolarmente adatto al traffico di navi mercantili, e la Cina si propone di costruirne altri, specialmente in Africa. Bisogna considerare che certi mercantili, che trasportano prodotti commerciali verso la Cina dall’America Latina, sono di dimensioni imponenti e non possono transitare per il Canale di Panama per raggiungere l’Oceano Pacifico. Quindi attraversano l’Oceano Atlantico e poi l’Oceano Indiano per arrivare in Cina. Seguendo questa rotta non devono più passare per la zona europea, come fanno attualmente per immettersi nell’Oceano Indiano attraverso il Canale di Suez. Invece, nel contesto del traffico commerciale Sud-Sud, queste navi mercantili devono viaggiare via Africa durante i loro trasporti tra l’America Latina e l’Asia.
Questo dovrebbe produrre importanti conseguenze per l’Africa. Paesi come il Mozambico, la Somalia, il Sud Africa o il Madagascar potrebbero congiungersi in una rete di collegamenti nell’Oceano Indiano. Se vengono sviluppati nuovi porti come quello di Gwadar, questo potrebbe originare un impressionante boom economico in questa parte dell’Africa. Allo stesso tempo, assisteremo ad un declino dei più importanti porti europei, come Marsiglia o Anversa. La messa in comunicazione dell’Africa con i mercati asiatici grazie all’Oceano Indiano dovrebbe produrre un autentico sviluppo per il continente nero. Nelson Mandela, quando era Presidente del Sud Africa, desiderava vedere la realizzazione di questo progetto, ma gli Stati Uniti e l’Europa si erano opposti a questo. Oggi, la Cina ha i mezzi per assumere l’iniziativa. L’asse Sud-Sud si è consolidato: i paesi del Terzo Mondo stanno superando le divisioni che erano state create fra di loro e la cooperazione è in continua crescita. Il mondo viene rovesciato dall’alto in basso.      
 

Come è stato possibile per la Cina diventare una così grande potenza in così poco tempo?

Fino al diciannovesimo secolo, la Cina è stata una grande potenza. Vendeva prodotti commerciali di alta qualità e aveva a sua disposizione, più delle potenze europee, di valuta estera, di oro ed argento. Ma il paese non era effettivamente aperto al commercio internazionale. Vi erano solo poche stazioni commerciali lungo la costa, e questo dava fastidio alla Gran Bretagna, la quale, al culmine della sua rivoluzione industriale, desiderava vendere la gran parte dei suoi prodotti in tutta la Cina.   
Allora, quando Lin Zexu, governatore delle due province dello Hubei e dello Hunan, nella Cina centrale, nel 1838 ordinò la distruzione delle balle di oppio che la Gran Bretagna stava importando illegalmente in territorio cinese, la Gran Bretagna usò questo come pretesto per un conflitto. 
Lord Melbourne inviò una spedizione a Canton, scatenando così la Prima Guerra dell’Oppio. Questa guerra terminò quattro anni più tardi. Sconfitta, la Cina fu costretta ad aprirsi al mercato internazionale. Ma le potenze imperialiste esigevano penetrare ancor più all’interno della Cina per vendere i loro prodotti. Volevano imporre la legalizzazione della vendita dell’oppio, malgrado le devastazioni che l’oppio causava alla popolazione. Per questo traffico altamente lucrativo imponevano di essere pagati in lingotti d’argento e di vedere rafforzata una favorevole bilancia dei pagamenti. In risposta al rifiuto dell’Impero cinese, la Gran Bretagna e la Francia scatenarono la Seconda Guerra dell’Oppio (1856-1860). Messa in ginocchio, la Cina divenne una semicolonia delle potenze occidentali. Finalmente, la vendita dell’oppio divenne legalizzata e la Gran Bretagna e gli Stati Uniti riservano a se stessi il più grande profitto da questo traffico.  
 

In Europa si sa ben poco di tutto quello che si dovrebbe sapere sulla storia della Cina. 

Questo è un fatto generale.Quello che è importante sapere è che queste guerre imperialiste e la distruzione provocata dalle potenze coloniali hanno causato la morte di oltre 100 milioni di Cinesi. Molti sono stati trasportati come schiavi nelle miniere del Perù a lavorare in condizioni spaventose, ragione di numerosi suicidi di massa. Altri sono stati sfruttati per la costruzione delle ferrovie negli Stati Uniti. Inoltre migliaia di bambini cinesi venivano rapiti allo scopo di farli penetrare nel sottosuolo a scavare i primi pozzi di petrolio della Shell in Brunei, al tempo in cui non erano ancora disponibili le tecniche di perforazione meccanica. Erano tempi terribili. Nessun altro popolo ha sofferto così tanto. Solo dal 1949, e dalla rivoluzione guidata da Mao, la Cina si è ricostituita come nazione indipendente e prospera.  
 

Vi sono coloro che attribuiscono questo sorprendente successo cinese a Deng Xiaoping ed affermano che è solo per la sua presa di distanza dal maoismo e grazie all’apertura della Cina ai capitali stranieri che il paese è stato in grado di svilupparsi.

Ci si dimentica che sotto Mao la Cina vedeva assicurata una crescita continua che oscillava fra il 7 e il 10 % ogni anno! Naturalmente, durante la rivoluzione culturale Mao ha commesso errori. Nondimeno, Mao era alle prese con un paese di un miliardo di abitanti in estrema povertà. Egli fece in modo di ricostituire la Cina come stato indipendente dopo un secolo di oppressione. È quindi sbagliato attribuire lo sviluppo cinese unicamente alla politica di apertura della Cina esercitata da  Deng Xiaoping. Partendo dal nulla, l’economia del paese non ha arrestato la sua crescita fin dalla rivoluzione del 1949, e questa operazione non si è ancora conclusa.
Ovviamente, l’attuale apertura al capitalismo solleva molte questioni rispetto al futuro della Cina. Certamente vi saranno contrasti e contaddizioni fra le differenti forze sociali, con il risultato di un rafforzamento delle borghesie locali. La Cina potrebbe diventare un paese interamente capitalista, ma mai dominato dall’imperialismo. Ma in ogni caso, gli Stati Uniti tenteranno di impedire a questo paese di divenire una grande potenza in possesso dei mezzi idonei al loro sorpasso.   
 

Infatti, vi sono di quelli che affermano che la Cina è divenuta essa stessa una potenza imperialista, che sta esportando i suoi capitali ai quattro angoli del mondo e sta eseguendo prospezioni in tutto il Sud del mondo allo scopo di assicurarsi approvvigionamenti di materie prime.

Esiste della confusione, anche all’interno dei movimenti di sinistra, sulla definizione data da Lenin sull’imperialismo (Lenin è la persona che indubitabilmente ha meglio analizzato questo fenomeno.) Molti hanno preso in considerazione solo un aspetto di questa definizione, ad esempio l’esportazione di capitali verso paesi esteri. Naturalmente, questo è un fattore essenziale. E naturalmente è grazie all’esportazione di capitali che le potenze capitaliste riescono ad arricchire se stesse più velocemente e in conclusione a dominare l’economia dei paesi meno sviluppati. Ma nel contesto dell’imperialismo, questa dominazione economica è inseparabile da una dominazione politica che trasforma il paese in una semi-colonia.
In altre parole, se sei un imperialista, nei paesi in cui tu esporti i tuoi capitali devi a tuo vantaggio creare un fantoccio, un governo che serva ai tuoi interessi. Inoltre, devi anche organizzare nella semi-colonia un esercito ai tuoi ordini, nel caso che venga messo in atto un qualche colpo di stato, se al fantoccio venisse in mente di disobbedire. Questo è quello che è successo di recente in Honduras, dove il Presidente Manuel Zelaya è stato destituito da un esercito i cui ufficiali erano stati addestrati nelle accademie militari degli Stati Uniti. Contemporaneamente, tu puoi infiltrare il sistema politico mediante organizzazioni come la CIA in modo da creare dei “quisling”, dei collaboratori.
In breve, possiamo affermare che l’imperialismo si basa su una dominazione a doppia natura, quella economica e quella politica. Le due nature sono imprescindibili fra loro, una non può sussistere senza l’altra.
Questa è la differenza più importante che riguarda la Cina: la Cina non interferisce nelle politiche dei paesi con cui commercia. E le sue esportazioni di capitali non cercano di soffocare o di dominare le economie dei paesi partner. Quindi, la Cina non solo non è una potenza imperialista, ma al contrario dà assistenza ai paesi che sono vittime dell’imperialismo nella loro liberazione dalle relazioni di dominio imposte dall’Occidente.  
 

Gli Stati Uniti saranno ancora in grado di bloccare il loro concorrente cinese? È vero, il Pentagono è saldamente insediato nella regione, ma sembra improbabile un confronto militare diretto con la Cina. Washington sembra essere ancora impantanato in Medio Oriente e, secondo numerosi esperti, non sarebbe nelle condizioni di entrare direttamente in conflitto con Pechino.

È vero che bombardare ed invadere la Cina non è un’opzione profittevole. Gli Stati Uniti hanno quindi sviluppato altre strategie. La prima è di fare assegnamento sui loro stati vassalli in Africa in modo da controllare questo continente e bloccare l’accesso della Cina alle materie prime. Questa strategia non è nuova, ma è stata applicata dopo la Seconda Guerra mondiale per contenere lo sviluppo del Giappone.
 

E chi sono oggigiorno questi stati vassalli?

Nel Nord Africa abbiamo l’Egitto. In Africa Orientale, l’Etiopia. In Africa Occidentale, la Nigeria. Nel Sud e nel centro del continente, Washington può fare riferimento al Sud Africa.
Comunque, questa strategia non ha dato risultati. Come abbiamo visto, gli Stati Uniti non sono stati in grado di impedire che gli stati africani commerciassero con la Cina ed hanno perso molta della loro influenza su quel continente. Prova ne sia, l’affronto patito dal Pentagono quando questo era alla ricerca di un paese per insediarvi il quartier generale del suo comando regionale “Africom”. Ogni paese del continente ha rifiutato di ospitare questa base. Il Ministro della Difesa del Sud Africa spiegava che questo rifiuto corrispondeva ad una “decisione collettiva africana” e lo Zambia per di più relicava al Segretario di Stato degli Stati Uniti: “Lei non sarebbe preoccupato di avere un elefante nel suo salotto?”.
Attualmente il quartier generale di questo comando regionale per l’Africa ha la sua sede a…Stoccarda! Questo è motivo di disagio e di imbarazzo per Washington.
Un’altra strategia USA per il controllo dell’Oceano Indiano doveva essere quella di usare l’India contro la Cina, esacerbando le tensioni tra questi due paesi. Questa tecnica è già stata usata nel caso di Iran ed Iraq negli anni ’80. Gli Stati Uniti armavano allo stesso tempo entrambe le parti, ed Henry Kissinger dichiarava: “Lasciate che si ammazzino fra loro!” Applicando questa teoria all’India e Cina, questo avrebbe permesso agli Stati Uniti di prendere due piccioni con una fava, indebolendo così le due grandi potenze emergenti in Asia. Bisogna ricordare che negli ’60 gli Stati Uniti avevano già utilizzato l’India in un conflitto contro la Cina. Ma l’India risultò sconfitta, ed io penso che oggi i suoi dirigenti non commetterebbero l’errore di condurre una guerra con il loro vicino a tutto vantaggio di una potenza straniera. Esistono ben determinati contrasti tra Pechino e Nuova Delhi, ma questi non sono rilevanti fino a questo punto. Queste due nazioni emergenti nel Terzo Mondo non si faranno coinvolgere in questo tipo di conflitto tipicamente dal carattere imperialista. 

Allora non c’è modo per gli Stati Uniti in India o in Africa. Ma in Estremo Oriente hanno ancora numerosi alleati. Possono contare su questi per il contenimento della Cina?

Anche lì Washington ha fallito a causa della sua avidità. Nel 1997, il Sud-Est asiatico aveva dovuto sopportare una terribile crisi economica, provocata da un grave “errore” da parte degli Stati Uniti. Tutto ebbe inizio con una svalutazione della moneta thailandese, che aveva dovuto subire un attacco dagli speculatori. D’un sol colpo, le borse valori impazzirono e molte imprese fecero bancarotta. La Thailandia sperò di ricevere un sostegno dagli Stati Uniti, visto che era un loro fedele alleato. Ma la Casa Bianca non si mosse. Respinse perfino l’idea di creare un Fondo Monetario Asiatico per dare assistenza a quei paesi che avevano dovuto subire le condizioni peggiori. In buona sostanza, le multinazionali statunitensi si erano avvantaggiate da questa crisi asiatica con l’eliminazione dei loro concorrenti asiatici, la cui crescita aveva creato loro tante preoccupazioni.  
Alla fine, è stata la Cina a salvare la regione dalla catastrofe tramite la sua decisione di non svalutare la sua moneta. Una moneta debole favorisce le esportazioni, e se lo yuan fosse crollato l’aumento delle esportazioni cinesi avrebbe completamente decimato le economie dei paesi limitrofi, che già si trovavano in condizioni disastrose. Quindi, mantenendo fisso il valore della sua moneta, la Cina ha permesso ai paesi dell’area di ricostruire le loro esportazioni e di risollevarsi.  Mentre molti governi asiatici erano infuriati con Washington a causa del suo comportamento tenuto durante la crisi, il Primo ministro della Malaysia dichiarava: “La collaborazione della Cina e il suo alto senso di responsabilità hanno salvato la regione da uno scenario decisamente più catastrofico.”    A partire da quel momento, le relazioni economiche fra la Cina e i paesi limitrofi non hanno mai cessato di ampliarsi. Nel 2007, la Cina è divenuta il più importante partner commerciale anche del Giappone, malgrado il fatto che il Giappone sia uno degli alleati più strategici degli Stati Uniti in Asia. Tuttavia, la Cina non dimostra pretese egemoniche nella regione. Gli Stati Uniti pensavano che i paesi dell’Oceano Indiano sarebbero stati intimoriti dalla potenza cinese e avrebbero desiderato essere protetti. Invece, la Cina ha stabilito relazioni fondate su un principio di parità con i suoi vicini. Da questo punto di vista, in Estremo Oriente gli Stati Uniti hanno quindi perso la partita.
 

Allora gli Stati Uniti non hanno possibilità di impedire alla Cina di entrare con loro in competizione?

Sembrerebbe di no. Per il suo sviluppo, la Cina ha un bisogno disperato di fonti di energia. Perciò, gli Stati Uniti stanno tentando di controllare queste fonti per impedire alla Cina di poterle utilizzare. Questo è stato il principale obiettivo delle guerre in Iraq e in Afghanistan, ma queste si sono risolte in un fiasco. Gli Stati Uniti hanno distrutto questi paesi per imporre dei governi a loro soggetti, ma hanno fallito. La ciliegina sulla torta sta nel fatto che i governi iracheno ed afghano commerciano con la Cina! Quindi, Pechino non ha bisogno di spendere miliardi di dollari per una guerra illegale per impadronirsi dell’oro nero iracheno: le compagnie cinesi semplicemente si procurano le concessioni petrolifere all’asta, completamente all’interno delle regole.
Possiamo considerare che la strategia imperialista degli Stati Uniti ha fallito lungo tutta la linea. Nondimeno, per gli Stati Uniti rimane ancora aperta un’opzione: mantenere il caos nella regione in modo da impedire che questi paesi assumano stabilità a tutto vantaggio della Cina. Questo significa continuare la guerra in Iraq e in Afghanistan ed estendere il conflitto a paesi come l’Iran, lo Yemen o la Somalia.
Questa strategia a breve termine potrebbe risolversi per gli Stati Uniti in una catastrofe, visto che sta portando molti popoli in un fronte anti-americano, anti-Nato e anti-occidentale. Coloro che desiderano continuare a rincorrere metodologie militari dovrebbero studiare meglio la storia degli Stati Uniti degli ultimi 60 anni. Washington non ha vinto una guerra, fatta eccezione per quella contro la minuscola isola di Grenada nel 1983.
 

In che modo è avvenuto questo declino dell’“impero usamericano”?

Dopo la Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti avevano conquistato tutto il piatto. Erano intervenuti nel conflitto molto più tardi, dopo avere per lungo tempo abbondantemente lucrato sui finanziamenti ad entrambi gli schieramenti in conflitto, gli Alleati contro i Nazisti. Alla fine, Washington decise di accorrere in soccorso degli Alleati. Alla cessazione del conflitto, la Gran Bretagna era sommersa dai debiti, la potenza germanica era stata distrutta e l’Unione Sovietica aveva pagato un prezzo pesante, più di 20 milioni di morti, per sconfiggere l’esercito nazista. Per contrasto, gli Stati Uniti, pur avendo sostenuto qualche duro sacrificio, risultarono i principali vincitori: possedevano vasti territori per una agricoltura di grandi potenzialità, un’industria in pieno sviluppo, e i loro importanti concorrenti europei erano in ginocchio. Così gli Stati Uniti divennero una super potenza globale.     
Tuttavia, spesero tutto questo piatto, vinto durante la Seconda Guerra mondiale, per combattere il comunismo. L’economia statunitense venne militarizzata e le guerre si susseguirono una dopo l’altra, dalla Corea all’Iraq, via Vietnam, per citarne solo alcune.
Oggi, per ogni dollaro del bilancio del governo statunitense, 60 cent vanno all’esercito. È un disastro! Molte imprese del paese di grande rilevanza sono andate in rovina e le scuole e gli ospedali pubblici sono in uno stato deplorevole. Cinque anni dopo l’uragano Katrina, gli abitanti di New Orleans vivono ancora in tendopoli e campi profughi. Mettiamo a confronto questa situazione con quella del Libano: quelli che hanno perso le loro case nel 2006 come risultato dei bombardamenti da parte di Israele ora hanno potuto avere una casa, grazie ad Hezbollah. Questo ha indotto un mullah che vive negli Stati Uniti ad affermare che era di sicuro meglio essere un Libanese che vivere negli USA, visto che nella terra dei cedri uno poteva disporre almeno di un tetto sulla testa.  
 

Questo processo di militarizzazione ha sprofondato gli Stati Uniti nei debiti. E oggi il loro principale creditore non è altro che…la Cina! Bizzarramente, il destino di questi due grandi competitori sembra essere intimamente connesso.

Sì, l’economia a volte è pazza! In effetti, la Cina esporta tantissimi prodotti negli Stati Uniti, che fruttano profitti in dollari. L’accumulazione di questo profitto consente alla Cina di mantenere stabile il rapporto di cambio fra lo yuan e il biglietto verde, il che favorisce le sue esportazioni. Inoltre la capitalizzazione di questi dollari statunitensi permette a Pechino di acquistare buoni del Tesoro degli Stati Uniti, che finanziano il debito statunitense. Quindi, nel finanziare il debito statunitense, in buona sostanza la Cina finanzia la guerra contro il terrorismo! Cionondimeno, è il Pentagono ad essere impegnato in questa guerra per meglio controllare le fonti di energia del mondo in un tentativo di limitare l’emergere della Cina. Ne risulta una situazione che ha del paradossale! 
Tuttavia, anche questa campagna contro il terrorismo condotta dagli Stati Uniti sta vivendo un fallimento e la loro economia è sull’orlo della bancarotta.
Agli Stati Uniti rimane solo un’ultima possibilità: ridurre la spesa militare ed utilizzare il loro bilancio per rimettere in moto l’economia. Purtroppo la logica imperialista è dominata dal profitto immediato e da una competizione sfrenata. Come risultato, si procede in questo modo fino alla morte. Lo storico Paul Kennedy ha analizzato le vicende dei grandi imperi: ogni volta che l’economia di una grande potenza si trova a rallentare, mentre la sua spesa militare cresce, questa grande potenza è destinata a scomparire.  
 

È questa, allora, la fine dell’“impero usamericano”?

Chi può dirlo? La storia si muove a zigzag ed io non sono in possesso del globo di cristallo per predire il futuro. Comunque, tutto sta ad indicare che l’egemonia degli Stati Uniti è prossima a finire. Nel mondo, non vi potranno più essere superpotenze e gli Stati Uniti probabilmente diventeranno nulla più che un’importante potenza regionale. Inevitabilmente, assisteremo ad un ritorno del protezionismo e, come risultato, alla fine della globalizzazione. Emergeranno blocchi economici regionali, e di questi blocchi, l’Asia sarà il più robusto. Oggi sono in diminuzione i miliardari, e meno se ne trovano fra i “bianchi” occidentali. I miliardari sono in Asia, dove esistono ricchezze e potenzialità produttive. 
 

Cosa accadrà all’Europa?

L’Europa ha vincoli veramente stretti con gli Stati Uniti, in modo particolare attraverso la NATO, una creatura inventata dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra mondiale per controllare il vecchio continente. Nonostante ciò, penso che esistono due tipi di leader in Europa: quelli che sono filo-statunitensi e quelli che sono autenticamente europei. I primi rimangono dipendenti da Washington. I secondi promuovono gli interessi dell’Europa e sono contigui alla Russia. In presenza della crisi economica e del declino degli Stati Uniti, gli interessi dell’Europa logicamente si orientano verso l’Asia.
 

Nel suo famoso libro “La Grande Scacchiera”, il commentatore politico usamericano Zbigniew Brzezinski contemplava questa possibile alleanza tra Europa ed Asia. Ma egli affermava anche che questa unione probabilmente non avrebbe mai visto la luce a causa delle differenze culturali.  

Dopo la Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno dominato la scena economica, specialmente in Europa, e sono riusciti ad esportare la loro cultura e il loro stile di vita. Di fatto, è stata l’economia a generare legami culturali, mentre la cultura crea legami solo nel caso in cui gli stomaci siano pieni. Non si può mangiare cultura. E quando gli stomaci sono pieni, la cultura passa in secondo piano rispetto all’economia. Questo è perché oggi, che il mondo capitalista é in crisi, l’Europa potrebbe anteporre i suoi interessi economici ai vincoli culturali che la legano agli Stati Uniti. Quindi, dovrebbe essere una conseguenza logica per l’Europa rivolgersi all’Asia. In buona sostanza, i legami fra Europa e Stati Uniti sono stati forgiati ad Hollywood. Storicamente, possiamo affermare che sono più stretti i vincoli culturali, ad esempio, fra Italia e Libia, o fra la Spagna e il Marocco.
 

Henry Kissinger, mentre stava provvedendo a che gli Iraniani e gli Iracheni si massacrassero fra di loro, era solito dire che l’egemonia degli Stati Uniti era essenziale per mantenere la pace e diffondere la democrazia nel mondo. Numerosi esperti come Brzezinski esprimevano lo stesso punto di vista. La fine dell’“impero usamericano” non rischia di provocare maggiori conflitti?

La democrazia di cui si sta parlando è quella dei paesi occidentali, che non rappresentano più del 12% della popolazione mondiale. Inoltre, non si può proprio affermare che l’egemonia statunitense abbia procurato la pace e la stabilità al mondo. Al contrario! Allo scopo di rimanere l’unica superpotenza mondiale, gli Stati Uniti hanno scatenato guerre e fomentato conflitti nei quattro angoli del pianeta.
Attualmente, molti Europei, anche se condannano gli eccessi degli Stati Uniti, non vedrebbero di buon occhio la caduta dell’“impero usamericano”. Per più di 60 anni Washington ha esercitato un effettivo dominio militare sul vecchio continente, dichiarandosi garante della sicurezza degli Europei. Un certo numero di Europei hanno timore all’idea che venga posta fine a questa “protezione” e di assumersi l’onere di questa loro sicurezza. Un esercito europeo richiede che una larga parte dell’economia europea venga investita in armamenti. Ma questo non è un settore produttivo e gli enormi costi potrebbero essere causa di una rinnovata crisi. Ancora, se vengono fatti investimenti in armamenti, sorge la questione: “Chi va a combattere?” In caso di guerra, l’Europa ha notevoli problemi demografici. 
Secondo la mia opinione, questa situazione spiega il desiderio palesato da alcuni leader europei di un avvicinamento alla Russia. Questa è la sola alleanza pacifica e vantaggiosa che può essere immaginata per l’Europa. Ma questo significa consentire alla Russia di diventare una grande potenza, nella quale tuttavia gli Europei possono investire la loro tecnologia. Però, gli Stati Uniti si sono sempre opposti all’integrazione della Russia con l’Europa. Se questa dovesse realizzarsi, molti paesi europei andranno a far parte di questa alleanza e Washington avrà perso il vecchio continente.
 

Negli otto anni di amministrazione Bush, la sua politica aggressiva, le sue massicce spese militari e le sue schiaccianti sconfitte hanno accelerato il declino degli Stati Uniti. Lei ritiene che Barack Obama sia in grado di cambiare questo corso?

La sua elezione è stata storica. Gli Afro-Usamericani hanno sofferto troppo nel passato. Anche se hanno contribuito enormemente allo sviluppo degli Stati Uniti, i loro diritti politici erano stati traditi. Infatti, durante la Guerra Civile usamericana, gli Afro-Usamericani erano vittime della schiavitù negli Stati del Sud. La borghesia nordista promise loro la libertà se avessero accettato di combattere dalla sua parte. Gli schiavi accettarono e la loro partecipazione al conflitto consentì al Nord di vincere. Tra il 1860 e il 1880, gli Stati Uniti attreversarono un periodo di prosperità, liberi dal razzismo, che il tanto celebrato leader afro-usamericano William Edward Burghardt Du Bois ha descritto come un’epoca di ricostruzione. Ma ben presto l’élite usamericana si spaventò nel vedere la gente di colore, i lavoratori e comuni cittadini marciare insieme: i diritti di proprietà della minoranza borghese erano minacciati dalla solidarietà fra le classi popolari meno abbienti. Il risultato fu la reintroduzione della segregazione razziale. L’obiettivo era di spezzare l’unità delle classi popolari e di mettere i comuni cittadini gli uni contro gli altri, allo scopo di preservare le élite in caso di rivolte.
Nel contesto della storia degli Stati Uniti, l’elezione di un nero alla Casa Bianca è quindi veramente importante. Ma non è sufficiente il suo colore della pelle a rendere Barack Obama un presidente progressista: il carattere reazionario dell’imperialismo statunitense è riaffiorato, come noi possiamo osservare sempre di più. Ne deriva che io non credo che Barack Obama possa cambiare nulla nei prossimi mesi o anni. L’imperialismo non può essere cambiato o adattato. L’imperialismo deve essere abbattuto.
 

E in questo grande confronto fra Stati Uniti e Cina il mondo musulmano dove va a collocarsi? In realtà, può giocare un ruolo decisivo?

Sì, può svolgere un ruolo veramente importante. Come abbiamo indicato all’inizio di questa intervista, gli Stati Uniti hanno demonizzato il “pericolo islamico” presente in tutta una serie di paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano: la Somalia, gli Stati del Golfo, l’Asia Centrale, il Pakistan, l’Indonesia … L’obiettivo, collegato agli interessi delle multinazionali usamericane, è di controllare il petrolio e le fonti di energia della regione, come pure i corridoi strategici degli oleodotti. Però, in Medio Oriente e in tutto il mondo musulmano si è sviluppato un movimento anti-imperialista, che ha messo sotto scacco il predominio statunitense.  
Questo è un fattore molto positivo. Tutti i popoli del mondo hanno interesse a sviluppare relazioni basate sul principio di uguaglianza e di porre fine quanto prima possibile all’egemonia occidentale, che ha generato così tante aggressioni e crimini. In passato, molti tipi di personaggi e correnti politiche hanno cercato di getterare il mondo musulmano fra le braccia degli Stati Uniti e della sua grande alleanza anti-comunista. Ma di fatto, gli interessi dei popoli dell’arco islamico, in generale gli interessi dei musulmani, stanno da un’altra parte. Se ognuno capirà ed appoggerà il ruolo positivo condotto dalla Cina nell’odierno spostamento della bilancia del potere, allora sarà possibile il sorgere di una grande alleanza, un’alleanza fra tutti quei paesi che intendono sviluppare se stessi in modo indipendente e negli interessi del loro popolo, vale a dire, sfuggendo dal saccheggio e dall’interferenza delle potenze imperialiste.  
Tutti dovrebbero fare informazione e aiutare a diffondere la comprensione di questi cambiamenti importanti e positivi. Per mettere fine all’egemonia delle potenze imperialiste, bisogna spalancare le porte alla grande possibilità di liberazione dei popoli del mondo. 
 
Mohammed Hassan raccomanda i seguenti testi:
  • Robert D. Kaplan, Center Stage for the Twenty-first Century, in Foreign Affairs, marzo/aprile 2009
  • Robert D. Kaplan, The Geography of Chinese Power, in Foreign Affairs, maggio/giugno 2010
  • Chalmers Johnson, No longer the lone superpower – Coming to terms with China
  • Cristina Castello, “Diego Garcia”, pire que Guantanamo : L’embryon de la mort
  • Mike Davis, Génocides tropicaux. Catastrophes naturelles et famines coloniales.
  • Aux origines du sous-développement, Paris, La Découverte, 2003, 479 pagine
  • Peter Franssen, Comment la Chine change le monde
  • Pepe Escobar, China plays Pipelineistan
  • Edward A. Alpers, East Africa and the Indian Ocean
  • Patricia Risso, Merchants And Faith : Muslim Commerce And Culture In The Indian Ocean (New Perspectives on Asian History)
  • F. William Engdahl, A Century of War, Anglo-American oil politics and the new world order
  • Michel Collon, Media Lies and the Conquest of Kosovo (NATO’s Prototype for the Next wars of Globalization), traduzione inglese di Monopoly, Investig’Action

* Mohamed Hassan è uno specialista di geopolitica e del mondo arabo. Nato ad Addis Abeba (Etiopia), ha partecipato ai movimenti studenteschi nel quadro della rivoluzione socialista del 1974 nel suo paese. Ha studiato scienze politiche in Egitto, prima di specializzarsi nel campo dell'amministrazione pubblica a Bruxelles. Negli anni '90, come diplomatico del suo paese di origine ha operato a Washington, Pechino e Bruxelles. Co-autore de "L'Irak sous l'occupation" (EPO, 2003), ha anche partecipato alla redazione di pubblicazioni concernenti il nazionalismo arabo e i movimenti islamici, e sul nazionalismo fiammingo. Hassan è uno dei più profondi conoscitori contemporanei del mondo arabo e musulmano. 





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Source: http://www.michelcollon.info/Ocean-Indien-ici-se-joue-la-grande.html
Publication date of original article: 18/09/2010
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=2311

 

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