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 12/12/2017 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
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 AFRICA 
AFRICA / L’olio di oliva tunisino e la guerra neocoloniale in Libia
Date of publication at Tlaxcala: 07/03/2016
Translations available: Français  Español 

L’olio di oliva tunisino e la guerra neocoloniale in Libia

Annamaria Rivera

 

Strani sussulti d’interesse per la sorte della Tunisia vanno manifestandosi da qualche tempo in alcuni ambienti italiani e sul versante dell’Unione europea. Il 25 febbraio scorso, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione per l’aumento delle quote di esportazione dell’olio d’oliva tunisino verso il mercato dell’UE, “al fine di sostenere la ripresa della Tunisia dall’attuale periodo di difficoltà”.

Un altro indizio è costituito dall’attenzione, sia pure alquanto tardiva, rivolta al paese maghrebino da taluni ambienti accademici italiani. Alludo a qualche convegno molto ufficiale, con la presenza di alcuni relatori che mai si sono pronunciati pubblicamente in favore dell’insurrezione popolare che avrebbe rovesciato il regime di Ben Ali; e mai hanno preso posizione contro gli omicidi politici e i tanti episodi di grave repressione che hanno punteggiato e punteggiano la cosiddetta transizione democratica. Ricordo che la nuova legge anti-terrorismo (che ha ripristinato la pena di morte) e lo stato di emergenza, dopo i sanguinosi attentati jihadisti, hanno innescato una fase di repressione ancor più dura, con attacchi frequenti ai diritti e alle libertà civili.

Per tornare al primo esempio: per niente sicuro è che quella misura favorirà la ripresa dell’economia tunisina, stroncata soprattutto dal crollo del turismo dopo gli attentati; ancor meno che contribuirà a sollevare la condizione delle masse di diseredati. E’ certo, invece, che concorrerà ad aggravare la crisi dei piccoli produttori del Sud d’Italia, favorendo quei marchi “italiani” che in realtà appartengono a multinazionali.

E non credo si ecceda in malevolenza a sospettare che questo “regalo” faccia parte di una strategia volta a blandire le autorità tunisine, al fine di piegarne l’ostilità dichiarata contro la guerra in Libia. Infatti, tanto il ministro della Difesa nazionale, Farhat Horchani, quanto il presidente della Repubblica, Béji Caid Essebsi, hanno asserito più volte e pubblicamente che mai la Tunisia interverrà militarmente nel paese confinante. Nondimeno già ora un pool di esperti, statunitensi e tedeschi, è sul terreno per approntare un sistema di sorveglianza elettronica lungo la barriera di sabbia eretta al confine con la Libia.

Ragioni più che fondate motivano la contrarietà verso la nuova guerra neocoloniale: guidata dall’Italia, cioè dagli ex colonizzatori, per decisione degli Stati Uniti, senza neppure l’autorizzazione del parlamento italiano. Anzitutto, nonostante la barriera di sabbia sorvegliata, la guerra incrementerà ancor di più il contrabbando di armi e l’infiltrazione di terroristi attraverso la frontiera libica. Inoltre, secondo la previsione dell’economista Radhi Meddeb, se nel 2011, con l’inizio del caos libico, si riversò in Tunisia più di un milione di rifugiati, l’intervento militare ne provocherà un afflusso almeno doppio.

Quel che si teme è che un esodo così massiccio e simultaneo avrà ripercussioni economiche pesanti e aggraverà la recessione che affligge il paese. E non solo: rischio assai concreto è quello della destabilizzazione dell’intera regione e quindi di “una profonda riconfigurazione geopolitica”, per citare il giornalista Ikhlas Latif.

Non è affatto sicuro, invece, che il governo tunisino, il quale si vanta della sua stretta alleanza con gli Usa, resisterà alle pressioni. Non si può dire, infatti, che esso sia costituito da valorosi antimperialisti. Ricordo che l’attuale Primo ministro, Habib Essid, è stato sottosegretario del ministero dell’Interno nell’era di Ben Ali. Inoltre, come ho scritto più volte, l’ex partito unico è tuttora ben insediato anche in sistemi finanziari e reti mediatiche, soprattutto negli apparati di sicurezza e in gangli del ministero dell’Interno. E’ anche per questa ragione che la criminalizzazione della conflittualità sociale spontanea – tuttora assai viva, anzi decisamente in ascesa –, la repressione violenta delle manifestazioni, la tortura dei fermati e degli incarcerati continuano come se niente fosse cambiato.

D’altro canto, i governi che si sono succeduti dopo la fuga di Ben Ali, tutti d’ispirazione neoliberista, mai, neppure in tempi assai meno difficili dell’attuale, hanno affrontato di petto problemi quali la disoccupazione incalzante, le drammatiche disparità regionali, le sacche di miseria abissale. Fingendo così d’ignorare che, se il terrorismo jihadista è anzitutto il prodotto delle guerre esportate dall’Occidente, a costituirne il brodo di coltura è l’irrisolta questione economico-sociale. Non è casuale che ben cinquemila siano, secondo fonti attendibili, i tunisini reclutati da gruppi jihadisti-terroristi in Libia, Iraq e Siria.

A mostrare indirettamente la gravità della questione sociale, vi sono dati che non è enfatico definire sconvolgenti. Secondo il recente rapporto annuale dell’Osservatorio sociale tunisino, espressione del Forum tunisino dei diritti sociali (FTDES), fra il 2014 e il 2015 il numero di suicidî e di tentati suicidî è aumentato del 170,4%. Impressionante è anche la cifra relativa a quelli per fuoco, che ne sono, e per eccellenza, la forma più pubblica, dimostrativa, di protesta: nel 2015 a farsi torce umane sono state ben 105 persone, in maggioranza appartenenti alla fascia d’età tra i 16 e i 35 anni.

Il che conferma che in Tunisia il suicidio per fuoco non è stato solo la “scintilla” che ha acceso l’insurrezione popolare, ma è anche una forma – strutturale quanto l’ingiustizia sociale – di rivolta contro l’umiliazione e la morte sociali, e di estrema rivendicazione della propria dignità (v. A. Rivera, Il fuoco della rivolta. Torce umane dal Maghreb all’Europa, Dedalo, 2012).

Nonostante un quadro così drammatico, aggravato dalla minaccia quotidiana del terrorismo jihadista, la Tunisia resta un paese dinamico, con una conflittualità sociale permanente, un livello alto di attivismo sociale e politico, una vivacità culturale assai notevole. La guerra neocoloniale, ancor più se condotta col suo consenso e/o partecipazione, potrebbe annientare tutto questo e precipitare il paese nel baratro.

Versione ampliata e modificata dell’articolo pubblicato dal manifesto il 5 marzo 2016.

Immagini: disegni di bambini di Benghazi. Fonte International Business Times





Courtesy of MicroMega
Source: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/03/05/annamaria-rivera-l%E2%80%99olio-di-oliva-tunisino-e-la-guerra-neocoloniale-in-libia/
Publication date of original article: 06/03/2016
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=17408

 

Tags: Olio d'olivo tunisinoGuerre di LibiaGuerre imperialisteNATOUEropaTunisiaLibiaRivolte logicheSuicidi di protestaMovimenti socialiNeoliberismo
 

 
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