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 27/04/2018 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
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 AFRICA 
AFRICA / "Un profumo di lacrimogeni, di amore e di rivoluzione": la Tunisia, 7 anni dopo
Retrospettiva e testimonianze
Date of publication at Tlaxcala: 13/01/2018
Original: «Μύριζε δακρυγόνα, έρωτα και επανάσταση»: Η Τυνησία 7 χρόνια μετά
Translations available: Français  English  Español 

"Un profumo di lacrimogeni, di amore e di rivoluzione": la Tunisia, 7 anni dopo
Retrospettiva e testimonianze

Jenny Tsiropoulou Τζένη Τσιροπούλου
Various Authors - مؤلفين مختلفين - Auteurs divers- AAVV-d.a.


Translated by  Bosque Primario
Edited by  Fausto Giudice Фаусто Джудиче فاوستو جيوديشي

 

Palpazione di polso

Quando sono arrivata in Tunisia a maggio 2014, non sapevo cosa mi aspettava. Prima della crisi economica in Grecia, la Tunisia era un posto dove molti greci andavano in vacanza. Ma, per la maggior parte di noi, è un paese che abbiamo cominciato a conoscere il 17 dicembre 2010, il giorno in cui un povero venditore di verdure, Mohamed Bouazizi, si è bruciato vivo, nella pubblica piazza di Sidi Bouzid. Una città dimenticata dove la gente viveva dimenticata, come nel resto dell'entroterra tunisino. Il giovane Mohamed, di 26 anni, morì il 4 gennaio 2011 e fu il primo martire della "primavera araba", come i media occidentali si affrettarono a battezzare quella che, per i tunisini, sarà sempre la loro Rivoluzione.

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Le strade non si erano infiammate nel giro di una sola notte. Tre anni prima, a gennaio del 2008, lavoratori delle miniere e laureati disoccupati si sollevarono a Gafsa, una" città-inferno": una città tanto inquinata dalle sue industrie che gli insegnanti non volevano assolutamente esserci  trasferiti, per il caldo troppo torrido e per la disoccupazione record (40%) che in quel posto facevano impazzire la gente.

Era pane, lavoro e dignità che la gente esigeva a Gafsa. Le mobilitazioni durarono sei mesi e furono la premessa per la rivoluzione del 2011. Tre morti, dozzine di feriti e centinaia di arresti furono il ​​risultato di una repressione violenta ordinata dal regime di Ben Ali.

"Ma all'epoca non c'erano ancora né i social network né Al Jazeera cosi non avete saputo che li era in atto una rivolta", mi ha detto un attivista tunisino.

 

Fred Dufour / AFP

La rivoluzione del 2011 ha liberato menti, lingue e persone e in Tunisia si è finalmente sentita la forza insopprimibile della rivolta delle masse. Per la prima volta giornalisti e blogger hanno potuto firmare i loro articoli; gruppi sociali, come i tunisini neri, cominciarono a prendere visibilità, giovani musicisti si unirono per cantare la democrazia, un caricaturista politico, perseguitato da lungo tempo, esibì le sue opere in una mostra accanto al palazzo presidenziale, mentre nascevano i primi media indipendenti che facevano giornalismo d'inchiesta e i giovani giornalisti, banditi dal vecchio regime, trovarono una voce.

Qualsiasi tunisino a cui viene fatta questa domanda, dirà che il più grande risultato della rivoluzione fu aver ottenuto la libertà di espressione, fu quando le bocche sono state liberate e quando i muscoli pensanti si sono rimessi in moto.

Molto probabilmente si è sentito dire che la Tunisia è la storia di successo delle "primavere arabe", ma per le giovani donne e per gli uomini che la vivono oggi, spesso sembra una "prigione a cielo aperto" e spesso si devono rifugiare nel mondo dei sogni. La parola harga, che significa "bruciare", è una parola che i tuninisi usano costantemente: bruciare i confini, bruciare i loro documenti, viaggiare senza documenti verso l' "Eldorado" in qualche modo. Appena arrivai in Tunisia, mi sembrava strano apprendere che la maggior parte di chi aveva lasciato il paese senza documenti per andare in Europa si era registrata solo nei primi giorni dopo la caduta del dittatore Ben Ali. Solo per gli anni 2011-12, si stima che 1.500 tunisini siano scomparsi in mare. Sogni e libertà erano identificati con l'Europa. I tunisini non si sentivano cittadini nel loro paese e solo dopo la rivoluzione hanno cominciato a rivendicare con forza il loro diritto alla cittadinanza.



Fethi Belaid / Getty Images

Nei due anni e mezzo che ho vissuto nel paese, ho incontrato dei tunisini che non avevano mangiato nulla per diversi giorni e che poi avevano rubato meloni nei campi di Evros. Ho sentito suonare molto forte la musica di Zorba il greco, in un chiosco il cui proprietario doveva sposare una ragazza greca, ma lei poi lo aveva scaricato.Fued mi offrì un pasto, lui che aveva abbandonato il "cimitero dei sogni" per cercare un futuro migliore era finìto per diventare un trafficante di migranti sulle montagne della Grecia settentrionale.

Molti europei vivono in Tunisia, sono per lo più francesi e italiani e vengono a lavorare nelle ONG, imparano l'arabo e fanno ricerca per la loro tesi di dottorato, dato che la Tunisia è diventata uno dei temi preferiti di studio delle scienze sociali e umanistiche. Per chi viaggia da nord verso sud, i confini sono aperti. Per essere più precisi, con 300 euro e senza nemmeno doversi sognare di chiedere un visto, in poche ore, si va da Atene a Tunisi. Quando si viaggia dalla Tunisia verso l'Europa, le miglia nautiche sono poche, ma il passaporto verde - se non si è titolari di un tanto agognato passaporto bordeaux europeo - rende il processo per chiedere un visto difficile o impossibile.



Graffiti sulla rivoluzione nella città conservatrice di Kairouan. Giugno 2014. Foto Jenny Tsiropoulou / ThePressProject

La politica alla Ben Ali, venduta come democratica

Il 7 novembre 1987, con un "golpe di velluto", Ben Ali prese le redini di una Tunisia, che dal 1956 era stata sotto il presidente Habib Bourguiba. Cambiò la Costituzione per poter prolungare il suo mandato, dopo essere stato eletto, a volte senza nessun avversario, a volte con il 90% dei voti.

Il 14 gennaio 2011, dieci giorni dopo la morte del piccolo commerciante di verdure, i tunisini piangevano di gioia per il le strade e gridavano Dégage! (Vattene !) Poi Ben Ali salì su un aereo e fuggì per un esilio dorato in Arabia Saudita, dopo aver passato 23 anni al potere.

Dopo la caduta del dittatore, il governo del paese fu consegnato al partito islamista Ennahdha, il cui leader era stato in esilio a Londra dal 1989.

Ma perché un partito islamista (vicino al partito AKP di Erdogan) prese il 37% dei voti nelle prime elezioni libere, dopo una rivoluzione che chiedeva libertà?

Non analizzeremo questo punto in dettaglio in questo articolo, ma la risposta potrebbe essere ricercata nel fatto che, dal 1956 - anno in cui la Tunisia ottenne l'indipendenza dalla Francia - il paese era stato governato da élite francofone ispirate a modelli occidentali. Il primo controverso presidente, Habib Bourguiba (per qualcuno era un dio, per altri un dittatore) apparve in televisione durante il Ramadan, sorseggiando un'aranciata quando si doveva osservare il digiuno, poi, per decenni, il regime di Ben Ali sbatté in prigione o torturò gli islamici e vietò le barbe e il velo. Così tutto quello che fino a quel momento era stato bandito dal governo, esplose e diventò simbolo di libertà dopo il 2011. "Il velo è diventato di moda", mi hanno detto, preoccupate, molte donne tunisine.


Jenny Tsiropoulou / ThePressProject

Nell'ottobre e nel novembre 2014, i tunisini hanno intinto ancora una volta il dito nell'inchiostro blu per votare, in una atmosfera di euforia per le prime elezioni parlamentari e presidenziali libere del paese, con la convinzione che, da ora in poi, si sarebbero liberati degli islamici. E ci riuscirono. I centristi laici di Nidha Tounes vinsero le elezioni parlamentari, mentre il loro capo, di 87 anni, divenne presidente. I media mainstream occidentali, dimostrando una visione davvero molto miope, scrissero: "La transizione dalla Tunisia verso la democrazia è ormai compiuta".

Le feste in strada improvvisamente persero il loro respiro, anzi, ben presto, tutto cominciò a ricordare i tempi di Ben Ali e chiunque osava disturbare il governo "interrompendo il suo dolce far niente", denunciando le violenze della polizia, dell'esercito o dei burocrati, finiva in prigione, in un batter d'occhio.

E poi capitava spesso che gli attivisti più conosciuti si trovassero improvvisamente accusati come " per un colpo di una bacchetta magica" di possesso di marijuana, un reato la cui pena non è convertibile in ammenda in Tunisia. Dando ragione agli scettici, a settembre 2017, il governo ha approvato una legge che amnistiava quegli oligarchi e quei politici di Ben Ali - accusati di corruzione - se avessero rimpatriato i soldi che avevano trafugato all'estero, pagando solo una qualche multa.

Uno sguardo alle case e alle strade

Il 2015 è stato un anno macchiato di sangue e la storia del paese fu scritta dai tre attacchi terroristici, al Museo del Bardo, sulla spiaggia piena di stranieri di Sousse e sull' autobus della guardia presidenziale nel centro della capitale. Dopo gli attacchi, il governo impose il coprifuoco e tutti dovevano chiudersi in casa, spesso dalle 6 del pomeriggio fino alla mattina dopo.

A marzo dello stesso anno, come denunciarono le organizzazioni internazionali, lo stato introdusse altre "restrizioni arbitrarie" per tutte le donne e gli uomini sotto i 35 anni, vietando loro di lasciare il paese semplicemente a causa della loro età. Li considerarono tutti potenziali terroristi che avrebbero probabilmente cercato rifugio in Libia, per essere addestrati. Questa violazione del diritto internazionale e del senso di giustizia sociale faceva esplodere la rabbia dei giovani quando venivano respinti al confine e negli aeroporti, anche se erano in possesso del documento di consenso paterno richiesto dal governo, togliendo loro anche la possibilità di studiare all'estero.

 

Jenny Tsiropoulou / ThePressProject

Ma i tunisini non si sono arresi. "Non dobbiamo regalare la nostra libertà, perché abbiamo faticato molto per ottenerla, siamo noi, la vita", mi hanno detto, avvolti da bandiere rosse e bianche.

In Tunisia ho fatto conoscenza con tanti giovani che hanno organizzato dibattiti filosofici nei parchi, con artisti che hanno organizzato festival musicali nelle fattorie, con giovani cineasti che hanno vinto premi in festival come quello di Atene, con gay che hanno combattuto apertamente, a qualsiasi costo, per depenalizzare l'omosessualità, con lavoratrici che si sono organizzate per tenere aperta una fabbrica fallita, con donne che volevano sposare un fidanzato-non-musulmano - un diritto conquistato solo nel 2017, mentre gli uomini non erano soggetti alla stessa restrizione - e ho visto ragazzi innamorati, camminare mano nella mano, contro la morale dominante che non lo permette negli spazi pubblici.

Ho sentito raccontare delle storie, nei quartieri più poveri, da genitori atei che avevano un figlio diventato jihadista per la delusione, per l'emarginazione economica e sociale.

"Vivevamo ancora liberi, eravamo come un paese europeo, come siamo potuti arrivare ​​a questo punto?", si chiedeva Khalifa.

Per un uomo che ha vissuto in Tunisia dove c'erano chiese, sinagoghe e gente che ti augurava "Buon Natale" offrendo datteri, a prescindere dalla tua religione e couscous di pesce, durante il Ramadan – a prima vista - sembra veramente paradossale, che la Tunisia sia arrivata in cima alla lista dei paesi che esportano jihadisti.

 

Jenny Tsiropoulou / METRO Magazine

In questo paese del Mediterraneo, pieno di ulivi e di palme, dove la gente è educata, aperta e accogliente, dove si aprono le porte di casa per offrire i piatti migliori per dare il benvenuto a uno sconosciuto. Dove ragazze e ragazzi si divertono, bevono Celtia - la birra locale - e ballano nei bar fino alle prime ore del mattino. Dove ragazze che indossano il velo bevono tè e parlano a voce alta con altre ragazze senza velo, mentre i caffè, dove in genere ci sono solo uomini, sono tutto il giorno pieni di clienti abituali che discutono di politica, come se volessero recuperare i tanti anni di silenzio perduti.

Christopher Furlong/Getty Images

 

338 persone sono morte e 2.147 sono state ferite nel 2010/2011, in nome della rivoluzione e della libertà. Con due morti su tre ammazzati con un colpo di arma da fuoco e con 8 morti su 10 che avevano meno di 40 anni, la gente e le strade della Tunisia non saranno mai più le stesse.

Testimonianze

“Lo slogan scritto su un muro dell’Avenue Bourguiba - "Tunisia, unica democrazia nel mondo arabo" - è scomparso da tempo: al suo posto adesso si erge imponente il palazzo di una banca. Questo simbolo dice tutto: La Tunisia, come la Grecia, è in balia dei bankster”



Rim Ben Fraj, 33 anni, giornalista precaria

Quel venerdì, 14 gennaio 2011, in mezzo a tutt quella folla radunata sull’ Avenue Bourguiba, di fronte al Ministero degli Interni, mi sono imbattuta nella mia professoressa di arabo e nel mio professore di filosofia al liceo. Lei ci disse: "Ricordatevi questi momenti, li racconterete ai vostri figli". Mi ero svegliata verso le 9 del mattino per il rombo degli elicotteri che volavano sopra i tetti. A quel tempo vivevamo dietro il Ministero degli Interni. Ci eravamo addormentati la sera prima con il sottofondo dei "manifestanti" che sfilavano, nonostante il coprifuoco, sull’Avenue Bourguiba per tifare Ben Ali, che aveva appena fatto il suo ultimo discorso alla televisione, lanciando il famoso "Io vi ho capito" .

Mio padre ci aveva chiamato verso le 10: "Ragazze, sono qui sull’ Avenue Habib Bourguiba, stiamo protestando contro Ben Ali, venite, vi aspetto". Allora ci siamo precipitate in strada, con un misto di paura e di eccitazione. In mezzo alla strada c'era un infradito blu marino. Due poliziotti ci dicono: “Non si passa”. Urlo: "Noi dobbiamo passare e andare da nostro padre!". Lui stava di fronte all'Hotel Africa e gridava slogan insieme alla folla. Al Jazeera riprendeva la scena, c'erano tanti amici e conoscenti. Le ore successive furono una confusione totale : andavamo avanti, tornavamo indietro, cambiavamo marciapiede, ci rifugiavamo nei negozi, scappavamo per le strade laterali, poi tornavamo, mezzi soffocati dalle nuvole di gas lacrimogeno. Finalmente, nel pomeriggio, la notizia si diffuse in tutto il paese: "Ha preso l'aereo, è scappato". Sette anni dopo, l'immagine di quel giorno che più è rimasta nella mia memoria è quella di mio padre che, in mezzo a una nuvola di gas lacrimogeni, appariva nel suo lungo cappotto, come Superman, per strapparci dalla rabbia degli sbirri. Non avevo mai visto tanta rabbia, e quella stessa rabbia è continuata anche nei mesi successivi alla partenza del dittatore.

Ma dove siamo andati a finire noi, la generazione che fece quella rivoluzione? La maggioranza è, come me, ancora in una situazione di precariato, dopo aver accumulato tante esperienze e tante delusioni. Qualcuno si è fatto strada nella burocrazia di qualche ONG sovvenzionata, qualcuna altro è emigrato. La nostra esperienza ci fa pensare che chi sta al potere oggi – piùo meni gli stessi che erano al potere prima della rivoluzione, si sono semplicemente "aggiornati" - hanno fatto tutto quello che hanno potuto per disgustarci e per costringerci a salire su un aereo e scappare da qualche altra parte. Il numero di studenti tunisini che beneficiano dell' Erasmus è triplicato, ma è sempre difficile ottenere un visto Schengen.

Lo slogan che stava scritto su un muro dell’ Avenue Bourguiba - "Tunisia, unica democrazia nel mondo arabo" - è scomparso da tempo: al suo posto adesso si erge imponente il palazzo di una banca. Questo simbolo dice tutto: la Tunisia, come la Grecia, è in balia dei bankster. Certo, oggi possiamo dire (quasi) tutto e scrivere (quasi) tutto, ma l'atteggiamento di quella mafia che sta al potere è tollerante perché si riduce a: "Parlate pure, tanto non ce ne frega un cazzo".

Scoppiano spesso, qua e là, tante piccole ribellioni, ma raramente qualcuna dà risultati palpabili. I movimenti stanno cercando di bloccare le iniziative più mostruose che propone il nuovo regime – formato da una strana coalizione di ex benalisti, "tecnocrati", "democratici" e islamisti - da una parte c'è la legge della riconciliazione economica, che vuole cancellare i crimini economici commessi sotto il vecchio regime, d'altra parte c'è la legge che vuole dare più potere alla polizia.

Sono stati creati due collettivi contro queste leggi e la lotta continua, in Tunisia come in Grecia, contro quelli che vogliono applicare quel vecchio proverbio ottomano che dice: "bacia la mano che non puoi mordere". E a chi è ancora nostalgico del vecchio regime - "almeno allora c'era ordine" - possiamo solo rispondere una cosa: il disordine delle multitudini è sempre meglio dell'ordine delle caserme e delle prigioni.

 

 “La gente che non è abituata alla libertà di espressione o alla democrazia, sente nostalgia deii bei tempi di Ben Ali e di Bourguiba Stanno cercando la figura protettiva del "padre"”

 

Anis Mokni, 36 anni, insegnante di lingue straniere e traduttore

Appena scappato il dittatore tunisino, i media occidentali e principalmente francesi, hanno cercato di dare un nome alla rivoluzione /cambiamento/rivolta tunisina come avevano già fatto con la rivoluzione dei garofani (Portogallo), dei tulipani (Kirghizistan), delle rose (Georgia) o arancione (Ucraina). Ma non trovarono niente di meglio del gelsomino per chiamare la nostra rivoluzione. Questo nome però non piacque a tanta gente che credeva fortemente nel cambio di regime, e che sapeva di aver sacrificato molto del suo, per vedere arrivare finalmente un giorno come quello e i tanti sacrifici fatti non avevano la stessa delicatezza del profumo del gelsomino. Quel nome sembrava il riflesso di una Tunisia da cartolina che fa vedere il paese solo come una destinazione turistica “mare e sole” buon mercato. La gente che aveva lottato aveva bisogno di riflettersi in un nome che la proiettasse nell'era delle rivoluzioni, dove scorre il sangue scorre e dove si mandano via i figli nella speranza di giorni migliori. Qualcuno aveva trovato quel nome piuttosto "borghese".

Per quanto riguarda il nome di "Primavera araba", siamo già in una fase cronologica avanzata delle rivoluzioni/rivolte che si sono verificate nei cosiddetti paesi "arabi". Qui, anche alcuni di quelli che hanno sostenuto o partecipato alla rivoluzione tunisina, hanno rifiutato questo nome e addirittura l'hanno sostituito con "Primavera ebrea". Sia per ragioni ideologiche (solidarietà dei nazionalisti arabi con i regimi di Gheddafi e Bashar al-Asad e posizione antimperialista della sinistra dopo gli attacchi NATO alla Libia) o di disincanto dopo l'ascesa al potere degli islamisti (Tunisia, Egitto) e una crescente ondata di fondamentalismo islamico.

Nei primi giorni dopo la fuga di Ben Ali, c'erano tante sensazioni inspiegabili che la gente stava provando per la prima volta nella sua vita. C'era un'atmosfera di amore, di fiducia e di orgoglio che si leggevano sui volti delle persone. Nei primi tempi, la gente andava volontariamente a proteggere i vicini dalle minacce di banditi e criminali che volevano approfittare della situazione di completa assenza di sorveglianza. Ricordo che c'era gente, soprattutto dei ragazzi, che si organizzavano spontaneamente per pulire i marciapiedi dell’ Avenue Habib Bourguiba e si incontravano per discutere. In quei primi giorni, si sentiva di poter davvero far parte di un mondo democratico, di poter parlare liberamente e di poter vivere una vita politica degna dei paesi occidentali. Si rispettavano i cartelli stradali, i portoghesi ora pagavano il biglietto sull'autobus, per far vedere che anche loro erano "buoni cittadini", giovani e vecchi cominciarono a organizzare visite nelle città dell'interno per "ringraziare" la popolazione dei suoi sacrifici umani e per le lotte che aveva fatto nei giorni della rivoluzione contro gli agenti e la polizia del regime. Poi, ogni fine settimana i giovani assetati di conoscere "l'altra Tunisia” cominciarono a organizzare sempre più escursioni verso le regioni dell'interno per visitare "il nostro paese, la nostra patria".

Era una spinta patriottica che alimentava molte speranze per una Tunisia migliore, un desiderio puro e sincero di rendere le cose migliori. Tuttavia, l'immaturità politica della popolazione, la morsa della "retroguardia" e gli uomini-ombra del vecchio regime agivano sui media e l'adolescenza politica e l'egoismo degli ex oppositori che divennero i nuovi protagonisti della scena politica, tutti fattori che non permisero di rispettare le aspettative e che crearono – di conseguenza – una grande disillusione in molti giovani.

Vediamo sempre più giovani, laureati o no, che lavorano o che sono disoccupati, che però hanno tutti un solo desiderio: lasciare il paese e andare verso qualsiasi destinazione. Il mio sentimento è soprattutto un sentimento di delusione dopo che siamo ritornati allo stesso sistema, certo ora si vedono volti nuovi ma si comportano allo stesso modo, fanno propaganda sui media, dicono bugie, fanno false promesse e soprattutto c'è un forte ritorno ad uno stato "di polizia" (con violenza contro i cittadini , imbrogli, impunità ...).

La lotta alla corruzione e agli affari sporchi (in dogana, nella polizia, con gli impiegati dei ministeri, con la non-trasparenza nei contratti di sfruttamento degli idrocarburi), la riduzione delle disparità e dei divari tra le varie regioni, la pochezza delle infrastrutture. Tutti questi dossier sono rimasti aperti e senza che i governi li trattino veramente. L'attuale governo è arrivato al potere con una campagna che puntava sulla paura popolare del terrorismo e non su una ragionevole piattaforma elettorale (nessuna promessa è stata mantenuta).

Non abbiamo assaporato nemmeno un assaggio di quelle cose che fecero scoppiare una rivoluzione tanto promettente, ma che non ha soddisfatto nessuna delle promesse, nessuna delle ambizioni. C'è un'amarezza che vediamo sui volti intorno a noi, che non dipende solo o principalmente dalle difficoltà economiche, ma in particolare dal ritorno allo stesso sistema (routine amministrativa, burocrazia, clientelismo, corruzione, alla mancanza di condizioni favorevoli agli investimenti, legge di riconciliazione economica e amministrativa che incoraggia l'impunità e la corruzione impossibilità di effettuare transazioni con l'estero come l’uso di paypal, rallentando e impedendo qualsiasi iniziativa commerciale con l'estero ecc.)

Personalmente, sono deluso dai tunisini, o almeno una da buona parte, che hanno mostrato una mancanza di maturità, un'ingenuità e un egoismo che non sono degni di un popolo che dice di essere più civile e più avanti dei popoli vicini nel campo dell'istruzione e della cultura. Sono soprattutto quelli che hanno vissuto sotto i due primi presidenti, due periodi di dittatura, che sono persone non abituate alla libertà di espressione o alla democrazia, che sentono qualcosa che li spinge a pensare ai bei tempi di Ben Ali e di Bourguiba con tanta nostalgia. Sono loro che stanno cercando la figura protettiva del "padre".

“Come possiamo essere orgogliosi di essere l'unico paese in cui la "primavera araba" è riuscita, quando tutto intorno a noi c'è tanta rovina?”

Abir Gasmi, 31 anni, sceneggiatrice

La mia prima reazione quando mi è stato chiesto di parlare della rivoluzione è stata la sorpresa. Ho l'impressione di non sentire più quella parola da molto tempo, non dai media, certamente non dalla bocca dei politici, ma nemmeno dalle bocche della gente, per la strada, e nemmeno dagli amici che venivano con me a manifestare per le strade, quando protestavamo insieme prima e dopo la partenza di Ben Ali. All'improvviso questa parola è stata archiviata in un luogo oscuro della mia memoria, letteralmente dimenticata. Dimenticata perché, se voglio essere totalmente onesta, ora la collego a un misto di amarezza e di vergogna.

Peccato perché i poveri e i perseguitati di questo paese sono ancora più poveri e più perseguitati di prima. Peccato perché quella parte della gente alla quale la dittatura di Ben Ali sembrava non dare fastidio, ora ci rimprovera di averla disturbata nella sua tranquillità e di aver reso loro la vita più difficile. Vergogna per come si comporta certa gente, che prima era trattenuta solo dalla paura del dittatore. Vergogna e rabbia per una classe politica stupida, incompetente e avida che non ha il senso della patria. E poi la vergogna e il senso di colpa per quello che è successo in Siria, in Libia, in Yemen, in Egitto. Come possiamo essere orgogliosi di essere l'unico paese in cui la "primavera araba" è riuscita, quando tutto intorno a noi c'è tanta rovina? ("Primavera araba", è un termine inventato dall'Occidente per non chiamarla rivoluzione della libertà e della dignità ...)

Perché ho problemi ad ammettere che c'è stato qualche successo, nonostante tutto? Perché il giorno dopo la fuga di Ben Ali, tutto ci sembrava possibile, TUTTO. Una nuova Tunisia, quella che noi, i manifestanti e gli idealisti, avevamo sognato per anni e anni. Una Tunisia egualitaria, pionieristica, creativa e audace. Era allora che dovevamo uscire dal giogo e fare un salto nel futuro.

Allora c'era una breccia, che non si sarebbe mai più aperta, e avermmo dovuto entrare in quella breccia, noi, i sognatori, con tutta la nostra esplosione di vita, di amore e di speranza e ... e poi la breccia si è chiusa, troppo presto, prima che potessimo riprendere fiato dalle corse per le strade del centro di Tunisi mentre la polizia ci inseguiva ...

Oggi, niente ci piace, come dice Mahmoud Darwich nel suo poema. Però oggi, almeno possiamo dirlo. Possiamo dire molte cose, quasi tutto. Possiamo creare, senza costrizioni, senza paura, in ogni caso non dobbiamo aver paura del potere politico. Possiamo discutere di molte cose, cose che sono inimmaginabili in altri paesi della regione, possiamo parlare quanto ci pare. Possiamo combattere per i nostri buoni convincimenti, a volte perdiamo, ma a volte vinciamo. E più di ogni altra cosa, siamo finalmente a casa nostra e non ci arrenderemo. Certo, c'è violenza, ci sono tensioni, persino terrorismo. Certo, c'è una fuga di cervelli e un'emigrazione illegale senza nemmeno contare i tanti che muoiono affogati nel Mediterraneo. Naturalmente c'è miseria, ingiustizia, disuguaglianza. Certo che fa male, fa molto male, soprattutto perché noi questo, in quella Tunisia che sognavamo, non lo avevamo sognato. Ma c'è anche una gioventù fiammeggiante, sorprendente, intelligente, creativa, tenace, che non si ferma di fronte agli ostacoli. Ogni giorno ci sono nuove iniziative e ogni giorno cerchiamo soluzioni e ogni giorno cresciamo un po 'di più. C'è una società civile estremamente attiva e autorevole. Ci sono discussioni fondamentali, delicate e a volte conflittuali, ma è importante che ci siano ed è una cosa senza precedenti in un paese arabo. Ci sono leggi che sono state approvate, che costituiscono una vittoria indiscutibile. E termino, nonostante l'amarezza, citando un amico che ha fatto una citazione dal film Il Gladiatore:

“- Marco Aurelio: Ma cos'è Roma, Massimo?

-Massimo: Io ho girato molto e ho visto molto del resto del mondo ed è brutale, crudele e oscuro, Roma è la luce!”

Cartagine è la luce.

 

“Oggi è meglio vivere in una società libera con problemi economici che prosperare  sotto un regime fascista”

http://tlaxcala-int.org/upload/gal_17740.jpg

Aymen Abderahmen, 29 anni, giornalista

Quasi 7 anni dopo la rivoluzione tunisina, le ferite sono ancora aperte e le domande rimangono senza risposta. Sono un attivista della società civile della città in cui tutto ha avuto inizio (Sidi Bouzid) ed ho potuto vedere tante cose che sono cambiate, in me e nel paese nel suo complesso, ma sono cambiate ovunque eccetto che a Sidi Bouzid, la culla della Primavera araba.

Le gente ha fatto tutto quello che ha potuto, ma sembra che il governo centrale di Tunisi non abbia imparato niente dalla lezione. Insistono a concentrarsi su continui investimenti in settori non redditizi, come il turismo balneare, e si dimenticano di quella che è la spina dorsale, vitale per la nostra economia: l'agricoltura. Quando la gente che abita al Sud protesta, li chiamano selvaggi, ingrati ed estremisti. Quegli investimenti hanno sempre portato e porteranno sempre agli stessi vecchi risultati: nessuna stabilità e nessuna prosperità per il paese, ma questo non dovrebbe sorprendere nessuno, dato che il partito politico oggi al governo è una versione "riciclata" del regime contro cui i tunisini si erano ribellati.

Poche settimane fa, mi è capitato di notare una cosa divertente ma triste: ho trovato una mia vecchia foto con due amici durante una delle nostre proteste contro la corruzione in Tunisia. Ora tutti e tre viviamo all'estero in 3 diversi continenti. È triste che la Tunisia sia ancora sprofondata nella stessa corruzione, anni dopo la rivoluzione e nonostante tutti i sacrifici.

Il governo finge di arrestare " pezzi grossi" e, dopo pochi mesi di un black out sui media, li rilasciano discretamente. Secondo recenti sondaggi e vari studi sulla Tunisia, la gente oggi percepisce una corruzione ancora maggiore del periodo prima della rivoluzione, ma quello che oggi è ancora peggio è la fuga di cervelli dei suoi giovani più colti e più attivi nel sociale. Vanno via perché qui non hanno nessuna possibilità …

I politici di oggi sono quelli del passato. Hanno ereditato gli stessi problemi e hanno la stessa incapacità di comprendere la situazione. Il futuro sta nella società civile tunisina e nei giovani attivisti politici, che vivono in Tunisia o che vivono all'estero, e la Tunisia deve contare su di loro per aprire nuove partnership e nuovi orizzonti per il paese.

Essere stati in prima linea nella rivoluzione fa alzare le pretese. Oggi non credo che la Tunisia abbia ottenuto molto, ma se mi chiedo se sono pentito per quello che è successo, rispondo: assolutamente no.

Oggi è meglio vivere in una società libera con problemi economici piuttosto che prosperare, ma sotto un regime fascista.

 





Courtesy of Tlaxcala
Source: https://www.thepressproject.gr/article/121163
Publication date of original article: 16/12/2017
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=22465

 

Tags: Rivoluzione tunisina 2010-2011Tunisia
 

 
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