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 15/09/2019 Tlaxcala, the international network of translators for linguistic diversity Tlaxcala's Manifesto  
English  
 ABYA YALA 
ABYA YALA / Il massacro come strategia di dominio
Date of publication at Tlaxcala: 18/11/2014
Original: La masacre como forma de dominación
Translations available: Français  English 

Il massacro come strategia di dominio

Raúl Zibechi

Translated by  Liliane Tami
Edited by  Alba Canelli

 

Recentemente è avvenuta presso l’Università Iberoamericana di Puebla la consegna del premio Tata Vasco 2014 all'associazione FUDEM ( Forze Unite per i Dispersi del Messico). Uno dei pochi uomini presenti nel gruppo dei 25 parenti degli scomparsi che patecipavano alla cerimonia, ha urlato: “Questa è una guerra!” Il dolore inimmaginabile dei parenti delle vittime di questo massacro silenzioso li costringe a guardare in faccia la realtà, senza filtri.

Messico, piangi per i tuoi figli assassinati
Josetxo Ezcurra, Tlaxcala

In effetti è in corso una vera e propria guerra contro i popoli. Una guerra coloniale per l'appropriazione dei beni comuni, che presuppone l'annientamento di quella parte di umanità che ostacola il furto di questi beni, sia perché vive sopra di essi e resistono all'esproprio o, semplicemente, perché "è troppa", e nel senso più crudo, non è necessaria per l'accumulo di ricchezza.

Una guerra coloniale, anche, per il tipo di violenza che utilizza. Non vengono perpetrati solo degli omicidi bensì dei veri e propri massacri. I corpi vengono decapitati e smembrati, per poi essere sparpagliati in strada affinchè tutti li vedano, come lezione e avvertimento.  Tramite questa strategia del terrore, si vuol instillare la paura. Per paralizzare, per impedire ogni reazione, ed in particolare per dissuadere il popolo al compiere azioni collettive d’opposizione.
 
Evidentemente, quella del massacro non è una strategia nuova. Venne adoperata dalla Corona Spagnola per annientare le lotte indigene. È là, in fatti, che i nuovi colonizzatori l’hanno appresa. Tùpac Amaru, infatti, era stato squartato davanti alla folla sulla piazza d’armi della città di Cusco.

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 Cusco, 18 maggio 1781: esecuzione di Tupac Amaru II

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Amaru era stato anche costretto ad assistere alla tortura e all’assassinio dei suoi due figli e di sua moglie, oltre che alla brutale esecuzione di altri suoi parenti ed amici. Prima di morire venivano seviziati ed amputati della lingua, con un metodo che, simbolicamente, richiamava a ciò che più irritava i conquistadores.

Il figlio maggiore, di soli 10 anni, dovette assistere al massacro della sua famiglia e poi venne mandato in esilio in Africa. La testa del papà, Amaru, infilazata su una lancia, venne dapprima esibita a Cusco e poi a Tinta. Le sue braccia e le sue gambe vennero inviate in città limitrofe come avvertimento per i suoi sostenitori. I suoi seguaci più fedeli subirono più o meno le stesse torture, ed i loro resti furono sparpagliati sul territorio di ciò che oggi è chiamata Bolivia.

La crudeltà dei nuovi conquistatori non è nuova. Prima si trattava di appropriarsi dell’oro e dell’argento, oggi si tratta dell’industria delle miniere a cielo aperto, delle monocolture e delle produzioni idroelettriche. Ma adesso si tratta di tenere le schiere d’oppressi in silenzio, sottomessi e tranquilli.
 
Il massacro è ontologicamente una delle più grandi differenze tra la storia europea e quella latinoamericana.

Qui (in America latina) non hanno avuto luogo quelle riforme disciplinari dell’illuminismo, e non s’è visto né il panottico*, né il “Satanic Mill”, la fabbrica diabolica della Rivoluzione Industriale, l’apoteosi del capitalismo, ritratta dal poeta William Blake ed analizzata rigorosamente da Karl Polanyi. La recinzione dei terreni comuni in Inghilterra, a partire dal XVI secolo, una “rivoluzione dei ricchi contro i poveri”, è stata analizzata come la liquidazione dei vecchi diritti e costumi da parte dei signori e nobili, “usando in qualche occasione la violenza, ma adoperando sempre la pressione e l’intimidazione”. (La grande trasformazione , Einaudi 1981)
 
Qui invece, la violenza è la norma con cui sono sempre eliminati i ribelli (come a Santa Maria d’Iquique, in Cile, nel 1907. 3600 minatori in sciopero furono massacrati).

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 Uno dei pochissimi documenti iconografici del massacro di  Santa María de Iquique

È la maniera di avvertire quelli in basso che non devono muoversi dalle posizioni assegnate loro. Qui noi abbiamo avuto, ed abbiamo, lo schiavismo. Non vi è nulla che assomiglia allo statuto del “lavoratore libero” che ha permesso lo sviluppo del capitalismo europeo dopo che questo ha rubato le terre ai contadini.
 
Bisogna notare che durante le guerre d’indipendenza tra Creoli e Spagnoli, gli insorti fatti prigionieri dai monarchici non venivano torturati.  Miguel Hidalgo e José Maria Morelos, per menzoniare dei celebri ribelli creoli, sono infatti stati solamente giudicati e fucilati, come era d’uso all’epoca coi prigionieri di guerra. Il trattamento differente riservato a Tùpac Katari e Tùpac Amaru è spiegabile solo in virtù del colore della pelle, cosa che accade a tutti gli indiani, neri e meticci, della nostra America.
 
Questa non è solo storia. Nel Brasile democratico. L’organizzazione “Madri di Maggio” ha contato che tra il 1990 ed il 2012 sono stati compiuti 25 massacri, tutti di neri o meticci, come quello che fu all'origine della loro militanza: nel maggio 2006, nel contesto della repressione del Primo Commando della Capitale di Sao Paulo (un oganizzazione di narcotrafficanti nata in prigione), 498 giovani  poveri, ragazzi dai 15 ai 25 anni, sono stati assassinati dalla polizia tra le dieci di sera e le tre del mattino.
 
In realtà, la storia dei trafficanti di droga è un pretesto. La narco non esiste. Si tratta, in vero, di normalissimi affari che fanno parte del modo di accumulo/furto della classe dominante. Attualmente, non ci confrontiamo con “eccessi” sporadici della polizia, ma siamo di fronte ad un modello di dominio. Tale strategia d’oppressione fa del massacro il  sistema con cui soggiogare la classe popolare affinché non evada dal progetto scritto da coloro che stanno in alto, e che chiamano “democrazia”: Votare un giorno ogni cinque o sei anni e lasciarsi derubare/assassinare il resto del tempo.

Il peggio che noi possiamo fare è il non guardare in faccia la realtà e far finta che la guerra non esista, solo perchè non ci hanno ancora colpiti, perchè sopravviviamo ancora.

Siamo tutti a rischio. È certo che ci sia una minima parte che possa esprimersi liberamente e persino manifestare senza essere annientata. Però a condizione di non uscire dal copione scritto per loro e di non rimettere in causa il modello. Pensandoci bene, coloro che tra di noi possono manifestare a viso scoperto, sono simili ai Creoli durante la guerra d’indipendenza: ossia, possono sperare in una morte degna, come Hidalgo e Morelos.

Ma il soggetto è altrove. Se vogliamo davvero che il mondo cambi, e non utilizzare la resistenza di quelli in basso per arrampicarsi più in alto, come hanno fatto i Creoli nelle loro repubbliche, non possiamo accontentarci di rabberciare ciò che esiste. Si tratta di prendere altre direzioni.
 
Forse, un buon inizio sarebbe quello di seguire i passi dei seguaci di Amaru e Katari. Ricostruire i corpi smembrati e riprendere il cammino, là dove il combattimento è stato interrotto. È un momento mistico: Guardare l’orrore in faccia, elaborare il dolore e la paura ed avanzare tenendosi per mano, affinchè le lacrime non adombrino più il cammino.

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Pablo Picasso, Massacro in  Corea, 1951

* Panopticon o panottico è un carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham. Il concetto della progettazione è di permettere ad un sorvegliante di osservare (opticon) tutti (pan) i soggetti di una istituzione carceraria senza permettere a questi di capire se sono in quel momento controllati o no. Il nome si riferisce anche a Argo Panoptes della mitologia Greca: un gigante con un centinaio di occhi considerato perciò un ottimo guardiano.
L'idea del panopticon ha avuto una grande risonanza successiva, come metafora di un potere invisibile, ispirando pensatori e filosofi come Michel Foucault, Noam Chomsky, Zygmunt Bauman e lo scrittore britannico George Orwell nell'opera "1984". [Nota di Tlaxcala basata su wikipedia]





Courtesy of Come DonChisciotte
Source: http://www.jornada.unam.mx/2014/10/31/opinion/023a1pol
Publication date of original article: 30/10/2014
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=13933

 

Tags: Politica del massacroGenocidioMessicoMassacro d'IgualaAyotzinapaAbya YalaAméica Latina
 

 
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