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English  
 AFRICA 
AFRICA / Africa, continente del futuro: un’intervista con Achille Mbembe
Date of publication at Tlaxcala: 12/01/2014
Original: Africa, Continent of the Future: An Interview with Achille Mbembe
Translations available: Español 

Africa, continente del futuro: un’intervista con Achille Mbembe

Thomas M Blaser

Translated by  Francesco Giannatiempo
Edited by  Fausto Giudice Фаусто Джудиче فاوستو جيوديشي

 

 In un breve lasso di tempo, il discorso capitalista globale sull’Africa ha sostituito un ritornello di profondo sconforto con una scoperta quasi escatologica di un nuovo Eldorado – un luogo dorato da cui il capitale globale spera di recuperare il suo vecchio fascino magico. Africa is a Country ha smontato il discorso di una “Africa Emergente” in vari post, i quali, collettivamente, rendono abbastanza chiaro che un futuro in Africa per cui vale la pena di lottare va oltre la crescita del PIL, l’emergere della cosiddetta –e maldefinita - classe media africana o l’incremento dell’indice di redditività del capitale investito.

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Nell’intervista che segue, Achille Mbembe riflette sulla categoria del futuro per l’Africa, sulle conseguenze del capitalismo globale per il continente e sul contributo dell’Africa a un mondo emergente in cui l’Europa si è provincializzata..

The Economist May 13th, 2000

Il continente senza speranza
13 maggio 2000

The Economist July 15th 2000

Lottando contro l'AIDS
15 luglio 2000

The Economist February 24th 2001

Alba sfuggente sull'Africa
24 febbraio 2001

The Economist January 17th 2004

Come far sorridere l'Africa
17 gennaio 2004

The Economist July 2nd 2005

Aiutare l'Africa ad aiutare se stessa
2 luglio 2005

The Economist 3rd Dec 2011

L'Africa si alza
3 dicembre 2011

Le aspirazioni dell'Africa
2 marzo 2013

L'Africa si alza (bis)

Novembre 2012

Time - Africa Rising - Mar. 30, 1998 - Africa

30 marz...1998!!!

Fin dal 2008, quando hai iniziato il Seminario di Johannesburg su Teoria e Critica (JWTC), eri molto preoccupato circa il futuro – perché? E perché ora? C’è qualcosa in quest’epoca che richiede il nostro impegno a pensare al futuro?

Mbembe: C’erano due ragioni. La prima era che la categoria di futuro fosse particolarmente centrale nella lotta per la liberazione, anche solo nel senso che coloro che ne erano coinvolti dovevano costantemente proiettarsi verso un tempo che sarebbe stato diverso da quello che stavano attraversando, da ciò che stavano sperimentando. Quindi, e in tal senso, il politico era occupato dal costante impegno con le forze del presente che precludevano la possibilità di libertà; ma era anche il politico, strettamente associato all’idea di avvenire. E ciò che sembra essere successo dopo il 1994 [in Sud Africa dalle prime elezioni democratiche dopo l’apartheid], è l’allontanamento del futuro come orizzonte temporale del politico – e della cultura in generale – e la sua sostituzione da parte di un tipo di presente che è infinito e costituisce un approdo. Questo allontanamento del futuro, e il suo rimpiazzo con un approdo presente, viene favorito anche dal tipo di dogma economico con cui viviamo – in una parola: il neoliberismo. Il tempo del mercato, in special modo con le attuali condizioni capitaliste, è un tempo molto frammentato e  il tempo del consumo è veramente un tempo dell’istante. Quindi abbiamo voluto riconquistare quella categoria del futuro e vedere a quale punto possa essere ancora mobilitata nel tentativo di dare un giudizio critico sul presente e di riaprire uno spazio, non solo per l’immaginazione, se non anche per la politica della possibilità.

A un recente convegno ad Avignone, hai detto che, per avere un futuro aperto, per essere emancipati, in passato significava separare l’oggetto dal soggetto. Perché ciò non è più possibile? E potremmo immaginare un altro percorso per l’emancipazione visto che questa strada non sembra più disponibile per noi?

È vero che nella tradizione della teoria critica occidentale, l’emancipazione consista fondamentalmente nell’effettuare una chiara distinzione, da un lato, tra il soggetto umano e l’oggetto e, dall’altro, tra l’umano e l’animale. Questo, secondo l’idea che il soggetto umano sia il padrone, tanto di se stesso quanto del mondo naturale e animale – mondi, questi, che l’uomo assoggetta al proprio uso. E che la libertà sia realmente il risultato della capacità di dominare se stessi e l’universo e di agire razionalmente. Quindi, la discussione che stavo facendo era quella che in un’età dove il capitalismo è diventato piuttosto una religione – una religione di oggetti, una religione che crede negli oggetti che sono diventanti animati, con un’anima che condividiamo attraverso le operazioni di consumo – il che significa che il capitalismo è diventato una forma di animismo – ecco,  in una simile età l’antica divisione tra soggetto e oggetto non è più tanto chiara come prima. Infatti, se oggi guardassimo attentamente le operazioni di consumo a livello mondiale, potremmo  osservare che molte persone vogliono diventare oggetti – o essere trattate come tali – anche solo perché, trasformandosi in oggetto, una persona potrebbe finire col ritrovarsi a essere trattata meglio che come umano. Tutto ciò crea una terribile crisi nelle teorie fondazionali dell’emancipazione su cui eravamo soliti contare per agevolare un tipo di politica di apertura mentale e di uguaglianza. Quindi, questo era il punto su cui stavo lavorando e i miei pensieri su questo problema non sono andati oltre.

Addentriamoci nel continente africano. Dal 2008, anche grazie alla recessione economica in Occidente, si parla molto di “Africa emergente”. Si fa ora un discorso su tutte queste possibilità presenti nel continente. Si tratta del capitalismo globale alla ricerca di altri posti da sfruttare? È un tentativo del capitalismo di avanzare in posti finora non adeguatamente penetrati? È quanto sta succedendo ora oppure c’è qualcosa di più positivo che sta venendo fuori dalla recente svolta del capitalismo globale sull’Africa?

È vero che c’è un enorme spostamento nel discorso globale sull’Africa – un movimento dal discorso di crisi e di emergenza che ha dominato l’ultimo quarto del Novecento all’ attuale tipo di ottimismo che è basato su alcuni fatti concreti. Per esempio, i più alti indici di crescita economica di cui siamo stati testimoni durante gli ultimi dieci anni, si sono verificati in Africa; che il continente tenda concretamente a considerevoli trasformazioni demografiche; che il continente stia sperimentando più alti tassi di redditività del capitale investito e, perciò, attragga l’attenzione di investitori stranieri a una velocità mai vista prima; e che la classe media – decimata durante l’uso dei Programmi di Adeguamento Strutturale ,stia riemergendo come forza economica. Quindi, tutto un complesso di indicatori che sembrano suggerire che qualcosa stia succedendo, di differente da quanto eravamo abituati ad osservare nel passato. C’è anche da considerare che un ingente numero degli investimenti fatti, avvengono nei settori estrattivi e, perciò, soggetti  alla natura volatile e ai cambiamenti; caratteristica questa, non solo del ciclo economico in generale, bensì in modo particolare di quel dato settore. Perciò, esiste un boom dei minerali, la cui estensione è abbastanza importante, ma della cui durata non siamo altrettanto certi. E, chiaramente, parecchia gente sta diventando ricca, tanto fra i locali quanto fra quelli che vengono a investire nel continente. Ma il risultato – o il paradosso – di questo tipo di crescita è che, come sappiamo, non si stanno creando molti nuovi posti lavoro, anzi si aggravano le ineguaglianze sociali, mentre l’Africa sta ancora affrontando delle sfide massicce in termini di investimenti nelle infrastrutture basilari, nelle strade, nelle comunicazioni, negli aeroporti, autostrade e ferrovie. Inoltre, il continente è  tuttora minacciato dall’instabilità politica, sia sotto forma di guerre locali che di disordine sociale. Mentre la visione del quadro generale deve essere equilibrata, mi sembra che, in effetti, l’Africa rappresenti l’ultima frontiera del capitalismo. Il punto è: sotto quali condizioni queste nuove forme di sfruttamento verranno condotte, da chi e a beneficio di chi.

L’Africa è nota per i conflitti violenti che tengono a freno il continente. Credi che esista la possibilità per gli africani di poter superare questo genere di politica violenta?

Non saprei. Può essere che dobbiamo convivere con la violenza. Esattamente come abbiamo visto altre comunità politiche conviverci per molto, molto tempo. La Colombia è stata in guerra con se stessa per un periodo veramente lungo. In Messico, accade più o meno la stessa cosa: lì la violenza sta prendendo forme differenti. In posti come Brasile, India o Pakistan, c’è un livello di violenza sociale che è piuttosto alto e che, volendola mettere in questi termini,  si tiene per mano con le istituzioni della politica civile. Quindi, se la vedessimo da un punto di vista storico, non ci sarà mai un momento in cui saremo in pace con noi stessi e con i nostri vicini; e che il genere di formazioni sociali, economiche e politiche che stanno emergendo nel continente come altrove, saranno sempre un misto di pace e violenza civile. Ma, detto ciò, mi sembra che una delle sfide principali nel continente debba riguardare la demilitarizzazione della politica. Il progetto di demilitarizzazione della politica è una precondizione per un regime di crescita economica a beneficio di un grandissimo numero di persone. Al momento, la combinazione di militarismo e mercantilismo in posti come il Congo – ma anche in regimi plutocratici, come la Nigeria –va solo a beneficio di elite predatorie e di multinazionali.

Sei stato critico anche sul ruolo dell’Europa e sulle relazioni coloniali che continuano ad essere  mantenute. Allo stesso tempo, l’Europa si sta quasi auto-escludendo e, come hai scritto, persino provincializzando se stessa. È questa l’Europa che emerge in una nuova maniera ed è in netto contrasto con l’Africa e altri paesi in via di sviluppo che si dispiegano in avanti, avanzando economicamente, socialmente e politicamente creando cosi il proprio mondo?

Con riferimento al continente, l’Europa ha sviluppato negli ultimi 25 anni, o quasi, un’attitudine al contenimento, nel senso che la più grande preoccupazione è stata di assicurare che gli africani rimangano dove stanno. La fissazione sulla questione dell’immigrazione ha messo a repentaglio una larga parte dello sviluppo di relazioni più dinamiche tra l’Africa e l’Europa. L’ossessione con i confini e i visti, la comparsa del razzismo in molte parti d’Europa, con il conseguente e piuttosto ovvio rafforzamento dei partiti di destra nel contesto di una crisi economica — tutto ciò è stato nocivo per lo sviluppo di relazioni produttive e reciprocamente vantaggiose tra l’Africa e l’Europa. Quest’ultima ha teso a tirarsi fuori mentre giocava un ruolo importante nella politica mondiale, in particolar modo quando è arrivata a muovere guerre imperialiste. Intanto, abbiamo visto in quale misura nuovi attori come la Cina, l’India, la Turchia, il Brasile e pochi altri hanno cercato di giocare un ruolo nella continua riconfigurazione geopolitica tuttora in corso. La sfida definitiva, comunque, è che l’Africa diventi il centro di se stessa. E perché ciò avvenga, ci sarà bisogno – come ho detto prima –di demilitarizzare la sua politica come precondizione per la democratizzazione della propria economia. Il continente dovrà diventare un vasto spazio di circolazione regionale; il che significa che si dovranno smantellare i suoi confini interni, dovrà schiudersi a nuove forme di migrazione, tanto interna quanto esterna, come sta accadendo in una certa misura in Mozambico e Angola – meta di ritorno di alcuni portoghesi. Mentre l’Europa chiude i propri confini, l’Africa deve aprire i propri. Perciò, mi sembra che solo la sua trasformazione in un vasto spazio di circolazione possa permettere all’Africa di beneficiare positivamente dell’attuale riconfigurazione geopolitica mondiale in corso.

Questa statua del leader panafricanista Kwame Nkrumah è stata inaugurata in presenza dell'attuale presidente Atta Mills e dell'ex presidente JJ Rawlings, del Ghana, ad Addis Abeba, di fronte alla nuova sede dell'Unione africana, integralmente finanziata dalla Cina, nel gennaio 2012. Uno dei fondatori dell'Organizzazione dell'Unità Africana, Osagyefo Kwame Nkrumah (1909-1972) fu rovesciato da un colpo di stato nel 1966

Nei limiti di questa riconfigurazione, ciò che probabilmente sta ancora tenendo a freno l’Africa è l’immagine stereotipata che europei e us-americani hanno della stessa e delle sue popolazioni. Recentemente, quando il sociologo Jean Ziegler ha lanciato il proprio libro sulla crisi della fame globale, un giornalista svizzero gli ha chiesto se la bassa produzione agricola in Africa fosse dovuta all’indolenza degli agricoltori africani. Affermazione molto stereotipata da fare, se non proprio razzista. Ma, mi sembra che un tale pregiudizio sia comune tra gli europei. Gli africani dovrebbero prendersela o semplicemente ignorarla?

Credo che dovremmo lasciare che gli europei facciano i conti con le proprie stupidità, perché abbiamo incarichi e progetti di gran lunga più urgenti di cui occuparci. Non possiamo permetterci di sprecare le nostre preziose energie occupandoci del disordine mentale che l’Europa ha causato in Africa come altrove. Perciò, l’Europa dovrà fare i conti con i propri disordini mentali - il razzismo sopra ogni altro. Ciò che stavo dicendo è che l’agenda africana nel mondo che si sta configurando dinnanzi a noi, è un mondo in cui la Cina sta emergendo come un attore davvero importante, un mondo in cui l’unica affermazione che si origina dal morente impero us-americano è un maggiore militarismo, un mondo in cui la sola idea che proviene dall’Europa è una ritrattazione e  la costruzione di una fortezza intorno a se stessa. Ciò che l’Africa necessita di portare avanti è diventare il centro di se stessa e mettere i propri popoli a lavorare per questo. Come stavo dicendo, re-immaginare una nuova politica di mobilità che comporti migrazioni interne, la formazione di nuove diaspore, collegamenti a quelle più antiche e una ri-direzione di energie per metterci dentro quelle che si originano da altri luoghi nel mondo, quali Brasile, India e Cina. Tutto ciò mi sembra più  entusiasmante del vecchio e fallimentare tentativo di portare l’Europa a vedersi soltanto più che una provincia in un pianeta più ampio.

Place du Souvenir, Dakar, Senegal

Quindi, qual è il contributo africano a un mondo futuro? In particolare, con l’idea che ci stiamo allontanando da un mondo in cui l’Africa dipende dagli altri. Hai menzionato prima le esistenti modalità di circolazione: quali sono i diversi modi di fare le cose che l’Africa può offrire al mondo? Quale ruolo vorrebbero interpretare in questo movimento le concezioni indigene di umanità, come quella dell’Ubuntu?

Da un punto di vista teorico, esiste un certo numero di possibilità. Osservando la storia culturale del continente, mi sembra che sia caratterizzata da almeno tre attributi che possono essere concettualmente ritenuti creativi. Il primo è l’idea di molteplicità. Se la si osserva, ogni singola cosa nel continente rientra nel segno del molteplice: l’idea di un dio è totalmente estranea al continente, essendocene sempre stati molti; le forme di matrimonio; le forme delle valute; le stesse forme sociali rientrano nel segno della molteplicità. Una delle tragedie del colonialismo  è stata quella di cancellare quest’elemento di molteplicità, che costituiva una risorsa per lo sviluppo sociale nell’Africa precoloniale e che è stato rimpiazzato dal paradigma de “l’uno” – il genere di paradigma monoteista. Quindi, come possiamo impadronirci nuovamente dell’idea di molteplicità precisamente come risorsa per la creazione del continente – la sua ri-creazione – ma anche per la creazione del mondo? Un altro concetto importante che non abbiamo esaminato più di tanto, ma che proviene dall’esperienza storico-culturale africana, è costituito dalle modalità di circolazione e di mobilità, di movimento. Quasi tutto era in movimento. Non era affatto vero quanto Hegel – e quelli che facevano affidamento su di lui – aveva lasciato intendere, cioè che l’Africa fosse un continente chiuso. Nient’affatto. Era sempre un continente in movimento. Perciò, quel concetto di circolazione è qualcosa che può essere anche mobilitato per mostrare cos’è che può derivare da questa esperienza. Prima ho parlato di molteplicità, poi della circolazione: il terzo concetto è la composizione. Tutto si può comporre – nel modo in cui l’economia viene vissuta su una base quotidiana. Hai menzionato l’Ubuntu: significa il processo di trasformazione in una persona, una affermazione certa, non sull’identità come categoria ontologica o metafisica quale è nella tradizione occidentale, bensì tanto un processo del divenire quanto una relazione. Una relazione in cui l’ “io”, inteso come soggetto, viene interpretato nell’essere creato e ricreato attraverso l’interazione etica con ciò o con chi non lo è. In realtà, l’idea che l’altro sia un altro me, [si fonda sul fatto che, ndt] l’altro lo è solo nella misura in cui lui o lei sono un altro me. E che l’altro non è fuori da me: in una certa misura, io sono il mio altro. Perciò, esiste un intero complesso di aree in cui il contributo dell’Africa al mondo delle idee e della prassi può essere sottolineato a vantaggio del mondo, con implicazioni di ogni sorta di cose: le teorie degli scambi, le teorie della democrazia, le teorie dei diritti umani e dei diritti di altre specie – incluso quelle naturali – in quest’età di crisi ecologica. È il lavoro che non è stato fatto, ma è tempo di farlo.

Questa è una versione revisionata dell'originale tedesco pubblicato in Swissfuture 03/2013.





Courtesy of Tlaxcala
Source: http://africasacountry.com/africa-and-the-future-an-interview-with-achille-mbembe/
Publication date of original article: 20/11/2013
URL of this page : http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=11079

 

Tags: AfricaNeoliberismoSviluppo capitalistaTeoria criticaStudi postcolonialiUbuntu
 

 
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